Leggi elettorali e rendimento dei governi

È ormai opinione largamente condivisa, in dottrina come nella pubblicistica, che in materia di legge elettorale non si possa giungere a indicare soluzioni valide per ogni tempo e per ogni sistema politico, e che la maggiore o minore bontà di una legge vada giudicata in relazione all’assetto istituzionale in cui essa opera. In particolare in relazione alla forma di governo adottata e alle modifiche del sistema partitico che si ritenga necessario promuovere. Ed è opinione altrettanto condivisa che ogni sistema elettorale debba assolvere oltre che a funzioni simboliche di legittimazione delle istituzioni, anche a quelle – sovente tra di loro alternative – di consentire la formazione di stabili ed efficaci maggioranze di governo e di rappresentare quanto più fedelmente possibile la molteplicità delle posizioni politiche presenti nel paese.

 

L'illusione delle primarie

La crescente richiesta di introdurre, nel nostro sistema politico, l’istituto delle primarie – da taluni presentato quasi quale antidoto salvifico alla crisi dei partiti – rischia di essere acriticamente accolta. Essa merita invece alcune considerazioni relativamente a presupposti, ambito d’applicazione e conseguenze di tale istituto. Le primarie si sviluppano negli Stati Uniti in risposta all’esigenza di contrastare la machine politics – il predominio cioè degli apparati di partito sulla selezione delle candidature – o sostituendosi ai caucus, a una selezione cioè affidata alla concertazione tra i notabili dell’establishment partitico. Come tali, le primarie sono tipiche di una specifica fase di sviluppo della politica: mentre il caucus è tipico dei piccoli numeri, le primarie funzionano in presenza di una grande domanda di partecipazione politica e di un sistema partitico forte e strutturato rispetto al quale le primarie rappresentano un opportuno contrappeso.