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Cambiamenti climatici, conflitti e migrazioni nel bacino del Nilo

I tassi di crescita a due cifre delle economie di diversi paesi africani e le opportunità offerte dai loro mercati hanno generato negli ultimi anni una nuova ventata di “afro-ottimismo”. Nonostante ciò, le tradizionali visioni apocalittiche legate a carestie, epidemie e conflitti continuano a influenzare l’immaginario collettivo sull’Africa. Il tema dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze in termini di siccità, alluvioni, conflitti per l’accesso a risorse sempre più scarse e moltitudini di profughi ambientali in fuga da calamità naturali contribuisce ad alimentare tale immaginario. Occorre però problematizzare questa lettura perché i conflitti e le migrazioni legate alle risorse e ai cambiamenti climatici non sono fenomeni meramente ambientali, quanto piuttosto questioni squisitamente politiche, generate dall’interazione tra natura e società, sempre più mediata dalla tecnologia e dai capitali.

All’origine delle migrazioni

Per gestire il problema migratorio occorre comprenderlo a fondo in tutti i suoi molteplici aspetti e quindi soffermarsi non solo sulle politiche europee di accoglienza e integrazione, ma anche sulle condizioni economiche, sociali e politiche in cui versano i paesi di origine dei flussi e quelli di transito. Scopriamo così che mentre noi focalizziamo la nostra attenzione unicamente su ciò che avviene nel Mediterraneo e ai nostri confini, la soluzione del problema andrebbe cercata al di là di quanto accade in questo specchio d’acqua: da un lato, nella pacificazione della Siria; dall’altro, avviando un percorso di sviluppo socioeconomico e per la risoluzione dei conflitti in Africa.

Il vicinato dell’Europa si allarga: il Corno d’Africa, la Penisola Arabica e il Mar Rosso

Le politiche e la sicurezza del Corno d’Africa sono oggi più che mai intrecciate con quelle della Penisola Arabica e danno vita, nei fatti, alle dinamiche del Mar Rosso, un’area geopolitica interdipendente. Per poter giocare un ruolo di primo piano in questa regione, l’Unione europea deve ora tessere relazioni più intense con i paesi del Golfo. Si tratta di un’area geografica che non è mai stata tanto importante come oggi per l’Europa, particolarmente da quando il confinante Nord Africa lotta per riprendersi dalle conseguenze delle rivoluzioni arabe e la vicina Libia rimane in piena crisi. Senza la dovuta attenzione, questa regione rischia di trasformarsi in un ulteriore polo di instabilità, rendendo l’Europa ancora più esposta alle minacce del radicalismo religioso, del terrorismo, dell’insicurezza marittima, dei traffici illegali, oltre che a ulteriori flussi migratori.

Il leone etiopico nella regione in fiamme

Fondamentale crocevia commerciale, l’Etiopia ha rappresentato per anni un teatro di crisi, conflitti, guerre e calamità naturali. Sin dall’antichità numerosi imperi si sono succeduti intorno al percorso del Nilo, che nasce nel territorio dell’attuale Etiopia e scorre attraverso i paesi della regione fino al delta egiziano. È in questa regione che l’Islam e il Cristianesimo si sono propagati fin dagli albori. Più volte si sono scontrati, ma anche incontrati. E ancora oggi, questo paese riveste per l’Italia e per l’Europa una cruciale importanza strategica.

Una guerra fondata su una duplice radicalizzazione: la Somalia di fronte ad al Shabaab

Sebbene con un andamento altalenante, che ha visto alternarsi fasi di crisi ad altre di rinascita e consolidamento, l’organizzazione jihadista al Shabaab da anni controlla saldamente una porzione importante del territorio somalo e alimenta una guerra sporca, apparentemente senza fine e che rischia di estendersi anche ai paesi vicini. Le ragioni del suo rafforzamento vanno ricercate da un lato all’interno del paese, nelle vicende della guerra civile che ne ha brutalizzato la società, dall’altro negli errori degli attori regionali e internazionali che hanno, di fatto, favorito nel paese la radicalizzazione religiosa e politica.

Stabilizzare il Corno d’Africa per combattere il terrorismo nel continente

Sebbene il Corno d’Africa, per ragioni geografiche oltre che per il ruolo svolto nell’affermazione dell’islamismo jihadista nel continente, possa rappresentare uno snodo cruciale per la stabilizzazione della regione e per la lotta al terrorismo internazionale e all’ISIS, sembra essere scomparso dal dibattito politico internazionale. Occorrerebbe invece pensare e attuare una risposta internazionale che, attraverso sviluppo economico, promozione di scambi commerciali, investimenti economici e consolidamento delle istituzioni pubbliche e della società civile, consenta di superare le situazioni locali di marginalizzazione e di contrastare la capacità dei movimenti radicali di sfruttarle.

Le sfide alla sicurezza nella fascia saheliana: una storia che ci riguarda

Dalla fine del regime di Gheddafi in Libia, nella fascia saheliana si sono sviluppate pericolose connessioni tra gruppi criminali locali e organizzazioni terroristiche, alimentate dalla debolezza dello Stato centrale insieme all’azione spesso inadeguata della comunità internazionale, in primo luogo europea, che hanno portato a un rapido deterioramento della situazione di sicurezza. Quali soluzioni dovrebbe proporre l’Unione europea per sradicare fenomeni di cattiva governance, povertà, corruzione ed emarginazione sociale nei vicini Stati saheliani che hanno un impatto significativo a livello politico, sociale e di sicurezza sui cittadini e sui governi europei?

I limiti del cyberterrorismo

Nonostante la percezione generalizzata sul pericolo costituito dal cyberterrorismo e la minacciosa propaganda jihadista, i gruppi terroristici non sembrano possedere le risorse – umane, economiche, tecnologiche –per condurre una cyberguerra. Né sembra che tale situazione possa evolvere nel tempo in favore di una maggiore capacità di attacco cibernetico da parte dei mujaheddin. Ciò non toglie però che azioni compiute sul web, soprattutto se ripetute e attuate contro obiettivi simbolici, possano avere un enorme impatto emotivo amplificando la reale portata del pericolo.

La vocazione jihadista dei foreign fighters e la risposta dell’UE

Se la cronaca e le inchieste giornalistiche ci hanno reso familiari termini quali jihad, califfato, foreign fighters, permane il problema di comprendere a fondo le ragioni di chi, pur cresciuto nelle società europeee secondo i loro valori, sceglie la strada del terrorismo. Come èpossibile elaborare una efficace strategia di prevenzione e contrasto di questi fenomeni, a livello sia nazionale che europeo, senza prima capire chi sono queste persone e perché siamo divenuti loro bersagli? E ancora, cosa si può fare e, soprattutto, cosa si sta facendo a livello europeo e nazionale per combattere il fenomeno?

Foreign fighters, identikit dei volontari in Siria e Iraq

È noto che il fenomeno dei foreign fighters è tutt’altro che nuovo. Tuttavia esso ha avuto un incremento e un’accelerazione notevoli negli ultimi anni e in particolare nel conflitto che si sta consumando fra Siria e Iraq. È difficile reperire dati su questo tema, ma sembra esserci consenso sul fatto che la maggior parte dei volontari che lasciano il loro paese per andare a combattere nel teatro di guerra siro-iracheno proviene da paesi mediorientali, soprattutto Tunisia e Arabia Saudita, e confluisce in modo particolare nei gruppi combattenti di Jabhat al-Nusra e dello Stato Islamico. L’aver preso parte a un conflitto civile non fa però automaticamente di un foreign fighter un terrorista.

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