Italianieuropei 6/2017
Italianieuropei 6/2017

In questo numero

Il fiore all’occhiello di questo numero è senza dubbio il faccia a faccia tra Andrea Camilleri e Massimo D’Alema. Un “detto tra noi” che spazia dalla vita quotidiana alla politica, alle delusioni, alle speranze. È un’intervista inedita, non solo per la particolarità dell’intervistatore e dell’intervistato ma proprio per questo tono da chiacchiera intima su temi universali che, due che si ritengono orgogliosamente compagni, propongono ai lettori.

Roberto Speranza, in apertura del numero, racconta le ragioni della nuova forza politica, mentre la prima parte è dedicata a un’analisi degli umori della società italiana, del suo malessere, del disincanto, anche dell’ira che emerge sia nell’inchiesta di Francesco Ghidetti sia nelle riflessioni di Michele Ciliberto, Aldo Bonomi e Onofrio Romano.

Una vera sorpresa è il racconto di Nura Musse Ali che descrive la vita di una donna araba che ha la cittadinanza italiana ma vive ancora in famiglia sotto il rigore di regole dell’islamismo più radicale e pretende dal suo nuovo paese non solo la cittadinanza ma anche il diritto di essere uguale ad altre donne e con tutte le donne di essere uguale agli uomini.

il Sommario

gli Articoli

Agenda. La sinistra ricomincia

“Detto tra compagni”. Dialogo tra Andrea Camilleri E Massimo D’Alema

C’è un bellissimo episodio in cui Leonardo Sciascia racconta che, verso il 1922, chiesero a un contadino completamente cieco: «Compa’, ma voi questo fascismo come lo vedete?». E lui rispose: «Cu tutto che sugnu orbo, la vio nivura». La vedo nera. Ecco, io da orbo direi, come il contadino, la vedo nera.

Agenda. La sinistra ricomincia

Una prospettiva di futuro alla parola “sinistra”

di Roberto Speranza

È ora di costruire un tempo nuovo per la sinistra. I valori per cui siamo nati, oggi più che mai, chiedono rappresentanza. Cresce ovunque la domanda di eguaglianza, libertà, democrazia, allargamento dei diritti, pace, legalità, tutela dell’ambiente. Eppure, per paradosso, proprio chi dovrebbe essere ispirato da questi principi, oggi appare debole, frammentato e, troppo spesso, senza parole.

Agenda. La sinistra ricomincia

Da una società in movimento riparte la sinistra

di Serena Spinelli

Mi sono sempre pensata come una donna di sinistra, è sempre stato così e ho sempre ritenuto fosse giusto così. Giusto avere quell’idea del mondo, quel modo di pensare il mondo: le diseguaglianze non sono ineluttabili, né dovute al destino; chi è di sinistra deve pensare a quali scelte possono ridurle. Il lavoro è dignità, chi è di sinistra si deve porre l’obiettivo di trovare un modo per conciliare i diritti di chi lavora con il mondo del lavoro che cambia. Chi è di sinistra e ha la fortuna di svolgere un ruolo sul territorio in cui vive deve provare a elaborare idee perché le persone possano avere una buona qualità della vita, in termini di servizi, di luoghi in cui incontrarsi, di mobilità, indipendentemente dalla loro posizione sociale. Sempre con l’idea che ci si salva collettivamente e non da soli, che le diversità sono una ricchezza, non un limite.

Focus. Identikit dell’italiano smarrito

Crisi morale di una società in regressione

di Michele Ciliberto

Di fronte ai grandi cambiamenti che stanno avvenendo su tutti i piani – demografico, religioso, dei rapporti personali, della politica e dello Stato –, invece di mostrare capacità di visione e di elaborazione di soluzioni, le società europee si chiudono in se stesse, formano barriere, elaborano in termini integralmente negativi la categoria del “diverso”, vedendo in esso solo il nemico da abbattere e da cui difendersi. Ne scaturisce una sorta di feudalizzazione della società, che spezza il principio dell’unità, affermando il primato del particolare, del locale, dell’individualismo nella forma più gretta ed egoistica. È su questo piano, culturale prima che politico, che la destra vince.

Focus. Identikit dell’italiano smarrito

Particolarismo e individualismo

di Francesco Ghidetti

Incerti. Impauriti. Individualisti. Egoisti eppur filantropi. Senza certezze. Senza partiti. Senza più sicurezze. Con uno Stato sociale che va in pezzi. Con la voglia di anteporre la carriera e le amicizie a qualcosa che non esiste più: il nido, il luogo di comfort del quartiere, laddove esisteva un cinema e ora, invece, c’è un ipermercato. L’Italia cambia. Cambiano i parametri di valutazione. Cambia la percezione della realtà. Ecco come.

Focus. Identikit dell’italiano smarrito

Il salto di qualità nella disgregazione della convivenza

di Tommaso Nencioni

Per comprendere le ragioni della facinorosità che imperversa in Italia e che ha gravi risvolti politici bisogna guardare ai sogni oggi infranti costruiti e alimentati nell’epoca della seconda Repubblica, quando l’europeismo e la globalizzazione venivano presentati come occasioni di grande progresso per l’intera società e, soprattutto, per una classe media espressione dei settori creativi della finanza e della cultura. Implacabile è arrivata la crisi, giunta a ribaltare l’impianto della costruzione miracolistica su cui un’intera classe dirigente ha per un quarto di secolo basato la propria legittimazione. È nella rabbiosa disillusione rispetto alle attese che vanno ricercate le ragioni della ribellione degli italiani contro le istituzioni e contro quelle novità che sono percepite, oggi, non più come opportunità ma come minacce.

Focus. Identikit dell’italiano smarrito

Questione territoriale: nella relazione c’è la soluzione

di Aldo Bonomi

Nel passaggio dal modello fordista e dal capitalismo dei distretti alla globalizzazione selettiva, che impone a città e territori una profonda metamorfosi, si ridisegnano punti di vista e prospettive che impongono di abbandonare lo sguardo verticale che da Torino e Milano si rivolgeva al Sud della questione meridionale per appropriarsi di una prospettiva orizzontale, con tutte le implicazioni di territorialità che comporta. È alla luce di questi grandi cambiamenti e della conseguente rimessa in discussione delle relazioni tra aree, città, distretti, Regioni e del rapporto di queste ultime con lo Stato centrale che va reinterpretata la questione territoriale.

Focus. Identikit dell’italiano smarrito

Il neoborbonico come capro espiatorio

di Onofrio Romano

A dispetto della sua fortuna giornalistica e dei colpi di teatro messi a segno da singoli personaggi e consessi politici a corto d’idee, la teoria neoborbonica non fa breccia tra i componenti della classe dirigente meridionale. La ragione per la quale risulta assente è che essa è del tutto afasica. Non dice niente né sul piano descrittivo né soprattutto sul piano normativo. O meglio, non dice nulla di “inaudito”, il suo discorso è totalmente fagocitato, integrato nella vanvera corrente sullo sviluppo del Sud. Possiamo dunque stare tranquilli? Certo che no. Ma le ragioni per non stare tranquilli non sono quelle denunciate dai protagonisti delle pur meritorie campagne anti-neoborboniche. I motivi d’inquietudine vanno ricercati altrove. E, per farlo, la domanda giusta da porsi è: perché ci sentiamo minacciati da un pensiero così minoritario, inconsistente e conformista?

Focus. Identikit dell’italiano smarrito

Restituire eccellenza al sistema sanitario nazionale

di Ferdinando Terranova

Con la riforma del Titolo V della Carta costituzionale, al servizio sanitario nazionale si sono sostituiti ventuno servizi regionali, ciascuno dispensatore di prestazioni di qualità diversa in base alle capacità del territorio e alle risorse finanziarie disponibili, distribuite con criteri che finiscono per accentuare ancor di più il divario tra Nord e Sud del paese. Escludendo che si possa in tempi brevi attuare una nuova riforma costituzionale per tornare a un sistema nazionale occorre spingere affinché le Regioni approvino alcuni provvedimenti per sanare le storture che hanno minato il diritto alla salute dei cittadini.

Focus. Identikit dell’italiano smarrito

Per un’Italia e un’Europa della convivenza

di Livia Turco

I modelli di integrazione attivati in numerosi paesi europei, pur nelle loro diversità, hanno realizzato una inclusione subalterna della persona migrante, cui è stato chiesto doverosamente di accettare il sistema di regole e di valori del paese ospitante ma senza praticare la reciprocità, quella “interazione” che pure costituisce l’indirizzo delle politiche dell’Unione europea in materia di integrazione. Si è rimasti all’interno di una unilateralità che non ha consentito di vedere l’altro come persona differente. In tutti i paesi europei permangono limiti sia nell’integrazione culturale che in quella economica e sociale. I migranti, le loro vite, le loro culture non sono diventati ingredienti delle identità nazionali ed europea. Perché ciò è accaduto?

Il racconto

L’Italia velata

di Nura Musse Ali

Il giorno dopo che mio padre mi picchiò non andai a lezione. Mi trascinai fino in cucina per preparare una colazione che non avrei consumato. Sentivo il corpo tutto dolorante. Mi faceva male la testa, il cuoio capelluto. Andai in bagno per controllare la situazione. In camera mia avevo uno specchio più grande, ma temevo che qualcuno potesse rientrare da un momento all’altro sebbene non aspettassi il ritorno di nessuno della famiglia. Arrivai davanti allo specchio e accesi la luce. Mi tolsi il velo. Addentrai la mano nei capelli e li vidi venire via a ciocche. Guardai con sgomento il ciuffo. Il mio corpo stava andando in decomposizione. Forse alla fine mi avrebbero uccisa del tutto. Ripresi a spogliarmi. Mi faceva male dappertutto ma soprattutto la testa e un fianco. Mi rimisi tutto, velo compreso. A un tratto presi il cellulare per scrivere un sms a Ismaele.

I fatti. Mondo

America Latina: democrazia alla deriva

di Fernando Barrientos Del Monte

Qual è lo stato della democrazia in America Latina? Tutti i paesi latinoamericani possono essere considerati democrazie consolidate oppure esiste il pericolo di un ritorno all’autoritarismo? E qual è stato il ruolo della sinistra nel configurare l’attuale situazione di democrazia nella regione? L’America Latina, dopo il lungo periodo d’instabilità del secondo dopoguerra e l’avvento di regimi non democratici come quelli militari e autoritari in Brasile (1964-85), in Cile (1973-90), in Argentina (1976-83) e in Messico (sotto la guida di un partito egemonico, 1929-2000), è entrata nel XXI secolo sostanzialmente democratizzata. Tuttavia il panorama attuale non presenta molte ragioni per essere ottimisti.

I fatti. L’Italia a puntate

L’impasse della politica italiana

di Sofia Ventura

Se dovessimo riassumere in una frase la situazione che si è venuta determinando nell’anno che ci separa dal 4 dicembre 2016, quando il referendum costituzionale è stato bocciato, potremmo dire che l’impasse si è consolidata. La politica italiana ha intrapreso un cammino erratico. A pochi mesi dalle elezioni siamo rassegnati a eventualità come un ritorno alle urne dopo pochi mesi o la creazione di coalizioni di governo a partire dalla destrutturazione delle coalizioni elettorali. Le analisi di questo periodo, infatti, mostrano che dati gli orientamenti degli elettori nessun partito o nessuna coalizione pre-
elettorale sarà in grado di conquistare la maggioranza dei seggi con la nuova legge elettorale.
Quali sono gli elementi

I fatti. Quando la storia eravamo noi

La guerra fredda culturale in Italia: il caso del Mulino

di Francesco Bello

Nei primi anni del secondo dopoguerra tra gli obiettivi della politica estera statunitense in Italia rientrava, insieme a un solido ancoraggio alla NATO e al rafforzamento dei partiti democratici, anche la conquista dell’egemonia culturale in chiave anticomunista. Da circa due decenni, nell’ambito dei cold war studies, la storiografia internazionale ha prodotto ricerche specialistiche e comparative che hanno dimostrato come la guerra fredda fu simultaneamente condotta su diversi livelli. Parallelamente a un conflitto politico-diplomatico si consumò anche uno scontro tra due diversi paradigmi intellettuali e due modelli alternativi di società: uno capitalista e l’altro socialista.

Le persone. Donne da cui dobbiamo imparare

Chimamanda Ngozi Adichie, la principessa che educa al femminismo

di Ritanna Armeni

La Nigeria non è solo Boko Haram, è anche Chimamanda Ngozi Adichie, una donna, una scrittrice che se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. E moltiplicarla, come i pani e i pesci di Cristo perché a tutti farebbe bene conoscere «una femminista felice africana che non odia gli uomini e che ama mettere il rossetto e i tacchi alti per sé e non per gli uomini».
Chimamanda Ngozi Adichie

Le persone. Chi l’ha visto?

Gerhard Schröder, ovvero come dilapidare un patrimonio di stima politica

di Paolo Soldini

È un po’ come in certe famiglie, nelle quali c’è un vecchio zio che l’ha fatta grossa. Non c’è proprio l’ostracismo, perché lo zio è lo zio, ma insomma…Quando se ne parla, gli sguardi non si incrociano e se ci sono i bambini gli si dice che non sono cose per loro. Molti ricorderanno la scena di un paio di mesi fa, quando uno dei conduttori dell’ultimo dibattito televisivo prima delle elezioni federali tedesche chiese a Martin Schulz che cosa pensasse della notizia arrivata fresca fresca nelle redazioni dei giornali: Gerhard Schröder stava per essere nominato presidente del Consiglio di sorveglianza della Rosneft, il colosso russo dell’energia sotto bando (teorico) per le sanzioni comminate dall’Unione europea a Mosca per l’Ucraina.

Le recensioni di Italianieuropei

Rosario Villari e la passione per i ribelli della storia

di Alfonso Musci

L’unico mio incontro con Rosario Villari avvenne nel 2009, durante un convegno dedicato a Giuliano Procacci, deceduto l’anno prima. Ero borsista all’Istituto Croce di Napoli e Michele Ciliberto, con cui di lì a poco avrei discusso una tesi di dottorato dedicata a Benedetto Croce, relatore in quel convegno (assieme a Villari, Maurice Aymard e altri), mi invitò a seguirne i lavori. Del rapido colloquio con lui ricordo l’invito a chiudere un’edizione critica che mi portavo dietro da qualche anno. Da liceale non mi toccò il suo popolare manuale di storia, sostituito negli anni Novanta da altri tomi, e dalla mia prospettiva, estranea agli studi di storia propriamente detti, Villari apparteneva a quella generazione di studiosi il cui “mondo storiografico” (formazione, biografia intellettuale e contesto etico-politico) attraeva più del “mondo storico”. Potrei fare un lungo elenco: Delio Cantimori, Federico Chabod, Luigi Firpo, Giorgio Candeloro, Giuliano Procacci, Ernesto Ragionieri, Arturo Carlo Jemolo, Franco Venturi, Eugenio Garin, Giorgio Spini, Ernesto Sestan, Arnaldo Momigliano.

Le recensioni di Italianieuropei

Da Sud a Sud. La nuova narrazione filmica del meridione

di Alessandro Valenti

La cosiddetta “questione meridionale”, intesa nel duplice significato di rappresentazione/narrazione dei problemi e dei mali del Sud e del rapporto/interazione tra Sud e Nord d’Italia, ha fornito un formidabile impulso, produttivo e creativo, alla cultura italiana moderna. In particolar modo, nel secondo dopoguerra, ha avuto un ruolo centrale nel neorealismo, attraverso l’opera di alcuni grandi registi non meridionali quali Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Pietro Germi. Una rappresentazione cinematografica che, come fece notare Leonardo Sciascia, è riconducibile a tre filoni: mondo offeso, patria dell’eros e luogo del mito.

Le recensioni di Italianieuropei

“I Am Not Your Negro” Vs. “Remember This House”

di Miguel Mellino

Alla base dell’incredibile proliferazione degli ultimi anni di film nordamericani riguardanti la questione nera negli Stati Uniti vi è stato sicuramente ciò che si può chiamare “effetto Obama”. Il documentario “I Am Not Your Negro” (2016) di Raoul Peck – uscito solo in alcune sale e festival italiani del circuito indipendente – può essere certamente considerato come parte di questa serie. Già autore di film e fiction televisive riguardanti diverse esperienze globali delle popolazioni nere, come “Lumumba: la mort du prophète” (1990), “Moloch Tropical” (2009) e “Sometimes in April” (2005), Peck ci propone anche qui il suo confronto con la questione africano-americana.

Dizionario Civile

Sciopero

di Fabrizio Pirro

Il Novecento si era aperto con “Il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza, terminato nel 1901 e dipinto dall’autore nella sua Volpedo, un centro agricolo dell’alessandrino. Nelle parole dell’autore si trattava di «un quadro sociale rappresentante il fatto più saliente dell’epoca nostra, l’avanzarsi fatale dei lavoratori». Rappresentava braccianti agricoli ma nello svolgersi del secolo è divenuto l’immagine del movimento di massa tout-court e ai personaggi sono state messe tute blu da operai, divise da macchinisti, cuffie da call center. È divenuta la rappresentazione classica del modo con il quale lo sciopero, la modalità tipica dei conflitti di lavoro, si manifesta oltre i cancelli delle fabbriche e i portoni degli uffici.