Italianieuropei 3/2018
Italianieuropei 3/2018

In questo numero

In questo numero abbiamo analizzato in profondità il risultato del recente voto che ha rivoluzionato il quadro politico. Con alcuni esperti di movimenti di opinione pubblica (Weber e Buttaroni) abbiamo messo in luce le tendenze mentre il dettaglio del risultato è stato passato al microscopio da Federico Fornaro. Con gli articoli di Daniele Marantelli e Aldo Giannuli abbiamo scavato nella storia di Lega e Movimento 5 Stelle. Abbiamo anche individuato a Varese e Cerignola, con Cartosio e Pizzolo, gli elettori di Lega e 5 Stelle che hanno lasciato la sinistra per la destra raccontandone le delusioni e le speranze.

il Sommario

l' Editoriale

Editoriale 3/2018

Il voto del 4 marzo ha prodotto un vero e proprio sconvolgimento dello status quo, chiudendo il ciclo politico che si è aperto all’inizio degli anni Novanta e che si è declinato attorno al bipolarismo centrosinistra- centrodestra, e dando l’avvio a una crisi istituzionale senza precedenti. La potenziale maggioranza parlamentare giallo-verde è apparsa da subito come qualcosa di nuovo e inedito nella storia d’Italia. È prematuro parlare di terza Repubblica o immaginare già nuovi cicli lunghi. Non credo servano o aiutino formule preconfezionate o giudizi superficiali che rischiano di essere smentiti alla prima occasione. Quel che è certo è che siamo dentro una crisi repubblicana dallo sbocco incerto per il paese. La sinistra non può restare a guardare. Occorre riflettere immediatamente sul nuovo assetto del sistema politico italiano e sulla funzione che le forze democratiche e progressiste devono esercitare. Questa riflessione è fondamentale per capire quale iniziativa politica costruire in Parlamento e nel paese.

gli Articoli

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

La sinistra dopo il terremoto nelle urne del 4 marzo

di Federico Fornaro

All’indomani dell’esito delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 le metafore usate per commentare i risultati si sono sprecate, dall’alluvione all’ondata fino all’evocazione del terremoto, quasi che ci trovassimo di fronte a un comportamento degli elettori non spiegabile con gli strumenti critici e analitici ordinari.

Eppure già in occasione delle elezioni del 2013 il sistema politico italiano era stato colpito da un evento straordinario, e inaspettato per le sue dimensioni, con l’esplosione del Movimento 5 Stelle, primo partito al debutto con oltre 8 milioni di voti, pari al 25,6%, un risultato senza precedenti nella storia elettorale d’Europa. A cinque anni di distanza si è registrato nelle urne un nuovo terremoto, caratterizzato questa volta da una doppia, violenta scossa, perché alla riconferma del primato di M5S, che supera abbondantemente il “muro” dei 10 milioni dei voti e sfiora il 33% dei consensi, si accompagna l’avanzata in tutta la penisola della Lega, che con oltre 5 milioni di voti vince per la prima volta la competizione interna al centrodestra.

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

La sinistra vittima del pensiero debole

di Carlo Buttaroni

Questo contributo ha preso forma mentre la crisi che si è aperta dopo il voto continua ad avvitarsi. Lo stallo dura ormai da quasi tre mesi e ogni giorno si susseguono colpi di scena. È impossibile, al momento, prevedere se nascerà un governo, quanto potrà durare e quali riforme sarà in grado di mettere effettivamente in campo. Sono troppe le variabili in gioco, molte delle quali esogene ai protagonisti politici. Se, al contrario, si tornerà al voto, è difficile immaginare con quali geometrie politiche e quali potrebbero essere gli esiti elettorali. Scomporre le diverse coalizioni e sommare le singole percentuali, cercando di calcolarne il peso elettorale (come si fa ipotizzando un’alleanza elettorale M5S-Lega) è un esercizio inutile, perché questa è l’epoca dei legami deboli e del consenso provvisorio e gli “zoccoli duri” che rappresentavano le basi del consenso dei partiti del Novecento non esistono più.

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

Not with a whimper but with a bang

di Roberto Weber

Fino alle recenti elezioni si è considerato che l’irrompere di Forza Italia nel 1994, con quanto ne è successivamente derivato, sia stato l’evento politicamente più rilevante per l’Italia repubblicana in termini di scomposizione degli elettorati ed emersione di nuove forze politiche. Recentemente – a seguito delle elezioni politiche del marzo 2018 – la portata di quest’ultima tornata elettorale viene con sempre maggior frequenza accostata al 1994. In realtà, per quantità e qualità, essa appare di magnitudo assai più potente e, alla luce di alcune circostanze, più carica di definitività della precedente.

L’avvento di Forza Italia ha come antefatto un primo passaggio elettorale, quello del 1992, e uno successivo, determinante, nel 1994. In sette anni (prendendo come punto di partenza il 1987) e in due diverse riprese si consuma una scomposizione-ricomposizione che vede migrare dalla famiglia politica di centrosinistra/sinistra verso il centrodestra/destra circa 4 milioni di voti, cui se ne aggiungono ulteriori 7.200.000 provenienti dall’area laica e da quella democristiana. Complessivamente, quindi, in due scossoni circa 11 milioni di voti cambiano di segno. Sarà il 1996 a scomporre quanto residua dei Popolari e dell’area Segni, collocandoli all’interno del campo di centrosinistra o in quello di centrodestra.

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

Sovranità non è una parola maledetta

di Alfredo D’Attorre

Il voto del 4 marzo 2018 ha avuto un duplice e micidiale significato per tutte le forze variamente collocate a sinistra. Vi è il dato quantitativo, che segnala il peggior risultato di un’intera area in tutta la storia repubblicana, e vi è un dato qualitativo, caratterizzato dal definitivo mutamento della composizione geografica e sociale del voto a sinistra, con un andamento sorprendentemente parallelo, che riguarda PD, LeU e perfino Potere al Popolo. I risultati migliori vengono ottenuti nei centri delle aree urbane, connotati da più alti livelli di reddito e di istruzione, mentre nelle periferie e nelle aree interne, dove è più forte e concentrato il disagio sociale, le percentuali si inabissano abbondantemente sotto la media.

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

I protagonisti della fine di un mondo in ottanta giorni

di Daniela Preziosi

Questo film che vi racconto è stato girato per ottanta giorni circa. Il finale sarà scritto dopo. Voi lo conoscete, io, mentre scrivo, no. Di questo film ci interessano più i veri protagonisti che la trama. E i protagonisti sono Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.

Cominciamo dal primo. «Si sta scrivendo la storia e ci vuole un po’ di tempo». La frase di Luigi Di Maio, pronunciata il 13 maggio alla fine del terzo incontro con Matteo Salvini trabocca di enfasi e velleitarismo. Tanto più perché pronunciata all’uscita dallo studio del commercialista, deputato M5S e legato alla Casaleggio Associati, Stefano Buffagni. Il luogo è emblematico perché c’è un “contratto” di governo che i due leader in quei giorni dovrebbero assembleare. Le location extraparlamentari degli oltre ottanta giorni dello “stallo” (la definizione è del presidente Mattarella), dallo studio Marcucci nella romana via Veneto, luogo renziano, alla sede della Casaleggio Associati di Milano centro, al Pirellone all’Hotel NH, allo studio del commercialista, potrebbero da sé raccontare gli orizzonti fisici e sentimentali dei protagonisti, i loro paesaggi dell’anima.

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

Dalla Lega Nord a Salvini

di Daniele Marantelli

Nell’autunno di dieci anni fa, la professoressa Anna Maria Testa mi propose di incontrare i suoi studenti di Linguaggi della comunicazione all’Università Bocconi. Conoscendo i miei rapporti con la Lega, mi chiese di invitare anche un loro esponente per rendere più interessante la lezione. Si sorprese un po’ quando le dissi che sarei andato con Matteo Salvini. Altri leghisti, Maroni, Calderoli, Giorgetti, svolgevano funzioni politiche più importanti. Con Maroni peraltro c’era e c’è un’amicizia solida. Con Giorgetti ho condiviso gioie e dolori stando in tribuna a tifare per il Varese calcio. Andai con Salvini. Nel dicembre 2008 incontrammo gli studenti, rispondemmo alle loro domande raccontando come comunicavamo le nostre idee e proposte. Non credo, allora, di aver visto male. Il tempo dirà se, oltre a essere un ottimo comunicatore e uno scaltro leader politico, sarà anche un uomo di governo capace. Un dato è certo. La Lega di Salvini non è quella delle origini. La storia della Lega, il più vecchio partito italiano, si identifica totalmente con quella di Umberto Bossi, dalla sua fondazione, il 16 marzo 1982, presso lo studio notarile di Franca Bellorini a Varese, all’11 marzo 2004, quando un grave malore colpì il leader indiscusso del Carroccio. Da quel giorno nulla è stato più come prima.

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

Siamo della FIOM ma la sinistra è lontana da noi

di Giovanni Cartosio

In provincia di Varese la Lega ha una storia lunga. Qui ha mosso i suoi primi passi negli anni Ottanta e già un quarto di secolo fa, alle elezioni provinciali del 1993, sfiorava la maggioranza assoluta con il 49%. Di Varese sono il fondatore ora accantonato Bossi, i governatori della Lombardia Maroni e Fontana, molta della classe dirigente che ha ricoperto ruoli amministrativi, di governo e di gestione di imprese partecipate. Alle elezioni del 4 marzo la Lega ha ottenuto il 29,5% (poco meno di 150.000 voti). Da sempre molto diffuso è il voto leghista tra gli addetti dell’industria (in cui lavora il 33% degli occupati in provincia, contro il 26% della Lombardia e il 20% nazionale) e nel mondo operaio, con numerosi elettori della Lega tra gli iscritti alla FIOM-CGIL. Sulle ragioni del voto del 4 marzo ho raccolto le opinioni di Remo (50 anni), Vittorio (59 anni, appena pensionato), Franco (30 anni), Alberto (43 anni) e Giuliano (48 anni).

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

Come funziona il M5S e perché vince

di Aldo Giannuli

A molti il Movimento 5 Stelle sembra un evento inspiegabile come la “venuta degli Hyksos”, e in tanti si chiedono il perché del loro successo. Proviamo a spiegarlo.

Il M5S non viene dal nulla: è il figlio (o il nipote) dell’ondata populista nata nei primi anni Novanta a opera di Pannella, Occhetto e Segni, portatori di uno schema politico plebiscitario, simil-presidenzialista, basato su soggetti fluidi raccolti intorno a un leader. La seconda Repubblica è nata e ha vissuto all’insegna del populismo. Ha poi avuto una ulteriore svolta, con l’attuale iperpopulismo, grazie al mix fra la comparsa del media ultrapopulista, il web, e la crisi finanziaria del 2007-08.

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

Come si diventa grillini a Cerignola

di Luigi Pizzolo

Dal 4 marzo in poi, nel dibattito e nelle riflessioni politiche, ci si è interrogati su quanti elettori del centrosinistra abbiano scelto di votare per il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, sul perché lo abbiano fatto. Riflessioni e domande non secondarie, non fosse per il fatto che questa circostanza ha indotto diversi esponenti di quell’area a guardare in maniera non ostile a un possibile accordo di governo con i grillini. Questa posizione, però, postulava una certezza quasi assoluta e cioè che gli ex elettori e, in alcuni casi, ex militanti di sinistra ritenessero allo stesso modo auspicabile un accordo di governo con le forze di centrosinistra. Per verificarla abbiamo deciso di incontrarli e lo abbiamo fatto in una città, Cerignola, che è in qualche modo paradigmatica rispetto alle difficoltà della sinistra. Una città che era non solo una delle poche “macchie rosse” in Puglia, ma il simbolo stesso delle lotte e del riscatto dei braccianti, delle lotte per i diritti dei lavoratori (Cerignola, sia detto per inciso e per quei molti giovani che, temo, non lo sappiano, è la città in cui è nato e si è formato Giuseppe Di Vittorio).

 

Agenda. L’Italia nel labirinto della politica

Il vento populista del sud

di Carmelo Conte

Sul risultato elettorale del 4 marzo 2018 hanno certamente pesato gli errori degli ultimi cinque anni di governo del PD, ma la causa della sconfitta si inquadra in un contesto più ampio che riguarda, in modo diverso, tutti i paesi più sviluppati dell’Occidente: l’incapacità della sinistra a capire, recepire e guidare il grande cambiamento maturato, a cavallo di due secoli, sotto la spinta della globalizzazione. Laddove il liberismo, non adeguatamente contrastato, ha messo in discussione tutte le speranze di futuro promosse e coltivate dal socialismo. Si è aperta, a tappe forzate, una questione epocale che richiede un ripensamento generale dei rapporti tra lavoro e capitale, cittadini e Stato. Ma, ai fini politici del tempo corrente, giova soffermarsi su due aspetti particolari del messaggio venuto dalle urne: la sconfitta della sinistra non si è consumata a vantaggio della destra liberale, secondo la logica dell’alternanza, bensì a favore di forze (5 Stelle, Lega, Forza Italia) che si ispirano a un populismo che non è di destra né di sinistra. Il risultato è stato determinato in larga misura dal voto meridionale che, andando oltre i suoi interessi, ha travolto, sia sul piano culturale che sociale, ogni forma organizzata di sinistra.

Pensieri lunghi

Socialismo e utopie reali

di Erik Olin Wright
Pubblichiamo qui uno stralcio del saggio dal titolo “Socialismo e utopie reali” apparso in Robin Hahnel, Erik Olin Wright, “Alternatives to Capitalism. Proposals for Democratic Economy”, Verso Books, Londra 2016. Parti di questo saggio sono tratte da “Transforming Capitalism through Real Utopias”, in “American Sociological Review”, febbraio 2012. Si ringraziano Roberto Mapelli per la curatela del testo e Giancarlo Erasmo Saccoman per la traduzione.
Pensieri lunghi

Il movimento per la pace non è un partito

di Fabrizio Battistelli

Terminata la guerra fredda non è arrivata la pace con i suoi dividendi economici e politici, troppo in fretta annunciati dai politologi liberali, che addirittura avevano salutato la caduta del muro di Berlino come segnale della “fine della storia”. Piuttosto, nel colossale cortocircuito della globalizzazione, che ha messo bruscamente a contatto mondi lontanissimi tra loro, è subentrato il caos. Nel mondo bipolare le due superpotenze si sfidavano, ma in qualche modo governavano anche, con la persuasione o con la forza, le reciproche aree di influenza. Soprattutto, pur nemici dichiarati nella competizione per il primato strategico, in tema di pace e di guerra Stati Uniti e Unione Sovietica condividevano alcuni criteri comuni. Ad esempio il principio della deterrenza, cioè un barlume di razionalità grazie al quale l’obiettivo di entrambi era di dominare il mondo, non di distruggerlo. Vi era la consapevolezza che a questo soltanto avrebbe condotto un attacco nucleare il quale, sferrato da una superpotenza, non avrebbe impedito all’altra di infliggere una risposta altrettanto distruttiva. Ciò ha bloccato sul nascere la tentazione nucleare e non solo. Indirettamente, ha moderato anche la tentazione di tirare la corda su situazioni di crisi che, partite come convenzionali, avrebbero potuto facilmente degenerare in uno scontro dominato dall’arma finale.

Il racconto

Un lungo viaggio con le ali impigliate

di Tito Barbini

«Non siamo più comunisti, babbo?»«No, ma ci mancheremo». Stupenda la vignetta di Altan, all’indomani della svolta. È il 1990. ABerlino, lungo l’orribile muro, ci sono mucchi di macerie. Occhettosta annunciando al Congresso straordinario di Bologna che il gloriosoPCI conclude lì la sua lunga storia, per fare posto al PDS. Lavignetta di Altan fotografa con spietata ironia la condizione di spaesamentodi noi poveri militanti. Insomma, dovevamo farci caricodella mutazione identitaria che, ancora oggi, in effetti non ci è moltochiara.

I fatti. Quando la storia siamo noi

Il caso Moro e le sue leggende

di Massimo Bordin

Per sintetizzare le ultime ricostruzioni del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, tornate in auge come genere giornalistico letterario in occasione del quarantennale della tragedia, si possono forse usare le parole un po’ ruvide pronunciate dal procuratore capo di Torino Armando Spataro in un recente convegno tenuto al Politecnico di quella città: «In questi ultimi giorni sono state raccontate e ho letto molte fesserie sulla morte di Aldo Moro. C’è perfino chi ha ipotizzato che il sequestro sia avvenuto in una chiesa e non in via Fani. L’Italia è davvero il paese dei falsi misteri». Il procuratore torinese, al quale va dato atto di avere spesso mostrato, grazie a un solido empirismo, insofferenza per teoremi e suggestioni trasfusi in inchieste giornalistiche e talvolta giudiziarie, ha poi concluso sostenendo che «sul caso Moro sappiamo sostanzialmente tutto e quello che non sappiamo è marginale, non attiene alla sostanza di ciò che dobbiamo conoscere». Parole sagge, soprattutto perché fondate su cinque processi, ognuno con tre gradi di giudizio, e tre commissioni parlamentari di inchiesta, una delle quali durata più legislature.

Le persone. Parliamo di lui/lei

Escludere Lula per evitarne il ritorno

di Fausto Durante

Credo, con ragionevole certezza, di essere stato uno degli ultimi italiani ad avere incontrato Luiz Inácio Lula da Silva da uomo libero, prima della sua consegna alla polizia e dell’inizio della sua detenzione nel carcere di Curitiba. Ho incontrato Lula il 15 marzo scorso – quindi circa venti giorni prima del suo ingresso in prigione – nel grande Estádio de Pituaçu a Salvador, la capitale dello Stato di Bahia, dove in quei giorni si svolgeva il Forum sociale mondiale. L’occasione dell’incontro è stata l’Assemblea in difesa delle democrazie, che ha rappresentato una delle iniziative di più intensa e folta partecipazione popolare tra le tante in calendario nel forum. Una assemblea indetta per discutere della crisi della democrazia e dell’attacco alle esperienze dei governi progressisti e di sinistra degli ultimi due decenni in America Latina, ma che di fatto si è trasformata in una sorta di processo pubblico al contrario, con una appassionata arringa difensiva pronunciata dallo stesso Lula davanti a un gigantesco tribunale popolare composto da decine di migliaia di brasiliani accorsi ad ascoltarlo, per confutare e respingere le accuse di corruzione.

Le persone. Donne da cui dobbiamo imparare

La partigiana dei bambini

di Giovanni Princigalli

Sino a poco tempo fa di mia zia Anna Maria sapevo a mala pena che aveva fatto la partigiana in Val d’Ossola. D’altronde non l’ho mai conosciuta. La storia che sto per raccontare si basa essenzialmente su documenti che ho raccolto in archivi, diari, pubblicazioni, oltre che su testimonianze di partigiani ancora in vita, e solo in minima parte sui ricordi della mia famiglia.

Anna Maria Princigalli nasce a Bergamo il 2 ottobre del 1916. Suo padre Antonio era un ufficiale dell’esercito natio di Canosa di Puglia, trasferitosi in Italia settentrionale durante la Grande guerra, dove fu ferito. La madre di Anna Maria si chiamava Maria Zell. Era una maestra elementare bergamasca d’origini svizzere e tedesche. Cessato il conflitto, Anna Maria si trasferisce con i genitori a Canosa.

Le recensioni di Italianieuropei

Limiti e potenzialità nella perdita di modelli culturali

di Salvatore Biasco

Marco Marzano e Nadia Urbinati sono due tra i più importanti scienziati sociali del nostro paese (e non solo). “La società orizzontale” su cui si diffondono nel loro recente libro è quella che ha perso i padri, né ha più punti fermi in autorità che le trasmettano i modelli dell’esistenza, il senso di appartenenza, i confini del pensiero e dell’azione. La società orizzontale è paritaria tanto quanto la società che si lascia alle spalle era piramidale e autoritaria. Ora viaggia senza gerarchia di valori e devozione per l’autorità, ma in qualche modo consegue più libertà e creatività, nonché più senso di eguaglianza. Il libro ovviamente riguarda essenzialmente una descrizione del modo di vivere e interpretare il presente da parte del mondo giovanile, perché – per quanto la diffusione dell’orizzontalità sociale sia pervasiva (ricordiamoci la fine dell’autorità degli esperti o dell’opinione informata rivelate dal referendum sulla Brexit e dall’elezione di Trump) – le nuove generazioni sono protagoniste di questa trasformazione. Marzano e Urbinati esaminano quest’ultima negli ambiti in cui i modelli gerarchici sono stati più marcati: la famiglia, la sfera pubblica (in primis la politica), la religione.

Le recensioni di Italianieuropei

Guédiguian e l’introspezione intima e politica di chi non si arrende

di Aldo Garzia

È un film denso, forse troppo. Dove si intrecciano bilanci esistenziali, storie personali e familiari, delusioni politiche e d’amore. “La casa sul mare” del francese Robert Guédiguian (classe 1953, figlio di padre armeno e madre tedesca, regista e produttore di successo) non fa velo della melanconia che si mescola a una accennata nostalgia, almeno per le generazioni che hanno intensamente vissuto le stagioni delle speranze della politica capace di cambiare la realtà dal dopoguerra al dopo Sessantotto.

Siamo sulla Costa Azzurra, nei pressi di Marsiglia (città nativa del regista e molto amata), dove le piccole baie di scogli si assomigliano tutte: stupendi panorami da scrutare dagli ampi balconi soleggiati, rumore di treni che scorrono sui ponti dei cavalcavia, minuscoli porticcioli incantati, case abbarbicate sugli anfratti delle colline, rari pescatori e solitudine interrotta solo nelle settimane estive. Location ideale per invecchiare in pace rallentando lo scorrere del tempo.

Le recensioni di Italianieuropei

Non c’è felicità senza rivolta. Il giovane Karl Marx

di Rosa Fioravante

Il 5 maggio 1818 nasceva a Treviri Karl Marx. In occasione del bicentenario della sua nascita e 170 anni dopo quel 1848 che agitò i popoli d’Europa e vide la pubblicazione del “Manifesto del Partito Comunista”, il film “Il giovane Karl Marx” con August Diehl racconta il percorso che portò il filosofo al sodalizio con Engels. Il commento più comune che si può sentire dopo la visione del film tra giovani militanti e impegnati nel sociale a vario titolo in quella che qualcuno definisce la “sinistra diffusa” riguarda il fatto che per fare i rivoluzionari bisogna avere una moglie molto comprensiva, un ottimo amico e dei protettori che finanzino il lavoro intellettuale. Come nelle storie di quasi tutte le figure divenute iconiche della ribellione al sistema, nella vita di Marx ritratta dal regista Raoul Peck la dimensione dell’impegno e quella del privato sono stridenti a causa della tendenza della prima a fagocitare la seconda. Inoltre, soprattutto verso la fine del film, emerge la necessità di dedicare tempo allo studio, alla scrittura, all’attivismo e al protagonismo che sono richiesti a coloro che, oltre a far avanzare il pensiero e le teorie, desiderino ardentemente anche una diffusione e una condivisione collettiva delle idee elaborate.

Dizionario civile

Sconfittismo

di Ida Dominijanni

Nel suo dizionario della lingua italiana Tullio De Mauro così definisce lo sconfittismo: «sentimento di delusione e disimpegno conseguente alla perdita di credibilità di una posizione politica o ideologica ». Se ne danno, nella storia italiana, svariati casi. Mario Isnenghi, ad esempio, ha parlato di sconfittismo per descrivere il senso della sconfitta incipiente che si impadronì delle classi dirigenti italiane prima del 25 luglio del 1943, spingendole a revocare non solo la fiducia che avevano malamente riposto nel fascismo ma anche l’investimento sulla nazione, per spostarlo sul nuovo ordine sovranazionale che si profilava all’uscita dalla seconda guerra mondiale. Alla sconfitta si aggiungeva così un sentimento misto di rinuncia, autogiustificazione e dismissione di responsabilità, da parte di chi pure ne aveva molte e pesanti. Lo sconfittismo è precisamente questo: un crogiolarsi nella sconfitta facendone un destino, invece di analizzarne le ragioni e assumersene le responsabilità.