L’impasse della politica italiana

Di Sofia Ventura Martedì 19 Dicembre 2017 17:38 Stampa

Se dovessimo riassumere in una frase la situazione che si è venuta determinando nell’anno che ci separa dal 4 dicembre 2016, quan­do il referendum costituzionale è stato bocciato, potremmo dire che l’impasse si è consolidata. La politica italiana ha intrapreso un cam­mino erratico. A pochi mesi dalle elezioni siamo rassegnati a even­tualità come un ritorno alle urne dopo pochi mesi o la creazione di coalizioni di governo a partire dalla destrutturazione delle coalizioni elettorali. Le analisi di questo periodo, infatti, mostrano che dati gli orientamenti degli elettori nessun partito o nessuna coalizione pre-

elettorale sarà in grado di conquistare la maggioranza dei seggi con la nuova legge elettorale.

Quali sono gli elementi dell’impasse? Innanzitutto il fallimento del progetto politico-partitico e istituzionale di Matteo Renzi. Renzi so­gnava un partito a vocazione maggioritaria per una Italia maggiori­taria. La superficialità con cui il tema delle riforme è stato affrontato e la sua politicizzazione e personalizzazione hanno condotto all’in­successo. Questo esito si è intrecciato con una leadership incurante del partito che avrebbe dovuto sorreggere il cambiamento e così la vocazione maggioritaria si è scontrata sia con un contesto politico-

istituzionale ostile sia con l’assenza di un rinnovamento reale del Par­tito Democratico. Il leader sconfitto, dopo le dimissioni dal gover­no e poi dal partito, ha cercato una rivincita, ma senza nuove idee. Semplicemente, in un partito incapace di proporre alternative, si è riproposto, ha vinto e si è trincerato dietro alla sua forza nel PD, che però non corrisponde a una reale forza nel paese. La constituency dei democratici è tornata quella di sempre: elettori anziani, lavoratori di­pendenti, soprattutto pubblici, pensionati. Un profilo che distanzia quello che avrebbe dovuto essere un partito a vocazione maggiorita­ria dalla realtà del paese. Si direbbe che dalla non-vittoria del 2013 non si siano fatti passi avanti. Ma proprio per l’assenza di alternative convincenti, Renzi nel PD e il PD di Renzi rimangono centrali a sinistra. A oggi il tentativo di costruire una sinistra alternativa sconta numerosi ostacoli: protagonismi che si scontrano, arcaismi culturali e settarismi, analisi che non si rinnovano e permanere di ricette anti­che; stando ai risultati delle elezioni siciliane certamente l’incapacità di parlare a un elettorato ampio.

Dall’altra parte dello schieramento politico accade qualcosa che ri­chiama tendenze in atto nelle altre democrazie europee, accanto a specificità del tutto italiane. La destra è abitata da un partito, la Lega Nord di Salvini, che, attraverso una mutazione genetica rispetto alle origini autonomiste, è andato somigliando sem­pre più ai partiti populisti dell’estrema destra europea. Accompagnato, in questo, dal piccolo partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia. Ma ciò che rende il caso italiano eccentrico è che questa destra estrema è ritenuta dalla destra più moderata, Forza Italia (un partito che ha perso ogni carica innovativa, prigioniero com’è del suo leader fondatore e highlander), come un poten­ziale alleato. E infatti, in questa ultima fase della politica italiana abbiamo assistito allo sforzo di proporre un’offerta unitaria a destra che metta insieme ciò che insieme altrove si ritiene non possa stare. Uno sforzo che ha appeno condotto questa destra ar­lecchino al governo della Regione Sicilia. Ma che, se dovesse mai consentire anche la conquista del governo nazionale (al momento improbabile) riproporrebbe la difficoltà di dirigere un paese a partire da posizioni lontane, a meno di una “destrizzazione” dei moderati. Dietro a tutto ciò – ed ecco un’altra eccentricità – vi è il rinnovato protagonismo dell’ottantenne Silvio Berlusconi, che testimonia della natura amorfa di un campo politico incapace di produrre nuove lea­dership e nuova classe dirigente.

E poi c’è il Movimento 5 Stelle che, nonostante problemi giudiziari qua e là per la penisola, incoerenze sui temi sui quali ha costruito il proprio successo e il disastro dell’amministrazione di Roma, mantie­ne la propria forza, quasi un terzo dei consensi. Ciò, per il semplice motivo che attira un voto fatto di alienazione, scontento, protesta, fatalismo; un voto impermeabile alle perfomance e attratto soprat tutto dalla possibilità di dire agli “altri”: andate a casa. Un signor nessuno, ma molto furbo, come Luigi Di Maio – scelto per davvero da Beppe Grillo e per finta dai militanti 5 Stelle – può guidare il movimento per il semplice motivo che il movimento, in realtà, si regge su altro, su un diffuso sentimento di rabbia e stanchezza. È proprio la presenza di questo terzo (o quarto) polo che ha inceppato il fragile e frammentato bipolarismo italiano. Ma, a loro volta, sono state la debolezza e l’insipienza dei protagonisti di quel bipolarismo che hanno nutrito quel polo. Oggi si moltiplicano appelli all’unità per sconfiggere questo nemico “populista”, a destra e a sinistra. Della destra si è detto. Il PD renziano sembra ormai riconvertito alle co­alizioni, anche se non è chiaro cosa potrà coalizzare. Ma tali appelli rischiano di non essere troppo efficaci, perché una parte significativa dell’elettorato non vede come via di uscita che la scomparsa di chi lancia questi appelli. E la riduzione del dibattito pubblico agli oppo­sti personalismi, alle formule politiche e agli appelli contro i barbari non fa che nutrire questi sentimenti. Basterebbe, per saperlo, leggere le indagini sugli orientamenti dell’opinione pubblica.

Il dramma dell’Italia è che un intero ceto politico ha fallito (e forse sarebbe utile tornare ai primi anni Novanta per capire come siamo finiti qui). Oggi tenta di sopravvivere oscillando tra l’esibizione di spauracchi e l’inseguimento dei luoghi comuni anti-casta, anti-po­litici. Questi ultimi, la destra sembra destinata sempre di più a farli propri, la sinistra rimane in mezzo al guado. Le analisi, le idee e lea­der all’altezza latitano, mentre quel ceto politico fallimentare tenta di sopravvivere nonostante tutto; autoreferenziale continua a suonare la sua musica senza accorgersi che l’acqua sta salendo. Si direbbe che dovremo stare ancora peggio prima di ricominciare a stare meglio.