Euro e riformismo sovranazionale: lo strumento e il braccio?

Di Mario Telò Venerdì 01 Febbraio 2002 02:00 Stampa

Prima nella storia, l’Unione europea ha inventato la moneta non solo senza Stato ma anche senza governo economico. La costituzionalizzazione dei trattati accelerata dal Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001 non sarà di per sé una risposta a questa grande asimmetria, poiché la dimensione politico-istituzionale dell’Unione è cosa diversa dal governo dell’economia. L’Euro è una straordinaria realizzazione, ma un’autorità tecnocratica centrale, la BCE, ha assunto un potere sul processo di integrazione che, secondo autorevoli osservatori, supera già quello della Commissione. Quali prospettive per correggere questa situazione e meglio valorizzare le ricche potenzialità dell’Euro per la politica congiunturale e per la politica riformatrice?

 

Prima nella storia, l’Unione europea ha inventato la moneta non solo senza Stato ma anche senza governo economico. La costituzionalizzazione dei trattati accelerata dal Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001 non sarà di per sé una risposta a questa grande asimmetria, poiché la dimensione politico-istituzionale dell’Unione è cosa diversa dal governo dell’economia. L’Euro è una straordinaria realizzazione, ma un’autorità tecnocratica centrale, la BCE, ha assunto un potere sul processo di integrazione che, secondo autorevoli osservatori, supera già quello della Commissione.1 Quali prospettive per correggere questa situazione e meglio valorizzare le ricche potenzialità dell’Euro per la politica congiunturale e per la politica riformatrice?

Un atto forte di governo venne compiuto dal Consiglio europeo di Amsterdam nel giugno del 1997, con l’approvazione del famoso «Patto di stabilità» proposto dall’allora ministro tedesco Waigel e da Kohl allo scopo di ulteriormente rafforzare i criteri di convergenza stabiliti dal Trattato di Maastricht, tramite minacce di sanzioni per i trasgressori. Non si trattava certo di un impulso alle politiche di crescita e occupazione, che vennero a lungo e con efficacia bloccate dalla Germania di centro-destra, in nome dell’ossessione per la lotta all’inflazione e la riduzione dei deficit pubblici. Comunque la si pensi, si è trattato di un atto di governo «negativo», volto a non compiere «cattive azioni», più che a fare qualcosa, in positivo. Ciò è particolarmente inquietante per i riformisti, poiché quella che Giuliano Amato chiama un’azione riformista sovranazionale necessita di un governo economico europeo cioè della politica nella sua dimensione più nobile. E questo implica una riforma e una governance democratica dell’economia di mercato, necessità sulla quale concordano i partiti socialisti europei. Il paniere concreto da cui si possono trarre idee e metodi per attuarle è costituito dalla gamma di proposte elaborate negli scorsi anni da chi ha guidato l’UE tentando di creare le condizioni per sganciare la politica economica europea dalla semplice dipendenza dal ciclo congiunturale USA. Può essere utile dunque riflettere sui percorsi perseguiti durante il ciclo politico che ha dato il governo al centro-sinistra nella maggioranza dei paesi europei, e dunque una notevole forza nel Consiglio europeo e nel Consiglio dei ministri.

Le proposte elaborate e perseguite, con vario grado di successo, dalle varie presidenze di sinistra del Consiglio europeo corrispondono a varie culture politiche della sinistra europea, pur se adattate all’accettazione dei criteri di convergenza e dell’indipendenza della BCE: il modello della regolazione politica dell’economia tipica soprattutto della cultura politica di governo francese; l’idea di governo sovranazionale propria soprattutto alla Commissione europea; il modello consensuale e pragmatico formulato dalla Presidenza portoghese. Si tratta dunque di un interessante banco di prova delle culture riformiste europee. Il primo approccio si è concretato nella linea volta al rafforzamento del Consiglio ECOFIN, inteso quale pendant politico della Banca centrale europea. In fondo anche Padoa Schioppa aveva, dall’interno, ripetutamente e autorevolmente lamentato «la solitudine della Banca centrale», e lo stesso Delors non riconosce come propria la soluzione squilibrata attuale in cui manca un polo economico da affiancare al polo monetario. L’idea di creare una sorta di governo economico sembrava fortissima nel 1998: ancorata presso autorevoli economisti francesi come Fitoussi,2 essa accomunava soprattutto durante la non brillante presidenza tedesca dell’UE, i due socialisti di sinistra D. Strauss-Kahn, francese dal nome tedesco, e Oskar Lafontaine, tedesco dal nome francese. Preoccupati dalla politica di alti tassi praticata dalla BCE in confronto alla FED americana, i due sostennero per l’eurozona una politica volontarista di crescita, in polemica con il presidente della BCE, W. Duisemberg, ma senza grandi risultati politici.

La stessa idea di governo economico fu però riformulata due anni dopo, durante la presidenza francese dell’UE, da Laurent Fabius, ex primo ministro e ambizioso successore di Strauss-Kahn, nel senso di un rafforzamento dell’«Euro 11» (che allora riuniva i partecipanti alla eurozona). Il governo Jospin ne fece esplicitamente una priorità assoluta della Francia (secondo semestre del 2000). Nel luglio, un Consiglio tempestoso smantellò il pacchetto di proposte di Fabius e in particolare la principale, cioè la creazione di un «Monsieur Euro», che, sulla scorta di «Monsieur PESC», potesse divenire il portavoce della politica monetaria della UE, di fatto il contraltare politico di Wim Duisemberg. Ma il tedesco Eichel (col quale Schröder ha sostituito senza rimpianti Lafontaine) difese lo status quo in nome della indipendenza della BCE, come del resto l’Olanda. La proposta fallì anche per ragioni varie tra cui pesarono le gaffes di Fabius e il timore di un direttorio presente presso gli altri stati membri ecc. Dall’esterno della eurozona, inoltre, la Gran Bretagna, la Svezia e la Danimarca fecero logicamente di tutto per boicottare il rafforzamento di un organismo che li esclude. Solo successo di Fabius fu il cambio del nome del Consiglio «Euro 11», che si chiama ora «Eurogruppo» e conosce un livello superiore di «istituzionalizzazione » (le virgolette sono necessarie perché, come si sa, questo Consiglio ristretto non è previsto dai Trattati).

L’impossibilità per la Svezia, paese esterno all’Euro di presiedere l’Eurogruppo durante la sua presidenza dell’ UE nel primo semestre del 2001, ha offerto al Belgio l’opportunità straordinaria di condurre ECOFIN e l’Eurogruppo per un anno intero. In una fase cruciale per l’entrata in circolazione dell’Euro e la crisi economica internazionale, il Ministro dell’economia belga Reynders ha sostanzialmente perseguito il modello francese, ma con maggiore flessibilità e pragmatismo, confermando che i belgi hanno le doti de