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Solidarietà

La solidarietà, ovviamente, non è misurabile. Gli unici dati, più o meno oggettivi, che possono essere utilizzati sono quelli che si riferiscono alla consistenza del volontariato o al valore delle donazioni. Sono dati in crescita in tutto il paese. Ma, più in generale, si ha l’impressione che le esperienze di solidarietà, di gratuità, abbiano una particolare diffusione.
Probabilmente tale maggiore propensione al dono dipende da due circostanze. Da una parte, è riconducibile alla violenza della crisi economica e alle carenze delle tradizionali strutture di welfare: l’aumento del numero di persone in povertà assoluta e il diffondersi di situazioni di disagio che spesso assumono le caratteristiche di gravi patologie sociali indubbiamente inducono molti a darsi da fare per accogliere, assistere, condividere.

Eroismo

Raitre ha mandato in onda per alcune settimane i ritratti di “Nuovi eroi”. Si trattava di “eroi civili”: gente comune che nel proprio ambito di impegno lavorativo o sociale si era distinta fino a ottenere una onorificenza della presidenza della Repubblica. Sono quindi eroi massificati, “popolari” nel rappresentare un punto di riferimento. Niente a che fare con gli eroi dell’antichità (dalle tragedie greche alla retorica mussoliniana di «Un popolo di poeti di artisti di eroi/ di santi di pensatori di scienziati/ di navigatori di trasmigratori»). Piuttosto piccoli eroi moderni del quotidiano che ci dicono come è cambiato il paradigma di eroe.

Coraggio

Ragionare di “coraggio” al tempo della paura è senza dubbio suggestivo. Ma rischioso. Da tempo, il coraggio è comunemente inteso nella sua accezione individualistica di compimento di un gesto, o di un’impresa, fuori dal comune. A essere più esatti, il coraggio è venuto identificando­si con temerarie iniziative volontaristiche protese al cambiamento. Un cambiamento di segno neutro, “purchessia”, che troppo spesso nasconde l’angoscia di dover far fronte a problemi inediti, e che finisce dunque nella riproposizione, opportunamente spettacolarizzata, del già vissuto.

Rossobruno

L’alleanza o convergenza o sintesi tra il “rosso” e il “nero” – tra gli op­posti radicalismi prodotti dalla modernità post Rivoluzione francese – è stata la grande tentazione-illusione ideologica del Novecento: da un lato ha partorito formule, scuole e orientamenti di pensiero d’ec­centrica originalità (dal nazional-bolscevismo al nazi-maoismo, dal fascismo di sinistra al socialismo nazionale, dalla rivoluzione conser­vatrice all’anarchismo di destra, dal socialismo prussiano al sovrani­smo di sinistra), dall’altro ne sono scaturiti esperimenti politici tanto arditi quanto spesso velleitari e votati a un tragico fallimento.

Razzismo

Per razzismo, in genere, si intendono tutti quei rapporti sociali fondati sull’oppressione e lo sfruttamento, giustificati da un complesso ideologico che naturalizza relazioni diseguali fondate sulla discriminazione razziale, da cui deriva la subordinazione di un gruppo sociale a un altro. La stessa tesi della vigenza di una società post ideologica nasconde, in realtà, un’ideologia di fondo che agevola la penetrazione e la diffusione, nella cittadinanza, attraverso l’azione della sua classe dirigente (in particolare politica e imprenditoriale), di tesi, comportamenti e norme che altrimenti resterebbero sostanzialmente periferiche e marginali, proprio come il razzismo, lo sfruttamento lavorativo e l’esclusione di colui che è considerato “non gradito e non titolare di diritti”.

Sconfittismo

Nel suo dizionario della lingua italiana Tullio De Mauro così definisce lo sconfittismo: «sentimento di delusione e disimpegno conseguente alla perdita di credibilità di una posizione politica o ideologica ». Se ne danno, nella storia italiana, svariati casi. Mario Isnenghi, ad esempio, ha parlato di sconfittismo per descrivere il senso della sconfitta incipiente che si impadronì delle classi dirigenti italiane prima del 25 luglio del 1943, spingendole a revocare non solo la fiducia che avevano malamente riposto nel fascismo ma anche l’investimento sulla nazione, per spostarlo sul nuovo ordine sovranazionale che si profilava all’uscita dalla seconda guerra mondiale. Alla sconfitta si aggiungeva così un sentimento misto di rinuncia, autogiustificazione e dismissione di responsabilità, da parte di chi pure ne aveva molte e pesanti. Lo sconfittismo è precisamente questo: un crogiolarsi nella sconfitta facendone un destino, invece di analizzarne le ragioni e assumersene le responsabilità.

Rabbia

Sulla rabbia pende da secoli un duplice giudizio. Da un canto è vista come quell’impeto che acceca, fa perdere il lume della ragione, la lucidità e l’autocontrollo, dall’altro viene indicata come la risposta inevitabile, e per certi versi necessaria, a un’offesa subita, a un torto, a un’ingiustizia. Inibire, dunque, la rabbia o assecondarla? Reprimerla del tutto o tentare di gestirla?

L’interrogativo riguarda tutte le passioni che non si possiedono, ma dalle quali si è posseduti. L’ira epica di Achille, con cui si apre l’“Iliade” e si inaugura la letteratura europea, sembra scaturire da un’origine divina, provenire da un’energia primaria e inesplicabile. È perciò vano pretendere di sottrarsi a quella forza che scuote il corpo e fa ribollire il sangue. Si capisce perché sia andata prevalendo l’esigenza di contenere e indirizzare una passione che, se ripiegata su di sé, può avere conseguenze esiziali suscitando risentimento o provocando ritorsione. In breve, se altre passioni, tristi o non tristi, hanno uno stigma negativo, la rabbia, condannata nei suoi eccessi, viene giustificata, e anzi ritenuta giusta se, al momento opportuno e nei modi dovuti, reagisce a una sopraffazione, argina uno strapotere, ripristina l’equilibrio.

Autorità

Il concetto di autorità, in qualsiasi ambito lo si consideri, privato o pubblico, implica il problema del rapporto con il potere e, di conseguenza, la legittimità di quest’ultimo, tanto più in un’epoca come la nostra, di crisi dei fondamenti stessi della democrazia, a cominciare dall’esercizio del voto. Una questione ancora più complessa in un paese come l’Italia, di (relativamente) recente formazione nazionale e delle sue istituzioni repubblicane e con una tragica esperienza di governi autoritari e dittatoriali, tradottasi in una relazione non semplice tra cittadini e Stato. È questo il nodo tematico alle origini stesse della politica, la giustificazione del potere. Infatti, come scrisse il grande politologo inglese Martin Wight, «il potere non si giustifica da solo: deve esserlo attraverso un riferimento a qualche fonte esterna o superiore a esso, trasformandosi così in autorità». Nel passaggio sette-ottocentesco dagli Stati assoluti e dalle società di antico regime alle moderne democrazie parlamentari, espressioni di società di massa fondate su interessi di classe, il ruolo di mediazione tra rappresentati e rappresentanti è stato in gran parte assunto dai partiti.

Sciopero

Il Novecento si era aperto con “Il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza, terminato nel 1901 e dipinto dall’autore nella sua Volpedo, un centro agricolo dell’alessandrino. Nelle parole dell’autore si trattava di «un quadro sociale rappresentante il fatto più saliente dell’epoca nostra, l’avanzarsi fatale dei lavoratori». Rappresentava braccianti agricoli ma nello svolgersi del secolo è divenuto l’immagine del movimento di massa tout-court e ai personaggi sono state messe tute blu da operai, divise da macchinisti, cuffie da call center. È divenuta la rappresentazione classica del modo con il quale lo sciopero, la modalità tipica dei conflitti di lavoro, si manifesta oltre i cancelli delle fabbriche e i portoni degli uffici.

Controrivoluzione

La Rivoluzione francese non è stato un episodio tra gli altri della storia universale, cruento e tragico come spesso se ne registrano negli annali. Ma l’evento – frutto di un profondo e lungo scavo sul piano delle idee e della mentalità collettiva più che di un’esplosione improvvisa di violenza popolare – che ne ha cambiato drasticamente il corso. Essa non ha determinato soltanto la fine di una monarchia secolare o l’avvicendamento al vertice della piramide sociale del ceto aristocratico-feudale con quello borghese-mercantile, ma l’avvento di un nuovo principio di legittimazione del potere, di un nuovo modello di sovranità politica, svincolati da qualunque riferimento sacrale e trascendente; ne è derivato un ordine artificiale e profano che ha scalzato quello naturale edificato nei secoli nel rispetto dei dettami della Scrittura e dell’autorità della Chiesa. Tutto ciò non configura solo un cambiamento radicale negli equilibri sociali e nelle istituzioni, ma un’autentica catastrofe culturale che rischia di condurre al dissolvimento la civiltà europea e mondiale.
È a partire da un simile giudizio storico, intransigente e dogmatico, non privo di accenti apocalittici e di furori misticheggianti, che all’indomani della decapitazione di Luigi XVI comincia a svilupparsi, negli ambienti della nobiltà francese costretta all’esilio dall’estremismo giacobino, la corrente del pensiero cosiddetto “controrivoluzionario”.

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