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Per un’Italia e un’Europa della convivenza

I modelli di integrazione attivati in numerosi paesi europei, pur nelle loro diversità, hanno realizzato una inclusione subalterna della persona migrante, cui è stato chiesto doverosamente di accettare il sistema di regole e di valori del paese ospitante ma senza praticare la reciprocità, quella “interazione” che pure costituisce l’indirizzo delle politiche dell’Unione europea in materia di integrazione. Si è rimasti all’interno di una unilateralità che non ha consentito di vedere l’altro come persona differente. In tutti i paesi europei permangono limiti sia nell’integrazione culturale che in quella economica e sociale. I migranti, le loro vite, le loro culture non sono diventati ingredienti delle identità nazionali ed europea. Perché ciò è accaduto?

Restituire eccellenza al sistema sanitario nazionale

Con la riforma del Titolo V della Carta costituzionale, al servizio sanitario nazionale si sono sostituiti ventuno servizi regionali, ciascuno dispensatore di prestazioni di qualità diversa in base alle capacità del territorio e alle risorse finanziarie disponibili, distribuite con criteri che finiscono per accentuare ancor di più il divario tra Nord e Sud del paese. Escludendo che si possa in tempi brevi attuare una nuova riforma costituzionale per tornare a un sistema nazionale occorre spingere affinché le Regioni approvino alcuni provvedimenti per sanare le storture che hanno minato il diritto alla salute dei cittadini.

Il neoborbonico come capro espiatorio

A dispetto della sua fortuna giornalistica e dei colpi di teatro messi a segno da singoli personaggi e consessi politici a corto d’idee, la teoria neoborbonica non fa breccia tra i componenti della classe dirigente meridionale. La ragione per la quale risulta assente è che essa è del tutto afasica. Non dice niente né sul piano descrittivo né soprattutto sul piano normativo. O meglio, non dice nulla di “inaudito”, il suo discorso è totalmente fagocitato, integrato nella vanvera corrente sullo sviluppo del Sud. Possiamo dunque stare tranquilli? Certo che no. Ma le ragioni per non stare tranquilli non sono quelle denunciate dai protagonisti delle pur meritorie campagne anti-neoborboniche. I motivi d’inquietudine vanno ricercati altrove. E, per farlo, la domanda giusta da porsi è: perché ci sentiamo minacciati da un pensiero così minoritario, inconsistente e conformista?

Questione territoriale: nella relazione c’è la soluzione

Nel passaggio dal modello fordista e dal capitalismo dei distretti alla globalizzazione selettiva, che impone a città e territori una profonda metamorfosi, si ridisegnano punti di vista e prospettive che impongono di abbandonare lo sguardo verticale che da Torino e Milano si rivolgeva al Sud della questione meridionale per appropriarsi di una prospettiva orizzontale, con tutte le implicazioni di territorialità che comporta. È alla luce di questi grandi cambiamenti e della conseguente rimessa in discussione delle relazioni tra aree, città, distretti, Regioni e del rapporto di queste ultime con lo Stato centrale che va reinterpretata la questione territoriale.

Il salto di qualità nella disgregazione della convivenza

Per comprendere le ragioni della facinorosità che imperversa in Italia e che ha gravi risvolti politici bisogna guardare ai sogni oggi infranti costruiti e alimentati nell’epoca della seconda Repubblica, quando l’europeismo e la globalizzazione venivano presentati come occasioni di grande progresso per l’intera società e, soprattutto, per una classe media espressione dei settori creativi della finanza e della cultura. Implacabile è arrivata la crisi, giunta a ribaltare l’impianto della costruzione miracolistica su cui un’intera classe dirigente ha per un quarto di secolo basato la propria legittimazione. È nella rabbiosa disillusione rispetto alle attese che vanno ricercate le ragioni della ribellione degli italiani contro le istituzioni e contro quelle novità che sono percepite, oggi, non più come opportunità ma come minacce.

Particolarismo e individualismo

Incerti. Impauriti. Individualisti. Egoisti eppur filantropi. Senza certezze. Senza partiti. Senza più sicurezze. Con uno Stato sociale che va in pezzi. Con la voglia di anteporre la carriera e le amicizie a qualcosa che non esiste più: il nido, il luogo di comfort del quartiere, laddove esisteva un cinema e ora, invece, c’è un ipermercato. L’Italia cambia. Cambiano i parametri di valutazione. Cambia la percezione della realtà. Ecco come.

Crisi morale di una società in regressione

Di fronte ai grandi cambiamenti che stanno avvenendo su tutti i piani – demografico, religioso, dei rapporti personali, della politica e dello Stato –, invece di mostrare capacità di visione e di elaborazione di soluzioni, le società europee si chiudono in se stesse, formano barriere, elaborano in termini integralmente negativi la categoria del “diverso”, vedendo in esso solo il nemico da abbattere e da cui difendersi. Ne scaturisce una sorta di feudalizzazione della società, che spezza il principio dell’unità, affermando il primato del particolare, del locale, dell’individualismo nella forma più gretta ed egoistica. È su questo piano, culturale prima che politico, che la destra vince.

I partiti possono davvero fare a meno del finanziamento pubblico?

I partiti politici sono sempre meno i principali vettori della partecipazione dei cittadini alla vita politica del paese. Eppure essi hanno dato un contributo essenziale allo sviluppo democratico dell’Italia repubblicana. L’eliminazione del finanziamento pubblico, nonostante il consenso con cui è stato accolto, rischia però di indebolire ulteriormente tale partecipazione.

Il governo non basta al cambiamento

La ricostruzione del partito è decisiva per uscire dal declino sociale e democratico.

Il partito che sceglie da che parte stare

La crisi ha fatto riemergere in Italia una drammatica questione so­ciale. Nuove linee di frattura tagliano trasversalmente la società, sepa­rando inclusi ed esclusi di un modello di sviluppo sempre più oligar­chico e parassitario. Di fronte a questa scelta di campo, come si colloca il Partito Democratico? In quale parte decide di giocare la sua partita? La forza del PD sta oggi nell’aver rigettato l’idea che si possa parlare alla società come a un tutto indistinto per scegliere invece con chia­rezza di stare dalla parte giusta della linea, dalla parte degli esclusi.

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