I quaderni - Italianieuropei

Editoriale 3/2018

Il voto del 4 marzo ha prodotto un vero e proprio sconvolgimento dello status quo, chiudendo il ciclo politico che si è aperto all’inizio degli anni Novanta e che si è declinato attorno al bipolarismo centrosinistra- centrodestra, e dando l’avvio a una crisi istituzionale senza precedenti. La potenziale maggioranza parlamentare giallo-verde è apparsa da subito come qualcosa di nuovo e inedito nella storia d’Italia. È prematuro parlare di terza Repubblica o immaginare già nuovi cicli lunghi. 

Le radici della sconfitta

La sconfitta non ha precedenti. Per la sinistra nel suo complesso è il dato peggiore nella storia dell’Italia repubblicana. La cartina del paese riprodotta per giorni, quello stivale bicolore, non si vedeva dai tempi del referendum Monarchia-Repubblica. Colpisce la mobilità del consenso. Il 40% delle europee 2014 tradotto nel 18% di ora. Una caduta verticale che si colloca nel solco di una regressione costellata di tappe. Oltre 12 milioni i voti raccolti da Veltroni alle politiche del 2008. Un terzo in meno quelli di Bersani cinque anni fa. Poco più di sei quelli del 4 marzo. Nel mezzo elezioni regionali finite male, nell’esito e prima ancora nell’indice di partecipazione come in Emilia a fine 2014. Le sconfitte a Torino, Roma, Genova. A Napoli l’esclusione dal ballottaggio per la seconda volta di seguito. E sullo sfondo i 19 milioni di No al referendum costituzionale.

La nuova sedazione del Sud

“È finita un’epoca”, come s’usa dire. Si è chiusa per il Sud la stagione della speranza nella possibilità di trovare un posto tutto suo nel grande gioco dell’economia europea e globale, grazie a quel “rimbocchiamoci le maniche” che ha funzionato da motto-architrave per l’immaginario di sviluppo degli ultimi trent’anni – ormai quasi quaranta, per la verità – e che ha avuto il centrosinistra come principale interprete. Il lamento sulla “scomparsa del Sud” dall’agenda politica nazionale, in questa medesima stagione, scivola via come una lacrima di coccodrillo: se l’idea cardine coincide con l’auto-attivazione, ogni “politica per il Sud” decade in automatico o si trasforma in puro lubrificante delle traiettorie intraprese dai singoli attori e dai singoli territori. Il leghismo non ne è la causa, ne è solo un altro effetto. Il grottesco è che i primi a lamentarsene oggi (della scomparsa) sono proprio coloro che negli anni passati non hanno predicato altro che la buona novella dell’auto-attivazione.

Democrazia oltre la divisione destra/sinistra

Molto è stato detto e scritto sull’esito delle elezioni del 4 marzo scorso, una sconfessione senza appello dei piani di chi aveva voluto questa legge elettorale. Quella che è conosciuta come Rosatellum è stata concepita in vista di due obiettivi: la formazione di una maggioranza certa e, come piano B, una possibile alleanza tra Forza Italia e Partito Democratico, con l’obiettivo nemmeno troppo implicito di mettere nell’angolo il Movimento 5 Stelle, la lista più temuta sia da Silvio Berlusconi che da Matteo Renzi. Temuta non soltanto perché il M5S ha dimostrato di essere in grado di ottenere una progressione di spettacolari risultati, ma anche perché si è rivelato capace di attirare lo scontento proveniente da ogni parte, grazie a una calcolata retorica anti establishment. I timori di Renzi e Berlusconi erano realistici. Le elezioni del 4 marzo sono state un terremoto dal quale entrambi avranno difficoltà a risollevarsi. Se Berlusconi ha perso essenzialmente a destra, con un travaso di voti alla Lega di Matteo Salvini, il partito di Renzi ha perso su entrambi i fronti, cedendo voti a destra e ai pentastellati. Una Caporetto senza all’orizzonte il riscatto eroico di un esercito entusiasta con alla guida un Diaz.

Cartoline dalle elezioni italiane

Nel 1995 venne pubblicato un saggio postumo di Christopher Lasch intitolato “La rivolta delle élite. Il tradimento della democrazia” in cui si denunciava la progressiva autoreferenzialità delle élite politiche ed economiche americane. L’analisi di Lasch era riferita al contesto statunitense, ma il dibattito a cui diede vita il suo contributo mostrò la validità più generale della sua diagnosi. Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 hanno sancito la vittoria di due partiti che, in forme diverse, hanno incarnato o incarnano la rivolta dei cittadini (non delle masse, per riprendere un altro famoso contributo di Ortega y Gasset del 1930). Cittadini, non masse, perché il risultato della Lega (non più Nord) e del Movimento 5 Stelle rappresenta un indubbio successo di formazioni politiche che si sono sviluppate a partire dalla critica radicale al cosiddetto “establishment” (prima “Roma ladrona” in un caso, poi “la casta” nell’altro). La Lega ha quadruplicato i voti rispetto al 2013, mentre l’avanzata del Movimento 5 Stelle è stata più contenuta (+5%) ma solo perché partiva da un eccellente risultato elettorale del 2013.

4 marzo, l’ultimo anello di una sciagurata catena

Di mestiere faccio lo storico della filosofia, e tendo a comprendere le situazioni, e quindi anche l’esito elettorale del 4 marzo, in questa chiave. A mio parere, è il punto di approdo, certo provvisorio, di una lunga fase della storia italiana che – volendo proporre una periodizzazione – comincia con gli anni Novanta, quando la magistratura e la Lega distruggono un intero sistema politico: quello, come è invalso dire con una espressione sommaria, della prima Repubblica.

Ma il problema è più profondo: in effetti, in quegli anni, andava in crisi, per non più sollevarsi, tutta l’architettura politica e costituzionale generata dalla cultura dell’antifascismo e soprattutto iniziavano a incrinarsi i pilastri della democrazia rappresentativa nel nostro paese. Anche in questo caso si trattava di un processo che veniva da lontano, dalla seconda metà degli anni Settanta: è allora che le forze di sinistra persero una guerra campale, con effetti profondi su tutto quello che sarebbe accaduto nei decenni successivi.

C’è vita a sinistra oltre il destino neoliberale?

Ho capito che le cose sarebbero potute andare come poi sono andate su un treno per la Sicilia, i primi di febbraio. Davanti a me chiacchieravano una donna pugliese trapiantata in Veneto e un uomo napoletano, entrambi, a occhio, attorno ai quarant’anni. L’una spiegava perché avrebbe votato Lega: motivazioni d’antan, contro il Sud immobile e assistito (“lo dico da meridionale”), e motivazioni salviniane, “prima gli italiani poi i migranti”. L’altro spiegava perché avrebbe votato M5S: perché a Sud va tutto a rotoli, ed è ora di mandare tutti a casa. Non erano sorprendenti questi discorsi, in sé non nuovi, bensì la pacata complicità con cui si prendevano a braccetto, invece di fare scintille come spesso accade fra meridionali e settentrionali. Ho avuto in quel momento la sensazione precisa che il 4 marzo lo scontento del Nord e quello del Sud avrebbero potuto sommarsi senza contraddirsi, come in una sorta di blocco storico al servizio non della rivoluzione di gramsciana memoria ma più modestamente di un perentorio “basta così”.

Perché è di destra l’uomo che ha sconfitto Berlusconi

Tra gli effetti prodotti dal risultato elettorale c’è anche la fine del centrodestra (pure risultato vittorioso come coalizione) per come lo abbiamo conosciuto nell’arco di quasi venticinque anni. Il sorpasso della Lega a danno di Forza Italia ha infatti determinato il venir meno di uno storico equilibrio di potere, in virtù del quale l’area cosiddetta “moderata” aveva in Berlusconi il suo indiscusso e inamovibile leader. Del centrodestra come formula d’alleanza e come blocco politico-elettorale, del resto, quest’ultimo è stato l’inventore, allorché gli riuscì di mettere e tenere insieme nelle elezioni del marzo 1994, grazie alle sue capacità di mediatore, alla sua forza patrimoniale e al suo oggettivo carisma, il partito nordista guidato da Bossi, all’epoca oscillante tra un programma confusamente federalista e tentazioni pericolosamente secessioniste, e la destra postfascista di Fini, che di lì a poco sarebbe passata attraverso il lavacro purificatore di Fiuggi con l’idea di trasformarsi in un partito nazional-conservatore sul modello di analoghe esperienze europee. Un’aggregazione originale, mai sperimentata prima nella politica italiana, ma destinata da allora in poi a una grande fortuna.

Le ragioni della nostra Waterloo

Quale può essere il commento della sinistra sulla sua Waterloo del 4 marzo? E quali lezioni ne può trarre? La risposta alla prima domanda si articola nell’analisi dei cambiamenti della politica e della società, indotti dalla tecnologia, dall’economia e dalla politica stessa. La risposta alla seconda domanda si articola anch’essa su due piani. Il primo è costituito dal posizionamento e dalla leadership dei partiti della sinistra, il secondo dalla azione di governo possibile per la sinistra, ma mi verrebbe da dire per la politica democratica in generale. L’analisi non può non partire da un fatto incontestabile: il risultato elettorale del PD e di LeU cala una pietra tombale sul ceto politico che si era formato nella prima Repubblica alle scuole, un tempo concorrenti, della DC e del PCI. Questo risultato completa la rottamazione dei partiti di massa novecenteschi, iniziata nei primi anni Novanta con la critica radicale del parlamentarismo, sottesa al referendum di Mario Segni, e con le inchieste giudiziarie di Mani pulite o, per essere più precisi, con la gestione politica di quelle inchieste da parte delle classi dirigenti ex comuniste ed ex democristiane.

C’è chi ha votato per il paese della cuccagna

L’Italia ha votato protestando, ma ha votato anche per il paese della cuccagna. E questo è un problema. Pesa non solo l’incompatibilità tra le promesse della Lega e del Movimento 5 Stelle, tra la flat tax della Lega e il reddito di cittadinanza dei 5 Stelle. Ci sono tante promesse ed esternazioni contraddittorie nei programmi dei vincitori che le rendono irrealizzabili e dunque non credibili. Come può il segretario della Lega, Matteo Salvini, dire nella stessa frase che se ne infischia di spread e speculatori e vuole avere un deficit più alto del 3% del PIL, in barba alle regole dell’Europa, visto che il suo programma di riduzione delle tasse in deficit presuppone un aumento del debito pubblico e la presenza di tanti investitori disponibili a comprare titoli di Stato? Come possono i 5 Stelle promettere un reddito per tutti gli incapienti se non esiste una struttura dello Stato per amministrare questo programma? Come possono promettere più crescita e meno debito se il reddito di cittadinanza rappresenta un forte disincentivo al lavoro e non crea né produttività né competitività per l’Italia? Tante promesse irrealistiche e poco realizzabili porteranno l’Italia o verso una crisi di sopravvivenza economica o verso una forte frustrazione degli elettori.

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