Ida Dominijanni

Ida Dominijanni

giornalista e filosofa.

Sconfittismo

Nel suo dizionario della lingua italiana Tullio De Mauro così definisce lo sconfittismo: «sentimento di delusione e disimpegno conseguente alla perdita di credibilità di una posizione politica o ideologica ». Se ne danno, nella storia italiana, svariati casi. Mario Isnenghi, ad esempio, ha parlato di sconfittismo per descrivere il senso della sconfitta incipiente che si impadronì delle classi dirigenti italiane prima del 25 luglio del 1943, spingendole a revocare non solo la fiducia che avevano malamente riposto nel fascismo ma anche l’investimento sulla nazione, per spostarlo sul nuovo ordine sovranazionale che si profilava all’uscita dalla seconda guerra mondiale. Alla sconfitta si aggiungeva così un sentimento misto di rinuncia, autogiustificazione e dismissione di responsabilità, da parte di chi pure ne aveva molte e pesanti. Lo sconfittismo è precisamente questo: un crogiolarsi nella sconfitta facendone un destino, invece di analizzarne le ragioni e assumersene le responsabilità.

C’è vita a sinistra oltre il destino neoliberale?

Ho capito che le cose sarebbero potute andare come poi sono andate su un treno per la Sicilia, i primi di febbraio. Davanti a me chiacchieravano una donna pugliese trapiantata in Veneto e un uomo napoletano, entrambi, a occhio, attorno ai quarant’anni. L’una spiegava perché avrebbe votato Lega: motivazioni d’antan, contro il Sud immobile e assistito (“lo dico da meridionale”), e motivazioni salviniane, “prima gli italiani poi i migranti”. L’altro spiegava perché avrebbe votato M5S: perché a Sud va tutto a rotoli, ed è ora di mandare tutti a casa. Non erano sorprendenti questi discorsi, in sé non nuovi, bensì la pacata complicità con cui si prendevano a braccetto, invece di fare scintille come spesso accade fra meridionali e settentrionali. Ho avuto in quel momento la sensazione precisa che il 4 marzo lo scontento del Nord e quello del Sud avrebbero potuto sommarsi senza contraddirsi, come in una sorta di blocco storico al servizio non della rivoluzione di gramsciana memoria ma più modestamente di un perentorio “basta così”.

Le verità che contano nel frastuono della post-verità

Pur con tutte le novità che la rete introduce nel sistema di produzione del vero e del falso, la manipolazione dei fatti, le notizie alterate, l’uso strumentale della menzogna continuano a essere prevalentemente tecniche consolidate del potere. Nell’epoca della post-verità il conflitto per e sulla verità rimane una posta in gioco di prima grandezza. Proprio quando sembra essersi ridotta allo stato di pura ipotesi, la verità si conferma per quello che in età moderna è sempre stata: un campo non di esercizio di fede ma di lotta politica.

Femminicidio: quando il controllo maschile sulla vita delle donne vacilla

Il dibattito attuale sul femminicidio non ne mette adeguatamente a fuoco un aspetto fondamentale: la violenza contro le donne scatta ed è più efferata non dove le donne sono più oppresse e discriminate ma, come reazione maschile alle manifestazioni di libertà femminile, quando le donne si ribellano e il controllo maschile sulla loro vita vacilla.  Alla luce di ciò, sono valide le misure messe in campo, da ultimo anche dalla Convenzione di Istanbul, per  contrastare questo terribile fenomeno?