Convegni

Rossobruno

L’alleanza o convergenza o sintesi tra il “rosso” e il “nero” – tra gli op­posti radicalismi prodotti dalla modernità post Rivoluzione francese – è stata la grande tentazione-illusione ideologica del Novecento: da un lato ha partorito formule, scuole e orientamenti di pensiero d’ec­centrica originalità (dal nazional-bolscevismo al nazi-maoismo, dal fascismo di sinistra al socialismo nazionale, dalla rivoluzione conser­vatrice all’anarchismo di destra, dal socialismo prussiano al sovrani­smo di sinistra), dall’altro ne sono scaturiti esperimenti politici tanto arditi quanto spesso velleitari e votati a un tragico fallimento.

Razzismo

Per razzismo, in genere, si intendono tutti quei rapporti sociali fondati sull’oppressione e lo sfruttamento, giustificati da un complesso ideologico che naturalizza relazioni diseguali fondate sulla discriminazione razziale, da cui deriva la subordinazione di un gruppo sociale a un altro. La stessa tesi della vigenza di una società post ideologica nasconde, in realtà, un’ideologia di fondo che agevola la penetrazione e la diffusione, nella cittadinanza, attraverso l’azione della sua classe dirigente (in particolare politica e imprenditoriale), di tesi, comportamenti e norme che altrimenti resterebbero sostanzialmente periferiche e marginali, proprio come il razzismo, lo sfruttamento lavorativo e l’esclusione di colui che è considerato “non gradito e non titolare di diritti”.

Sconfittismo

Nel suo dizionario della lingua italiana Tullio De Mauro così definisce lo sconfittismo: «sentimento di delusione e disimpegno conseguente alla perdita di credibilità di una posizione politica o ideologica ». Se ne danno, nella storia italiana, svariati casi. Mario Isnenghi, ad esempio, ha parlato di sconfittismo per descrivere il senso della sconfitta incipiente che si impadronì delle classi dirigenti italiane prima del 25 luglio del 1943, spingendole a revocare non solo la fiducia che avevano malamente riposto nel fascismo ma anche l’investimento sulla nazione, per spostarlo sul nuovo ordine sovranazionale che si profilava all’uscita dalla seconda guerra mondiale. Alla sconfitta si aggiungeva così un sentimento misto di rinuncia, autogiustificazione e dismissione di responsabilità, da parte di chi pure ne aveva molte e pesanti. Lo sconfittismo è precisamente questo: un crogiolarsi nella sconfitta facendone un destino, invece di analizzarne le ragioni e assumersene le responsabilità.

Rabbia

Sulla rabbia pende da secoli un duplice giudizio. Da un canto è vista come quell’impeto che acceca, fa perdere il lume della ragione, la lucidità e l’autocontrollo, dall’altro viene indicata come la risposta inevitabile, e per certi versi necessaria, a un’offesa subita, a un torto, a un’ingiustizia. Inibire, dunque, la rabbia o assecondarla? Reprimerla del tutto o tentare di gestirla?

L’interrogativo riguarda tutte le passioni che non si possiedono, ma dalle quali si è posseduti. L’ira epica di Achille, con cui si apre l’“Iliade” e si inaugura la letteratura europea, sembra scaturire da un’origine divina, provenire da un’energia primaria e inesplicabile. È perciò vano pretendere di sottrarsi a quella forza che scuote il corpo e fa ribollire il sangue. Si capisce perché sia andata prevalendo l’esigenza di contenere e indirizzare una passione che, se ripiegata su di sé, può avere conseguenze esiziali suscitando risentimento o provocando ritorsione. In breve, se altre passioni, tristi o non tristi, hanno uno stigma negativo, la rabbia, condannata nei suoi eccessi, viene giustificata, e anzi ritenuta giusta se, al momento opportuno e nei modi dovuti, reagisce a una sopraffazione, argina uno strapotere, ripristina l’equilibrio.

Autorità

Il concetto di autorità, in qualsiasi ambito lo si consideri, privato o pubblico, implica il problema del rapporto con il potere e, di conseguenza, la legittimità di quest’ultimo, tanto più in un’epoca come la nostra, di crisi dei fondamenti stessi della democrazia, a cominciare dall’esercizio del voto. Una questione ancora più complessa in un paese come l’Italia, di (relativamente) recente formazione nazionale e delle sue istituzioni repubblicane e con una tragica esperienza di governi autoritari e dittatoriali, tradottasi in una relazione non semplice tra cittadini e Stato. È questo il nodo tematico alle origini stesse della politica, la giustificazione del potere. Infatti, come scrisse il grande politologo inglese Martin Wight, «il potere non si giustifica da solo: deve esserlo attraverso un riferimento a qualche fonte esterna o superiore a esso, trasformandosi così in autorità». Nel passaggio sette-ottocentesco dagli Stati assoluti e dalle società di antico regime alle moderne democrazie parlamentari, espressioni di società di massa fondate su interessi di classe, il ruolo di mediazione tra rappresentati e rappresentanti è stato in gran parte assunto dai partiti.

Sciopero

Il Novecento si era aperto con “Il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza, terminato nel 1901 e dipinto dall’autore nella sua Volpedo, un centro agricolo dell’alessandrino. Nelle parole dell’autore si trattava di «un quadro sociale rappresentante il fatto più saliente dell’epoca nostra, l’avanzarsi fatale dei lavoratori». Rappresentava braccianti agricoli ma nello svolgersi del secolo è divenuto l’immagine del movimento di massa tout-court e ai personaggi sono state messe tute blu da operai, divise da macchinisti, cuffie da call center. È divenuta la rappresentazione classica del modo con il quale lo sciopero, la modalità tipica dei conflitti di lavoro, si manifesta oltre i cancelli delle fabbriche e i portoni degli uffici.

Controrivoluzione

La Rivoluzione francese non è stato un episodio tra gli altri della storia universale, cruento e tragico come spesso se ne registrano negli annali. Ma l’evento – frutto di un profondo e lungo scavo sul piano delle idee e della mentalità collettiva più che di un’esplosione improvvisa di violenza popolare – che ne ha cambiato drasticamente il corso. Essa non ha determinato soltanto la fine di una monarchia secolare o l’avvicendamento al vertice della piramide sociale del ceto aristocratico-feudale con quello borghese-mercantile, ma l’avvento di un nuovo principio di legittimazione del potere, di un nuovo modello di sovranità politica, svincolati da qualunque riferimento sacrale e trascendente; ne è derivato un ordine artificiale e profano che ha scalzato quello naturale edificato nei secoli nel rispetto dei dettami della Scrittura e dell’autorità della Chiesa. Tutto ciò non configura solo un cambiamento radicale negli equilibri sociali e nelle istituzioni, ma un’autentica catastrofe culturale che rischia di condurre al dissolvimento la civiltà europea e mondiale.
È a partire da un simile giudizio storico, intransigente e dogmatico, non privo di accenti apocalittici e di furori misticheggianti, che all’indomani della decapitazione di Luigi XVI comincia a svilupparsi, negli ambienti della nobiltà francese costretta all’esilio dall’estremismo giacobino, la corrente del pensiero cosiddetto “controrivoluzionario”.

Paura

Le due più importanti decisioni democratiche del 2017 – la Brexit e l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca – sono state dominate dalla retorica della paura: dell’immigrazione nel primo caso, e del declino del benessere senza apparente via d’uscita nel secondo. Una retorica alimentata ad arte dai politici e dagli esperti di comunicazione per conquistare l’audience e rastrellare voti. La paura del terrorismo islamico, e quella più indistinta di essere invasi dai disperati che giungono alle nostre porte, domina l’opinione pubblica e le politiche dei governi nei paesi occidentali. Complici gli effetti di quella che è la più distastrosa e lunga crisi economica dopo la Grande depressione, la paura può essere cattiva consigliera. Come dimenticare le descrizioni manzoniane della folla affamata e inferocita che assaltava i forni o di quella debilitata dalla peste che favoriva il contagio reagendo irrazionalmente alla paura del contagio?

Ius soli

Da settimane il dibattito politico appare polarizzato intorno al tema della cittadinanza, e più precisamente dell’acquisto della cittadinan­za da parte dei minori. L’arrivo al Senato della discussione sul testo licenziato dalla Camera dei deputati nel lontano ottobre del 2015 è stato occasione di polemiche fuori misura dentro e fuori l’Aula par­lamentare. Ma perché tanta violenza e paura, vera o strumentale che sia? Può davvero creare tanto allarme una normativa che ha come destinatari ragazzi e ragazze nati e/o cresciuti in Italia, che vivono, studiano e crescono insieme ai nostri figli?

Sovranismo

Per sovranismo si intende una istanza affiorata con i nuovi movimenti euroscettici di protesta che puntano a recuperare margini di determinazione politica nazionale entro uno spazio economico sconfinato che ha fortemente ridimensionato gli attributi e le simbologie classiche del pubblico potere. Sul piano politico la richiesta di una riappropriazione dello scettro, secondo una riproposizione della legittimazione ascendente del potere che è considerato legittimo solo se promana dal basso, fa parte dell’agenda di soggetti politici, in senso lato populisti, che imputano all’alto, al tradimento dell’élite o a “un colpo di Stato sovranazionale” (Étienne Balibar), la perdita di autonomia decisionale dinanzi a processi finanziari, economici, migratori capaci di sgretolare i pilastri della convivenza civile. Non sono soltanto processi oggettivi dell’economia a restringere le prerogative delle autorità ma a espropriare le competenze del sovrano contribuiscono anche decisioni strategiche che impiantano i pilastri del liberismo come affrancato dalla copertura politica.

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