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La sinistra dopo il terremoto nelle urne del 4 marzo

All’indomani dell’esito delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 le metafore usate per commentare i risultati si sono sprecate, dall’alluvione all’ondata fino all’evocazione del terremoto, quasi che ci trovassimo di fronte a un comportamento degli elettori non spiegabile con gli strumenti critici e analitici ordinari.

Eppure già in occasione delle elezioni del 2013 il sistema politico italiano era stato colpito da un evento straordinario, e inaspettato per le sue dimensioni, con l’esplosione del Movimento 5 Stelle, primo partito al debutto con oltre 8 milioni di voti, pari al 25,6%, un risultato senza precedenti nella storia elettorale d’Europa. A cinque anni di distanza si è registrato nelle urne un nuovo terremoto, caratterizzato questa volta da una doppia, violenta scossa, perché alla riconferma del primato di M5S, che supera abbondantemente il “muro” dei 10 milioni dei voti e sfiora il 33% dei consensi, si accompagna l’avanzata in tutta la penisola della Lega, che con oltre 5 milioni di voti vince per la prima volta la competizione interna al centrodestra.

La sinistra vittima del pensiero debole

Questo contributo ha preso forma mentre la crisi che si è aperta dopo il voto continua ad avvitarsi. Lo stallo dura ormai da quasi tre mesi e ogni giorno si susseguono colpi di scena. È impossibile, al momento, prevedere se nascerà un governo, quanto potrà durare e quali riforme sarà in grado di mettere effettivamente in campo. Sono troppe le variabili in gioco, molte delle quali esogene ai protagonisti politici. Se, al contrario, si tornerà al voto, è difficile immaginare con quali geometrie politiche e quali potrebbero essere gli esiti elettorali. Scomporre le diverse coalizioni e sommare le singole percentuali, cercando di calcolarne il peso elettorale (come si fa ipotizzando un’alleanza elettorale M5S-Lega) è un esercizio inutile, perché questa è l’epoca dei legami deboli e del consenso provvisorio e gli “zoccoli duri” che rappresentavano le basi del consenso dei partiti del Novecento non esistono più.

Not with a whimper but with a bang

Fino alle recenti elezioni si è considerato che l’irrompere di Forza Italia nel 1994, con quanto ne è successivamente derivato, sia stato l’evento politicamente più rilevante per l’Italia repubblicana in termini di scomposizione degli elettorati ed emersione di nuove forze politiche. Recentemente – a seguito delle elezioni politiche del marzo 2018 – la portata di quest’ultima tornata elettorale viene con sempre maggior frequenza accostata al 1994. In realtà, per quantità e qualità, essa appare di magnitudo assai più potente e, alla luce di alcune circostanze, più carica di definitività della precedente.

L’avvento di Forza Italia ha come antefatto un primo passaggio elettorale, quello del 1992, e uno successivo, determinante, nel 1994. In sette anni (prendendo come punto di partenza il 1987) e in due diverse riprese si consuma una scomposizione-ricomposizione che vede migrare dalla famiglia politica di centrosinistra/sinistra verso il centrodestra/destra circa 4 milioni di voti, cui se ne aggiungono ulteriori 7.200.000 provenienti dall’area laica e da quella democristiana. Complessivamente, quindi, in due scossoni circa 11 milioni di voti cambiano di segno. Sarà il 1996 a scomporre quanto residua dei Popolari e dell’area Segni, collocandoli all’interno del campo di centrosinistra o in quello di centrodestra.

Sovranità non è una parola maledetta

Il voto del 4 marzo 2018 ha avuto un duplice e micidiale significato per tutte le forze variamente collocate a sinistra. Vi è il dato quantitativo, che segnala il peggior risultato di un’intera area in tutta la storia repubblicana, e vi è un dato qualitativo, caratterizzato dal definitivo mutamento della composizione geografica e sociale del voto a sinistra, con un andamento sorprendentemente parallelo, che riguarda PD, LeU e perfino Potere al Popolo. I risultati migliori vengono ottenuti nei centri delle aree urbane, connotati da più alti livelli di reddito e di istruzione, mentre nelle periferie e nelle aree interne, dove è più forte e concentrato il disagio sociale, le percentuali si inabissano abbondantemente sotto la media.

I protagonisti della fine di un mondo in ottanta giorni

Questo film che vi racconto è stato girato per ottanta giorni circa. Il finale sarà scritto dopo. Voi lo conoscete, io, mentre scrivo, no. Di questo film ci interessano più i veri protagonisti che la trama. E i protagonisti sono Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.

Cominciamo dal primo. «Si sta scrivendo la storia e ci vuole un po’ di tempo». La frase di Luigi Di Maio, pronunciata il 13 maggio alla fine del terzo incontro con Matteo Salvini trabocca di enfasi e velleitarismo. Tanto più perché pronunciata all’uscita dallo studio del commercialista, deputato M5S e legato alla Casaleggio Associati, Stefano Buffagni. Il luogo è emblematico perché c’è un “contratto” di governo che i due leader in quei giorni dovrebbero assembleare. Le location extraparlamentari degli oltre ottanta giorni dello “stallo” (la definizione è del presidente Mattarella), dallo studio Marcucci nella romana via Veneto, luogo renziano, alla sede della Casaleggio Associati di Milano centro, al Pirellone all’Hotel NH, allo studio del commercialista, potrebbero da sé raccontare gli orizzonti fisici e sentimentali dei protagonisti, i loro paesaggi dell’anima.

Dalla Lega Nord a Salvini

Nell’autunno di dieci anni fa, la professoressa Anna Maria Testa mi propose di incontrare i suoi studenti di Linguaggi della comunicazione all’Università Bocconi. Conoscendo i miei rapporti con la Lega, mi chiese di invitare anche un loro esponente per rendere più interessante la lezione. Si sorprese un po’ quando le dissi che sarei andato con Matteo Salvini. Altri leghisti, Maroni, Calderoli, Giorgetti, svolgevano funzioni politiche più importanti. Con Maroni peraltro c’era e c’è un’amicizia solida. Con Giorgetti ho condiviso gioie e dolori stando in tribuna a tifare per il Varese calcio. Andai con Salvini. Nel dicembre 2008 incontrammo gli studenti, rispondemmo alle loro domande raccontando come comunicavamo le nostre idee e proposte. Non credo, allora, di aver visto male. Il tempo dirà se, oltre a essere un ottimo comunicatore e uno scaltro leader politico, sarà anche un uomo di governo capace. Un dato è certo. La Lega di Salvini non è quella delle origini. La storia della Lega, il più vecchio partito italiano, si identifica totalmente con quella di Umberto Bossi, dalla sua fondazione, il 16 marzo 1982, presso lo studio notarile di Franca Bellorini a Varese, all’11 marzo 2004, quando un grave malore colpì il leader indiscusso del Carroccio. Da quel giorno nulla è stato più come prima.

Siamo della FIOM ma la sinistra è lontana da noi

In provincia di Varese la Lega ha una storia lunga. Qui ha mosso i suoi primi passi negli anni Ottanta e già un quarto di secolo fa, alle elezioni provinciali del 1993, sfiorava la maggioranza assoluta con il 49%. Di Varese sono il fondatore ora accantonato Bossi, i governatori della Lombardia Maroni e Fontana, molta della classe dirigente che ha ricoperto ruoli amministrativi, di governo e di gestione di imprese partecipate. Alle elezioni del 4 marzo la Lega ha ottenuto il 29,5% (poco meno di 150.000 voti). Da sempre molto diffuso è il voto leghista tra gli addetti dell’industria (in cui lavora il 33% degli occupati in provincia, contro il 26% della Lombardia e il 20% nazionale) e nel mondo operaio, con numerosi elettori della Lega tra gli iscritti alla FIOM-CGIL. Sulle ragioni del voto del 4 marzo ho raccolto le opinioni di Remo (50 anni), Vittorio (59 anni, appena pensionato), Franco (30 anni), Alberto (43 anni) e Giuliano (48 anni).

Come funziona il M5S e perché vince

A molti il Movimento 5 Stelle sembra un evento inspiegabile come la “venuta degli Hyksos”, e in tanti si chiedono il perché del loro successo. Proviamo a spiegarlo.

Il M5S non viene dal nulla: è il figlio (o il nipote) dell’ondata populista nata nei primi anni Novanta a opera di Pannella, Occhetto e Segni, portatori di uno schema politico plebiscitario, simil-presidenzialista, basato su soggetti fluidi raccolti intorno a un leader. La seconda Repubblica è nata e ha vissuto all’insegna del populismo. Ha poi avuto una ulteriore svolta, con l’attuale iperpopulismo, grazie al mix fra la comparsa del media ultrapopulista, il web, e la crisi finanziaria del 2007-08.

Come si diventa grillini a Cerignola

Dal 4 marzo in poi, nel dibattito e nelle riflessioni politiche, ci si è interrogati su quanti elettori del centrosinistra abbiano scelto di votare per il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, sul perché lo abbiano fatto. Riflessioni e domande non secondarie, non fosse per il fatto che questa circostanza ha indotto diversi esponenti di quell’area a guardare in maniera non ostile a un possibile accordo di governo con i grillini. Questa posizione, però, postulava una certezza quasi assoluta e cioè che gli ex elettori e, in alcuni casi, ex militanti di sinistra ritenessero allo stesso modo auspicabile un accordo di governo con le forze di centrosinistra. Per verificarla abbiamo deciso di incontrarli e lo abbiamo fatto in una città, Cerignola, che è in qualche modo paradigmatica rispetto alle difficoltà della sinistra. Una città che era non solo una delle poche “macchie rosse” in Puglia, ma il simbolo stesso delle lotte e del riscatto dei braccianti, delle lotte per i diritti dei lavoratori (Cerignola, sia detto per inciso e per quei molti giovani che, temo, non lo sappiano, è la città in cui è nato e si è formato Giuseppe Di Vittorio).

 

Il vento populista del sud

Sul risultato elettorale del 4 marzo 2018 hanno certamente pesato gli errori degli ultimi cinque anni di governo del PD, ma la causa della sconfitta si inquadra in un contesto più ampio che riguarda, in modo diverso, tutti i paesi più sviluppati dell’Occidente: l’incapacità della sinistra a capire, recepire e guidare il grande cambiamento maturato, a cavallo di due secoli, sotto la spinta della globalizzazione. Laddove il liberismo, non adeguatamente contrastato, ha messo in discussione tutte le speranze di futuro promosse e coltivate dal socialismo. Si è aperta, a tappe forzate, una questione epocale che richiede un ripensamento generale dei rapporti tra lavoro e capitale, cittadini e Stato. Ma, ai fini politici del tempo corrente, giova soffermarsi su due aspetti particolari del messaggio venuto dalle urne: la sconfitta della sinistra non si è consumata a vantaggio della destra liberale, secondo la logica dell’alternanza, bensì a favore di forze (5 Stelle, Lega, Forza Italia) che si ispirano a un populismo che non è di destra né di sinistra. Il risultato è stato determinato in larga misura dal voto meridionale che, andando oltre i suoi interessi, ha travolto, sia sul piano culturale che sociale, ogni forma organizzata di sinistra.

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