Chimamanda Ngozi Adichie, la principessa che educa al femminismo

Di Ritanna Armeni Mercoledì 20 Dicembre 2017 11:27 Stampa

La Nigeria non è solo Boko Haram, è anche Chimamanda Ngozi Adichie, una donna, una scrittrice che se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. E moltiplicarla, come i pani e i pesci di Cristo perché a tutti farebbe bene conoscere «una femminista felice africana che non odia gli uomini e che ama mettere il rossetto e i tacchi alti per sé e non per gli uomini».

Chimamanda Ngozi Adichie mette di buonumore. Non perché sia una scrittrice leggera, ma perché scrive con leggerezza, non perché ci parla solo del bello della vita, ma perché sa raccontare anche il brut­to, il bruttissimo. Senza farci dimenticare neppure per un attimo che il bello esiste. Mi piace perché è capace di affrontare temi drammatici – il razzismo, il maschilismo, la guerra, il fondamentalismo religio-

so – con sguardo ironico, perché possiede l’entusiasmo e l’audacia di una giovane – ha quarant’anni – ma la saggezza di un’anziana signora che conosce la vita. «Quando ero piccola – ha raccontato – dicevano di me “The child is born old” la bambina è nata vecchia». Come una vecchia signora è assertiva, autorevole, a volte carismatica, ma rimane sempre divertente.

La bimba Chimamanda non nasce da povera gente (cancelliamo un primo spontaneo stereotipo quando si pensa alla Nigeria), la sua è una famiglia della media borghesia, il padre professore e la mamma, prima donna a coprire questo incarico nel paese africano, cancelliere all’università. Ha cinque fratelli e sorelle e la sua vita, almeno all’ini­zio, non è stata difficile. Ha studiato, doveva fare il medico, poi ha deciso diversamente perché quegli studi non la rendevano felice e i genitori (cancelliamo un altro stereotipo) hanno compreso e aiutato quando la giovane donna ha pensato di diventare scrittrice e di anda­re negli Stati Uniti. La sua vita è piena di successi professionali. Con “L’ibisco viola” ha vinto il premio scrittori del Commonwealth per il miglior primo libro, con “Metà di un sole giallo” ha conquistato l’Orange Broadband Prize. Quindi la raccolta di racconti “Quella cosa intorno al collo” nel 2009, fino ad “Americanah” nel 2013, un bestseller anticonformista ai limiti dell’irriverenza. Complessivamen­te si è aggiudicata 15 premi letterari.

Non ci vuole molto a capire che la protagonista di “Americanah”, Ifemelu, è l’alter ego di Chimamanda, una giovane donna nigeriana che si trasferisce da Lagos nel New Jersey. Anche lei è di buona fami­glia e fino a quel momento, fino a quando è arrivata negli Stati Uniti, non sapeva di essere nera. Ora guarda stupita, preoccupata e divertita le differenze culturali fra afroamericani e americani. Scopre che la cosiddetta “tolleranza statunitense” è solo “social makeup”. Non si arrabbia, ma lo trova molto faticoso. «Se io entro in un negozio in Nigeria – ha raccontato una volta – e il commesso è scorbutico le opzioni sono che lui stia vivendo una giornata nera oppure che sia un fottuto stronzo. Se entro in un negozio in America le opzioni diven­tano tre: che il commesso sia in una giornata no, che sia un fottuto stronzo oppure che abbia qualcosa contro i neri. Dover tener conto di tre opzioni è sfinente». Lei, Chimamanda-Ifemulo nota ogni cosa in un blog nel quale racconta e si racconta. Osserva fatti, pensieri, assurdità, tic, contraddizioni, pregiudizi, stereotipi. Scava nelle per­sone che incontra. Poi scrive tutto senza reticenze e prevenzioni, con curiosità e irriverenza. Rifuggendo a ogni aggressività ma anche a ogni strettoia del politically correct. Si vede che è stufa dei formali­smi, delle prudenze e che riserva un sorriso sarcastico ai tic dei liberal americani. Scopre che ci sono dettagli apparentemente piccoli e ininfluenti che svelano in realtà il pregiudizio profondo, la distanza, la diffidenza. I capelli delle donne nere diventano una metafora del razzismo, quello vero, profondo che, inconfessato alligna in tutti e ha contagiato anche i neri. Il desiderio delle donne di colore di cambiare i propri capelli è la vittoria di un’estetica bianca che sacrifica i corpi e la bellezza dei neri perché il bello è bianco e per essere belli bisogna almeno somigliargli.

Guardo le foto di Chimamanda: è bellissima, con i suoi capelli stretti in treccine sul capo o lasciati liberi, lucidi, selvaggi, i vestiti sgar­gianti, le scarpe pitonate, i tacchi alti, le borse luccicanti, il sorriso smagliante. Ha avuto ragione il quotidiano “Le Monde” quando, dedicandole una pagina, l’ha definita “imperiale”; ci ha colto chi l’ha chiamata “principessa del mondo letterario”. Lei ha detto: «Odio l’i­dea sessista tutta occidentale di non prendere le donne seriamente se sono vestite con cura. Se una tiene all’apparire si pensa che sia superficiale. Se è una ricercatrice scientifica ti aspetti che sia un po’ più malvestita della media». Finalmente!

Chimamanda è una principessa come quelle che amano le bambine di oggi, ha i vestiti delle fa­vole ma poi tira fuori la spada e combatte. La sua ultima battaglia è proprio dalla parte delle bambine. “Dovremmo essere tutti femministi” è un piccolo libro, pubblicato da Einaudi, che insieme a un altro “Cara Ijeawele” consiglia alle madri come educare al femminismo. Consigli pratici, semplici, diretti che magari strappano un sorriso di superiorità alle sofisticate femmini­ste nostrane o alle accademiche dei gender studies perché non dicono niente di nuovo. È vero, non dicono niente che non sappiamo già, ma il nuovo è chi lo dice e a chi si rivolge. Pronunciate da Chimamanda e dirette al mondo africano le sue parole contengono freschezza e nuova audacia. «Io vorrei che tutti cominciassimo a sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo più giusto. Un mondo di uomini e donne felici e fedeli a se stessi. Ecco da dove cominciare: dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie. Dobbiamo cambiare anche quello che insegniamo ai nostri figli». Troppo semplice per noi femministe e femministi occidentali? E allora proviamoci sul serio.