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Il gioco di specchi delle riforme

Occorre non usare più il termine “riforma”. La controrivoluzione liberista iniziata con Bill Clinton e Tony Blair, seguaci inconsape-voli di Milton Friedman negli Stati Uniti e di Walter Eucken (che nessuno aveva letto) e di Jean Monnet in Europa, tra “théorie de la régulation” da un lato e “Ordoliberalismus” dall’altro (che nessuno sapeva cosa fossero perché oggi tutti parlano e leggono solo la lingua facile delle scimmie), ha trasformato anche il senso etimologico del mondo.
Cosicché “riforma” indica la direttiva eurotecnocratica oppure la de-cisione del Fondo monetario internazionale, Fondo che già sin dal suo sorgere nel 1945 a Bretton Woods preconizzava ciò che sarebbe divenuto il verbo della deflazione secolare che si è inverata senza col-po ferire. Come è noto Lord John Maynard Keynes fu sconfitto a Bretton Woods da uno stolido funzionario nordamericano che ben delineò il futuro del Fondo.

Collegare sapere e crescita: quali politiche?

L’economia della conoscenza avrà sempre più bisogno di persone in possesso della giusta combinazione di competenze tanto trasversali quanto specialistiche. Le risposte che questa sfida impone di adottare richiedono l’attuazione di riforme in alcuni ambiti prioritari: aumento del numero di diplomati nell’istruzione superiore, miglioramento della qualità e della pertinenza dello sviluppo del capitale umano nell’istruzione superiore e creazione di meccanismi efficaci di governance e di finanziamento a sostegno dell’eccellenza, rafforzamento del “triangolo della conoscenza” tra istruzione, ricerca e attività economica.

Tutela del lavoro e regole nel Jobs Act. Effetti e limiti della riforma appena approvata

La riforma del mercato del lavoro appena approvata si inserisce in un quadro di debolezze strutturali del sistema produttivo. Al di là delle diverse criticità che potrebbero emergere dall’applicazione della nuova normativa, è lecito chiedersi dunque se il rilancio dell’occupazione possa dipendere dalla sola revisione delle tipologie contrattuali senza un parallelo rilancio degli investimenti.

Cosa va e cosa non va nell’Italicum bis

Archiviate le coalizione preventive, c'è spazio per rilegittimare i partiti. Ma lo si vuole fare davvero? Così le preferenze sono una beffa per gli elettori.

Negando la rappresentanza si vuole colpire la partecipazione

Nel dibattito politico-economico italiano si sta affermando l’idea, sbagliata se non caricaturale, che alla modernità corrispondano la fine del conflitto tra interessi diversi e contrapposti e il conseguente svuotamento della funzione di rappresentanza e mediazione tra que­sti. Applicate al mondo del lavoro, la disintermediazione e la disarti­colazione delle forme di rappresentanza implicano non solo l’indebo­limento generico dei lavoratori nei luoghi di lavoro, ma lo svilimento stesso del lavoro inteso come dimensione rilevante della libertà della persona nella sfera collettiva. Viene insomma messa in discussione l’idea che il conflitto possa uscire dai singoli luoghi di lavoro per eser­citarsi nel condizionare, indirizzare, contestare le scelte del governo nel percorso di costruzione del futuro del paese.

Luci e ombre delle raccomandazioni UE all’Italia

La Commissione europea, il 2 giugno scorso, ha presentato le sue raccomandazioni di politica economica all’Italia. Tra qualche elogio e qualche voto negativo, emerge l’incoerenza delle posizioni della Commissione che chiede riforme strutturali, ma non concede le risorse necessarie ad attuarle.

Per un Italicum più rosa

Smentendo le attese, l’Italicum rischia di non consentire la parità di genere tra gli eletti della prossima legislatura. Tre diversi emendamenti sono stati presentati da parlamentari unite oltre le apparenze di partito per modificare la proposta di legge e rafforzare, garantendo una adeguata presenza femminile, la rappresentatività del Parlamento.

Idee per la crescita, cancellare la Bossi-Fini e Afghanistan nel n. 1/2014

Nonostante gli auspici e le previsioni ottimistiche, la ripresa tarda ad arrivare. Nel frattempo, oltre tutto, non ci si attrezza per far sì che quando arriverà essa possa trasformarsi in crescita robusta. Per questo, proponiamo qui alcune “Idee progressiste per la crescita”.

Turchia: la democrazia in un pacchetto

Lo scorso 30 settembre il primo ministro turco Erdogan ha presentato un pacchetto di riforme – a lungo atteso – volte a rafforzare la democrazia. Certo esso non renderà il paese meno democratico, eppure il metodo adottato dal governo è tale che ci vorranno decenni affinché la Turchia si trasformi in uno Stato pienamente democratico.

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