Convegni

Per una nuova prospettiva politica

Finalmente sembra aprirsi una discussione nella sinistra e nel Partito Democratico sulle ragioni della sconfitta del 4 marzo e sulle prospet­tive sul futuro. C’è voluta la spinta di quelle migliaia di militanti della sinistra che, dopo mesi di frustrazione, sono tornati in piazza. Certamente si può e si deve ripartire da questa generosa volontà di tornare in campo, dalla disponibilità a impegnarsi, dal bisogno di tante persone che la sinistra torni a esserci e a dire la sua sulle prin­cipali questioni del paese. C’è voluto molto tempo perché tornasse a manifestarsi qualche segnale di vita, tuttavia credo si debba guardare con rispetto alla vicenda travagliata e confusa che il Partito Demo­cratico e la sinistra italiana nel suo complesso stanno vivendo dal 4 marzo. Sarebbe troppo facile abbandonarsi a un giudizio liquidato­rio, ma non può essere questo il modo di ragionare di chi abbia a cuore non solo gli ideali e i valori della sinistra ma anche l’avvenire della nostra democrazia.

Sinistra, quali prospettive

Le difficoltà in cui versano la sinistra italiana e quella internazionale sono evidenti, e sono serie. Nonostante la crisi del capitalismo liberista manifestatasi con il crollo del 2007-08, e il riflusso della globalizzazione, la sinistra non sembra in grado di recuperare identità e iniziativa, travolta dalla sua adesione acritica al pensiero economico dominante negli ultimi dieci-venti anni.
Era già successo dopo la crisi del 1929, con la differenza che allora un’alternativa praticabile sembrava possibile, data la presenza del modello socialista rappresentato dall’Unione Sovietica. Oggi l’unica alternativa che si presenta sembra essere la scelta tra soluzioni neonazionaliste e sostanzialmente autoritarie e un arroccamento difensivo delle élite dei vari paesi.

Il lavoro è uno e i diritti sono di tutti

La FIOM-CGIL nel pieno della crisi economica, sociale e politica del paese ha scelto parole d’ordine chiare: l’apertura, il confronto, la contrattazione collettiva, la riunificazione della rappresentanza attraverso la democrazia. Con questi punti fermi dal 2008 in poi abbiamo affrontato il sistema delle imprese che avevano confermato la strada dei contratti separati. Il punto più grave di questa determinazione è stato la scelta compiuta nel 2010 dal più grande gruppo industriale
del paese, la Fiat, di uscire dal sistema delle relazioni sindacali e dal contratto nazionale e di privare i lavoratori della democrazia togliendo loro la libertà sindacale. Contemporaneamente, una parte delle imprese ha utilizzato la crisi per tentare di cancellare i diritti raggiunti con la contrattazione, attraverso la disdetta e la rimessa in discussione degli accordi e con il ricatto sul lavoro.

Liberismo, Stato e Riforma Fiscale al tempo della crisi

La crisi finanziaria del 2007, scoppiata negli Stati Uniti e diffusasi nel 2010 in Europa come crisi dei “debiti sovrani”, ha acceso vecchi e nuovi dibattiti intorno alle distorsioni proprie del modo di produzione e di accumulazione capitalistico nelle economie avanzate, al ruolo della finanza come motore dell’economia globale e alle conseguenti e crescenti diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza tra classi sociali.
I persistenti effetti della crisi hanno di fatto fornito nuova linfa alla riflessione in campo economico e politico sulle possibili riforme da mettere in campo e sul ruolo che gli Stati possono assumere nell’attuale contesto di oscillazione tra fasi di avanzamento e minacce di arretramento rispetto al processo di globalizzazione, anche alla luce delle sfide imposte da vecchie e nuove questioni quali l’impatto non neutrale del cambiamento tecnologico sui fattori produttivi e sul mercato del lavoro – sia a livello nazionale che in termini di divisione internazionale del lavoro – e il ruolo della finanza come terreno fertile per la creazione di rendite slegate dall’andamento della produzione e dell’economia reale nei paesi a capitalismo avanzato.

La Sinistra di fronte all’obsolescenza del suo approccio al reale

Nella sua storia secolare la sinistra occidentale ha seguito diverse idee guida, di variabile consistenza: la collettivizzazione della proprietà dei mezzi di produzione, la pianificazione generale, la programmazione democratica, lo Stato imprenditore e il welfare pubblico, e poi la liberalizzazione dei movimenti dei capitali, delle merci e, meno, delle persone, le privatizzazioni delle partecipazioni statali e del welfare, l’impresa come generatrice di valore per gli azionisti, la scoperta della concorrenza. Le prime di queste idee guida appartengono alla radice comunista della sinistra, altre a quella socialdemocratica, altre ancora sono state riprese dalla cultura politica della destra e dall’ideologia liberista e fatte proprie da una sinistra in crisi d’identità da trent’anni. Potremmo disquisire sull’impatto che tali idee hanno avuto sulle persone e sulle istituzioni politiche.

Sovranità costituzionale, bussola per una navigazione difficile

Non siamo in una fase ordinaria. I problemi, in politica come nella vita, vanno affrontati. Se rimossi, ritornano. È tempo di verità ama-re, purtroppo. Ma non di disperazione. Non di rassegnazione. Siamo in una fase dove, prima dei punti programmatici, anche prioritari, vanno riconosciuti i nodi sistemici, di quadro storico-politico. Prima delle policies, va condivisa un’analisi e vanno reimpostate le coordi-nate culturali e politiche per la controffensiva.

Si è chiuso un ciclo storico. Il post ‘89 doveva essere la “fine della Storia”, il trionfo delle liberal-democrazie rimaste senza alternative di sistema. Invece, è stato un “trentennio inglorioso”, caratterizzato in tutte le “economie mature” da due fatti interconnessi: da un lato, la dismissione dei principali strumenti regolativi dello Stato nazionale e, conseguentemente, la marginalità politica, finanche la scomparsa, di tutti i partiti della famiglia socialista europea (a parte, non a caso, il Labour rigenerato culturalmente prima che politicamente come sinistra nazionale e popolare da Jeremy Corbyn);

Il gioco di specchi delle riforme

Occorre non usare più il termine “riforma”. La controrivoluzione liberista iniziata con Bill Clinton e Tony Blair, seguaci inconsape-voli di Milton Friedman negli Stati Uniti e di Walter Eucken (che nessuno aveva letto) e di Jean Monnet in Europa, tra “théorie de la régulation” da un lato e “Ordoliberalismus” dall’altro (che nessuno sapeva cosa fossero perché oggi tutti parlano e leggono solo la lingua facile delle scimmie), ha trasformato anche il senso etimologico del mondo.
Cosicché “riforma” indica la direttiva eurotecnocratica oppure la de-cisione del Fondo monetario internazionale, Fondo che già sin dal suo sorgere nel 1945 a Bretton Woods preconizzava ciò che sarebbe divenuto il verbo della deflazione secolare che si è inverata senza col-po ferire. Come è noto Lord John Maynard Keynes fu sconfitto a Bretton Woods da uno stolido funzionario nordamericano che ben delineò il futuro del Fondo.

Il piano del lavoro, una riforma per trasformare il capitalismo

Come e quanto il neoliberismo e la finanziarizzazione hanno modi­ficato il rapporto fra capitalismo e nuova economia, fra capitalismo e democrazia? Quale potrebbe essere la “riforma-chiave” – ispirata da una visione generale – in grado di trasformare radicalmente lo stato di cose presenti? L’urgenza maggiore, infatti, per le forze pro­gressiste e di sinistra risiede nella necessità di liberarsi dalla sogge­zione a un blairismo più o meno vetero, magari rieditato sotto for­ma di macronismo e di indistinto “repubblicanesimo”,1 e di uscire da un silenzio, un’inerzia, una cura di spiccioli affari di bottega che durano ormai da troppo tempo e le condannano alla scomparsa,2 attivando, al contrario, un cantiere culturale alternativo di vastissima portata, in grado di generare pensiero, analisi, linguaggi di altissimo profilo.

Una sola domanda

Il governo Lega-Movimento 5 Stelle è all’opera da alcuni mesi. In che cosa consista questa opera lo si sta capendo giorno dopo giorno. Il dato impressionante è stato, fin dalle prime settimane, l’impronta di destra che ha voluto dargli Matteo Salvini, alla ricerca della leadership incontrastata della nuova destra e socio fondatore dell’Internazionale nera.

Una narrazione alternativa per ricominciare

Opporsi vuol dire anzitutto fronteggiare la parte che governa, arginandone il potere, segnandone nitidamente i limiti. In modo che per ognuno sia chiaro che la comunità in cui vive è una comunità democratica. Se si assottiglia lo spazio di gioco dell’opposizione, si riduce la democrazia. Il primo compito dell’opposizione è dunque quello di salvaguardare la dialettica interna. Il che oggi non è più così ovvio. I tentativi di restringere, o addirittura eliminare, quello spazio di giocosono molteplici e diversificati.

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