I quaderni - Italianieuropei

Testimone o protagonista. Qual è il posto dell’Italia nel mondo?

Dall’Iran, paese verso cui Federica Mogherini ha fatto una politica giusta, non “concessiva”, alla politica estera americana fortemente destabilizzante che richiede una risposta europea unitaria; dalla Russia di Putin che ha guadagnato parecchio spazio al focolaio di tensione rappresentato dall’Estremo Oriente, con le minacce nucleari del regime nordcoreano. Su questo e molto altro si sofferma Massimo D’Alema, tracciando un quadro complesso di quale sia il ruolo dell’Europa e del nostro paese nel mondo.

Una politica audace per il Sud

Dopo gli anni delle scelte antimeridionaliste dei governi Berlusconi, prima i timidi segnali di attenzione del governo Monti, con il ministro della Coesione territoriale Barca, poi un leggero miglioramento delle politiche per il Sud con il governo Letta e il ministro Trigilia, infine con Gentiloni e il ministro De Vincenti finalmente l’abbozzo di una strategia per il Sud che non fosse limitata alle sole politiche di coesione. È però “troppo poco e troppo tardi”. Cosa ci aspetta nella prossima legislatura? Il clima sarà favorevole per il Mezzogiorno?

Come garantire il diritto alla salute

Pur potendo contare su un sistema sanitario poco costoso, equo ed efficace, da qualche anno il diritto alla salute in Italia è sempre meno garantito: le procedure di accesso ai servizi sono più complicate, i ticket sono più elevati del prezzo delle prestazioni, le liste d’attesa sono più lunghe, le famiglie sono lasciate sole nell’assistenza alle persone con disabilità, le diseguaglianze sono sempre più ampie, gli operatori sanitari sono demotivati, le strutture e le tecnologie sono obsolete e persino l’ordinaria manutenzione è carente. Se questa è la diagnosi, come è necessario operare per tornare a garantire ai cittadini il diritto alla salute?

Un programma di politica fiscale

Come sempre, le questioni fiscali avranno un ruolo centrale nel dibattito elettorale. E come sempre su di esse si misureranno le contraddizioni e le menzogne dei diversi programmi. Tuttavia, mai come in questa occasione la questione fiscale andrebbe presa sul serio e affrontata secondo orientamenti di radicale innovazione. I tempi lo richiedono, le possibilità esistono.

Cose da fare, e da non fare, per l’economia italiana

Per tornare a far crescere l’economia italiana occorre intervenire su: riequilibrio del bilancio, investimenti pubblici, nuovo diritto dell’economia, profitto da produttività, perequazione distributiva, una strategia per il Sud, una diversa politica europea. Si tratta di interventi la cui realizzazione è affidata sia all’azione di politica economica sia alla risposta autonoma dei produttori; entrambe, finora, sono mancate. Solo così il paese ritroverebbe un sentiero di crescita del PIL nel lungo periodo dell’ordine del 2,5/3% l’anno.

Jospin, la vittima francese della Terza via

Da quando, nel dicembre 2014, è diventato membro del Conseil Constitutionnel, l’organismo che vigila sulla costituzionalità delle leggi della République, Lionel Jospin ha definitivamente acquisito il ruolo del “vecchio saggio”. Per l’ex leader socialista, oggi ottantenne, si tratta in effetti del coronamento di una vita di passione e impegno, un riconoscimento che, a distanza di oltre un decennio, mitiga senza annullare la delusione ancora viva per la clamorosa sconfitta alle elezioni presidenziali del 2002.

Un salto di qualità per l’Europa

Stretta tra l’ostilità di Trump e il rinnovato attivismo russo, l’Europa si trova ad affrontare uno scenario allarmante in cui nazionalismo, protezionismo e politica di potenza tendono confusamente a soppiantare il tentativo di realizzare una governance multilaterale e condivisa della globalizzazione. Purtroppo, non pare esservi sin qui una visione strategica comune su come il Vecchio continente debba reagire alla nuova situazione internazionale. Si prefigura come via di uscita l’ipotesi di un’Europa a più velocità, di una pluralità di cooperazioni rafforzate che potranno svilupparsi sulla base di diversi raggruppamenti di paesi. È però essenziale che tale processo abbia una guida forte, che passa innanzitutto attraverso una rinnovata collaborazione tra Germania e Francia.

Le integrazioni differenziate: una formula già sperimentata

Le integrazioni differenziate e tutto quello che a esse è connesso non costituiscono certamente un inedito nella cornice del cammino dell’Unione europea. Al rinnovato interesse per questo tema hanno contribuito sia il riferimento agli effetti devastanti della crisi economica e finanziaria che da anni ha investito l’Europa, deprimendo tutti gli indicatori essenziali, sia la constatazione che a fronte di tale crisi le divergenze tra gli Stati membri sul futuro del progetto comune europeo restano evidenti e profonde. Il rilancio del metodo delle integrazioni differenziate costituirebbe un valido espediente pragmatico non certo per dividere o escludere ma per scongiurare ulteriori processi di dissoluzione dell’Unione europea.

Integrare la differenza. Incognite e possibilità dell’Europa plurale

La parola d’ordine, in questa nuova e difficilissima fase della vita dell’Unione europea, è “integrazione differenziata”. Un ossimoro che segna un cambiamento radicale nel discorso relativo al processo di integrazione del continente, che non punterebbe più, come avvenuto finora, verso obiettivi comuni e il traguardo della condivisione della sovranità, ma si adagerebbe sugli effimeri vantaggi di una diversificazione strutturale della dinamica europea. Di questo disallineamento, e della conseguente, oggettiva difficoltà di “recuperi” futuri, è difficile rallegrarsi. Soprattutto perché in tal modo non si offrirebbe una soluzione definitiva ed efficace ai dilemmi e alle crisi che attanagliano l’Unione.

Europa differenziata: istruzioni per l’uso

Discussa ormai da tempo nel dibattito accademico e intellettuale, l’ipotesi di un’integrazione europea “a più velocità” pare ormai ampiamente accettata anche nei circoli della politica e della diplomazia del Vecchio continente e risulta essere, oggi, la strada potenzialmente più battuta per il rilancio del processo di integrazione europea. Pur non trattandosi di un fenomeno nuovo, l’integrazione differenziata si presenta con caratteristiche diverse dal passato: non più come il frutto di una differenziazione in negativo, esito del rifiuto di alcuni Stati membri di aderire a determinate iniziative, ma come il nuovo paradigma dell’integrazione europea, una strategia pragmatica per sanare alcune inefficienze istituzionali della UE e generare nuovi beni pubblici sovranazionali. Sono però molte le questioni che l’attuazione di questo processo di integrazione solleva: chi includere tra i “pionieri” e per fare cosa? Attraverso quali strumenti realizzare l’integrazione differenziata? Quale tipo di coordinamento mettere in atto tra i nuclei di integrazione avanzata e i rimanenti Stati membri dell’Unione europea?

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