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Riccardo Lombardi e la fine del Partito D’azione

Sono passati settant’anni da quando si è chiusa, anche formalmente, la vicenda del Partito d’Azione. Fu infatti nel novembre del 1947 che la maggioranza del Pd’A decise di confluire nel PSI allora guidato da Lelio Basso, ma egemonizzato da Pietro Nenni e Rodolfo Morandi. Certo, rispetto al peso militare conquistato nella Resistenza dalle brigate Giustizia e Libertà e a quello intellettuale della stessa GL nell’esilio antifascista, già il risultato delle elezioni per la Costituente aveva rappresentato per gli azionisti un severo ridimensionamento delle proprie ambizioni politiche. Tuttavia i limiti delle forze tradizionali del movimento operaio parevano alla dirigenza del Pd’A ancora irrisolti, per cui l’ipotesi dello scioglimento del partito non si pose all’ordine del giorno fino alla scissione del PSIUP di palazzo Barberini. Fu la divisione del socialismo italiano in due tronconi – quello socialdemocratico guidato da Saragat e quello frontista guidato dal trio Basso/Nenni/Morandi – a portare a definitiva maturazione la crisi azionista. Il percorso che condusse alla confluenza nel PSI non fu né lineare né tanto meno esente da traumi e lacerazioni anche personali. Di questi ondeggiamenti fu pienamente partecipe anche il leader riconosciuto del partito, Riccardo Lombardi. Ma se nel mese di novembre si giunse infine alla confluenza – e all’inserimento dello stesso Lombardi e di Alberto Cianca nella direzione socialista, pur senza diritto di voto – fu proprio grazie alla definitiva inclinazione dell’allora segretario del Pd’A verso l’accordo con l’ala sinistra dello schieramento socialista italiano.

L’estate della politica italiana

Il riassunto delle puntate precedenti della politica italiana questa volta comprende tutta l’estate. Solitamente, sempre da un osservatorio politico e che si occupa esclusivamente di politica, le estati possono essere di due tipi. Il primo tipo è l’estate balneare in cui nulla accade, l’informazione va a caccia di dichiarazioni con cui attirare l’opinione pubblica più golosa di politica, prendono la parola le mezze figure che occupano uno spazio altrimenti dominato da protagonisti più importanti o famosi. C’è poi, invece, l’estate in cui si fissano punti politici che riempiranno l’agenda successiva o addirittura che segneranno una svolta di indirizzo nel dibattito politico.
L’estate che abbiamo alle spalle ha avuto questa seconda caratteristica, diventando la fase cruciale, finora, di questo 2017. Tre questioni l’hanno occupata. Migranti, assetto del centrosinistra, possibile riunificazione della destra. Questo memorandum non propone analisi politiche ma ricostruisce tendenze sottolineandone, quando c’è, l’elemento di novità.

Gli orizzonti della sinistra

Oggi più che mai è importante, per una sinistra che si richiami ai principi del socialismo, riprendere il tema delle coordinate di azione e del posizionamento ideale per capire quale “modello” di un futuro differente e cambiato radicalmente sia ancora possibile perseguire come sfida interna al sistema capitalistico. Un modello che informi discernibili punti programmatici, orienti i cardini di una battaglia politica e tracci la demarcazione di una identità che distingue “noi” e “loro”.

Socialism: Do You Remember?

Perché è necessario recuperare il “socialismo”, al netto delle sue declinazioni partitiche, nel caso italiano? In fondo, con l’eccezione della penisola iberica, i partiti socialisti sono in serie difficoltà un po’ ovunque in Europa. In realtà, se consideriamo il termine socialismo quale importante richiamo ad aspirazioni di giustizia che hanno attraversato la storia dell’Occidente e all’idea di “portare avanti quelli che sono nati indietro”, la sua attualità sta proprio nell’esigenza di prendere sul serio l’impegno a combattere le diverse forme di esclusione e diseguaglianza che hanno impoverito e reso meno sicure le nostre società, nella consapevolezza che il benessere o è collettivo o non è.

Figli della crisi

Una generazione figlia della crisi, alle prese con tassi di disoccupazione enormi e crescenti, soprattutto nel Mezzogiorno, con diseguaglianze sempre più grandi e un welfare in via di smantellamento ha bisogno di reagire e di immaginare un’alternativa: un mondo in cui la ricchezza prodotta venga distribuita, così che tutti abbiano la possibilità di emanciparsi e godere davvero della propria libertà, senza sentirsi mai sotto ricatto di qualcosa e di qualcuno; un mondo in cui i servizi primari vengano garantiti e in cui l’obiettivo comune sia mandare avanti tutti, soprattutto quelli che sono rimasti indietro.

La nuova sinistra socialista nella stampa anglosassone

Sulla stampa anglosassone, anche di orientamento conservatore e liberale, trovano sempre più spazio argomenti e idee propri di una sinistra d’ispirazione socialista. Che siano il “Financial Times”, il “Guardian”, il “New York Times” o “The Nation”, sulle loro pagine si incontrano ormai frequentemente analisi vicine a una certa sensibilità politica, anche quando non si sta parlando di Bernie Sanders o Jeremy Corbyn. Quelle idee, di stampo socialista, socialdemocratico, laburista, diventano visione, prospettiva, costituiscono la vera e propria chiave di lettura di alcuni articoli dedicati alle questioni sociali ed economiche. E tornano a essere considerate credibili.

A Right Divided Can Stand. La “frattura solida” della destra americana

Negli ultimi anni la base più conservatrice dei repubblicani ha lentamente e inesorabilmente esercitato un’egemonia culturale all’interno del suo partito, polarizzando temi che sono sì nella natura del convivere statunitense, ma che stanno assumendo misura e aspetti decisamente accentuati. Dalla riforma sanitaria fallita alla violenza che cresce, dagli scontri all’interno della Casa Bianca ai contrasti nel mondo dei media, la destra americana dell’era Trump si trova di fronte a una frattura che nessuno sembra in grado di ricomporre. Cosa potrebbe accadere allora se con la fine della doppia influenza di repubblicani classici e nuovi nazionalisti rimanesse solo la rediviva white identity a dare forza alla presidenza Trump?

Fenomenologia della base trumpiana

Con i suoi tweet, i suoi comizi e le sue conferenze stampa, Trump offre al suo pubblico ciò che vuole. Non gli interessa avvicinare una base elettorale moderata e/o indipendente, non cerca consensi al di fuori del suo elettorato perché è più importante il consenso che permane rispetto a quello che, secondo numerosi sondaggi, continua a perdere. Ma in definitiva chi sono i sostenitori di Trump? E soprattutto che cosa rappresenta per loro il presidente americano?

La sinistra tra falsi miti e sogni perduti dell’America Latina

Che cosa vede la sinistra europea nell’America Latina? Soprattutto quella “redentiva”, che ha sempre avuto un debole per il continente latinoamericano, al punto da erigerlo a mito da compatire e redimere, da sedurre e poi abbandonare, ma anche quella riformista, che nella democrazia liberale e nel mercato crede, seppure cerchi di rendere più inclusiva la prima e di governare il secondo. Per entrambe l’America Latina è un folclorico calderone rivoluzionario, privo di tradizione democratica. Sarebbe ora che l’intera sinistra facesse un serio sforzo per riconsiderare e superare i sogni, le utopie e i miti latinoamericani.

L’identità della sinistra e i valori dello ius soli

Non è difficile vedere quali sono le basi strutturali di fenomeni migratori che ci accompagneranno per un periodo certamente non breve. Innanzitutto la demografia, che unita al dislivello delle condizioni materiali di vita delle persone tra i paesi di origine e quelli di approdo dei migranti, crea un movimento paragonabile a quello dei vasi comunicanti e ineludibile come in fisica. Ci sono poi, nelle fasi di globalizzazione, elementi che accelerano queste dinamiche: la crescita parossistica delle diseguaglianze, che abbiamo già richiamato e la diffusione delle tecnologie, che arrivano alla portata delle situazioni più precarie e indebolite, insieme realizzano l’idea di un mondo che si fa più piccolo, più conoscibile e più avvicinabile.

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