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Ebraismo e sinistra, è proprio divorzio?

Ogni volta che leggo su un giornale una notizia di rilievo su Israele so già che verrò assalito da un conflitto interno, soprattutto per l’interpretazione che ne daranno i miei amici e compagni che militano nei partiti di “sinistra” e i miei confratelli italiani di religione ebraica. Viviamo in un’epoca in cui la lettura dei fenomeni politici è spesso approssimativa. Figuriamoci quando si devono trattare temi di carattere internazionale. L’apice dell’approssimazione si raggiunge spesso – a mio avviso – quando si parla di Israele e del suo conflitto con il mondo arabo e palestinese. In quel caso si crea, soprattutto in Italia, un vero tifo da stadio che permea anche il campo della politica (per non parlare dei social media) e spesso complica il ruolo che potrebbe giocare il nostro paese sullo scacchiere mediorientale.

Non ci meritiamo Trump e Netanyahu

Malgrado numerose guerre ne sconvolgano l’assetto, o forse proprio per questo, il Medio Oriente è di nuovo al centro degli interessi della politica mondiale. Conseguenza del fatto che le carte mediorientali sono tornate in cima alla pila nella prima cancelleria d’Occidente, cioè la Casa Bianca. E come è d’uso dalla fine della guerra fredda in poi, è stato un presidente repubblicano – anche se Trump lo è sui generis, diversamente da George W. Bush – a declinare questo tema come principale nell’elaborazione della politica estera, al contrario dell’impostazione più “globalista” degli altri due presidenti democratici. Dove Clinton si era occupato più di temi europei – la riunificazione della Germania e poi la guerra nei Balcani – e Obama invece aveva spostato il baricentro verso il Pacifico.

Netanyahu, i sauditi e il ritorno dell’Iran

L’accordo di Vienna sul dossier nucleare iraniano avrà ripercussioni inevitabili sugli equilibri mediorientali. L’Iran si candida infatti a diventare un protagonista della scena regionale e internazionale, costringendo gli Stati vicini – soprattutto Israele e Arabia Saudita, ma non solo – ad adattarsi ai nuovi equilibri.

Il quarto governo Netanyahu, il più a destra possibile

Al limite dei tempi prescritti per la formazione della coalizione di governo, Netanyahu ha presentato una compagine governativa con una maggioranza risicata, di tendenza sempre più estremista e che include più “nemici” da cui guardarsi che amici del premier. Sarà un governo esposto ai ricatti e poco o niente interessato a trovare una soluzione alla questione dei due Stati.

La vittoria di Netanyahu e l’oscuro futuro di Israele

Dopo la chiara vittoria ottenuta alle elezioni della Knesset della scorsa settimana, Netanyahu si appresta a formare un nuovo governo. Le dichiarazioni che hanno preceduto il voto fanno però temere che le prospettive per una soluzione del conflitto israelo-palestinese siano sempre più cupe.

Europa e riconoscimento dello Stato palestinese. Continuità o rivoluzione?

Il recente riconoscimento dello Stato palestinese da parte di alcuni paesi europei non va interpretato tanto come un netto cambiamento di rotta da parte delle diplomazie europee, quanto come un’indicazione della volontà di rimettere la questione ai primi posti dell’agenda internazionale dell’UE.

Stato palestinese: l’importanza politica dei simboli

Il nuovo governo svedese ha deciso di riconoscere lo Stato palestinese. E il Parlamento britannico ha chiesto al governo Cameron di fare altrettanto. Si tratta di gesti per lo più simbolici che devono essere seguiti da un maggiore impegno da parte della comunità internazionale e soprattutto dell’Unione europea.

La Terra dei bambini non esiste più

La notte fra il 29 e il 30 luglio è stata colpita una scuola dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, causando oltre venti morti. Il 17 luglio scorso era stata Terra dei bambini, una scuola costruita dalla ONG Vento di Terra grazie alla cooperazione italiana, a essere distrutta dalle ruspe israeliane. Pubblichiamo un articolo del presidente di Vento di Terra che denuncia una palese violazione del diritto internazionale.

I nodi di Israele, tra estremismi e offerte europee

La drammatica vicenda dei tre ragazzi israeliani rapiti e assassinati e della successiva uccisione del giovane palestinese rappresenta un nuovo episodio nelle tormentate relazioni israelo-palestinesi, dopo il collasso dei negoziati condotti dal segretario di Stato americano Kerry. Gli eventi hanno anche messo in luce come il governo israeliano sia stretto in una morsa fra le forze radicali che ne fanno parte e le pressioni internazionali per un ripristino dei confini ante 1967.

Israele, il conflitto siriano e il mosaico mediorientale

Le primavere arabe e le recenti elezioni presidenziali iraniane hanno profondamente alterato il panorama dei regimi mediorientali, mettendo in moto un lungo e complesso processo di cambiamento che, pur non coinvolgendo direttamente Israele, avrà effetti sullo Stato ebraico e sul Processo di pace. Vecchi amici di Israele sono stati spazzati via dalle manifestazioni di piazza, vecchi – ma affidabili – nemici rischiano la medesima sorte, ma dopo un drammatico bagno di sangue, mentre cambia anche l’approccio di Stati Uniti e Unione europea al conflitto israelo-palestinese, facendo venire meno alcune certezze del governo israeliano e riducendo la libertà di manovra di Netanyahu.

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