Dopo il califfato. Il Medio Oriente e la teoria del vero nemico

Di Renzo Guolo Giovedì 07 Settembre 2017 11:26 Stampa

Con la conclusione dell’esperienza statuale dell’ISIS si delineano per il Medio Oriente scenari geopolitici imprevedibili. Molto dipenderà da quanto faranno i due schieramenti anti-jihadisti in campo, capeggiati rispettivamente da Stati Uniti e Russia, i quali, caduto l’alibi rappresentato dal califfato, dovranno ora confrontarsi con il “vero nemico”: più che gli jihadisti, considerati un elemento transitorio della scena, alcuni dei membri dell’altra coalizione anti-ISIS. Si riaprono quindi i grandi giochi per ridefinire i futuri assetti mediorientali e i nuovi rapporti di forza tra i veri protagonisti della lotta per l’egemonia politica e religiosa nella regione.

La prevedibile fine, almeno come esperienza territoriale, del califfa­to autoproclamato genera in Medio Oriente rilevanti conseguenze. Il tracollo per “inflazione da nemici” dello Stato Islamico riporta, infatti, in primo piano questioni apparentemente accantonate dalla necessità di sconfiggere lo jihadismo organizzato.

Le due coalizioni ostili all’ISIS – quella a guida americana formata dai principali paesi arabo-sunniti, Arabia Saudita in primo luogo, e quella a guida russa, composta dall’Iran e dall’Hezbollah libanese, entrambi sciiti – hanno ora di fronte, senza schermo, i propri compe­titori strategici nella regione. L’interrogativo riguarda chi, e con quali alleanze, dopo la caduta del califfato avrà peso determinante nella Mezzaluna fertile. Naturalmente, le relazioni tra le potenze leader delle coalizioni, Stati Uniti e Russia, non si giocano solo in Medio Oriente, anche se, senza dubbio, questo è uno dei teatri dove esse si misurano, se non altro perché i loro interessi potrebbero condurre a intese non necessariamente condivise dai riottosi membri islamici dei due schieramenti anti-ISIS che, a loro volta, cercheranno di con­dizionare, in un senso o nell’altro, il loro principale partner extrare­gionale.

Del resto, non basta avere un nemico comune per far venire meno un competitore sul piano politico, religioso, militare. La fine del califfa­to in Mesopotamia non significa certo la fine di un conflitto, ormai pluridecennale, e spesso combattuto attraverso il ricorso a proxies, al­leati locali, come quello tra l’Iran erettosi a protettore delle comunità sciite e l’Arabia Saudita, che si vuole protettrice dei sunniti. Le due potenze regionali confessionali cercheranno, invece, di influenzare gli assetti politici e geopolitici sortiti dalla dissoluzione territoriale dello jihadismo.

Se sul piano della sicurezza la conclusione dell’esperienza statuale dell’ISIS ha conseguenze come l’esodo dei foreign fighters sopravvis­suti verso i paesi di provenienza, compresi quelli europei, o la ricer­ca di nuovi ma più periferici fronti del jihad, su quello geopolitico gli scenari sono meno preve­dibili. Molto dipenderà dalle opzioni dei diversi attori, locali e globali, in campo. Quello che ap­pare chiaro è che, dopo interventi militari esterni e guerre civili, difficilmente Iraq e Siria potranno essere politicamente ricostruiti ripristinando lo status quo precedente. È, infatti, venuta meno in ampi settori della popolazione locale, la convin­zione che sia nuovamente possibile la convivenza in un tessuto sociale che, seppure conflittuale, era comunque etnicamente e religiosamente plurale. Ora, dopo anni di violenza settaria, di esodi di popolazione, di sovranità impossibili

– si pensi all’indipendenza di fatto del Kurdistan iracheno –, di mobilitazione identitaria su base etnica o religiosa, è arduo pensare che il volto del complesso puzzle mesopotamico possa semplicemente essere ricomposto mettendo insieme le vecchie tes­sere. Natura dei regimi, leadership, rapporti tra comunità religiose, confini: tutto è in discussione in quel tormentato quadrante.

La presenza del califfato è stata, infatti, allo stesso tempo un grave problema e un “alibi” che ha permesso a molti degli attori dell’area il dispiegamento di strategie mirate a mettere in difficoltà il “vero ne­mico”: più che gli jihadisti, considerati un elemento transitorio della scena, alcuni dei membri dell’altra coalizione che pure all’ISIS si op­poneva. Si riaprono ora i grandi giochi per ridefinire i futuri assetti del Medio Oriente. A partire dalla Siria. Qui le questioni da affronta­re sono molte: dalla sorte di Assad agli equilibri interni garantiti dal regime, che si appoggia principalmente sul consenso degli alawiti, sino al rapporto con l’opposizione interna sunnita e alla scottante questione curda. Quest’ultima dipenderà anche dall’atteggiamento della Turchia.

Nel tentativo di allargare la sua sfera d’influenza in Siria, e favorire l’ascesa al potere di una coalizione sunnita che guardasse con simpa­tia a Damasco, Ankara aveva in passato lasciato che l’ISIS rafforzasse i suoi effettivi nel Nord della Siria. Un accordo, più o meno tacito, che ha garantito per un certo periodo alla Turchia una relativa tran­quillità interna sul fronte della sicurezza. Almeno sino a quando i turchi non hanno barattato il loro ingresso nella coalizione anti-jiha­dista con la mano libera contro i curdi, da sempre ritenuti il loro principale nemico. Un accordo che si reggeva sullo scambio politico tra frontiere aperte per i foreign fighters che andavano a raggiungere le forze di al-Baghdadi e l’immunità da attacchi terroristici in territorio turco. Accordo puntualmente venuto meno una volta che Ankara ha sacrificato l’obiettivo della caduta di Assad alla repressione dei curdi. I curdi hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta dell’ISIS. Sono stati gli “scarponi sul terreno” della coalizione a guida americana, così come sull’altro versante quel ruolo è stato assolto dalle milizie sciite iraniane e libanesi. La svolta pro-russa di Erdogan è nata per impedire che Mosca consentisse la nascita di un potere curdo nel Rojava.

Non a caso l’intesa tra Putin ed Erdogan ha permesso quella creazio­ne di zone di sicurezza invocate da tempo da Ankara. Misura che ha l’obiettivo non solo di tutelare le popolazioni sunnite delle province del Nord-Ovest siriano ma anche di contrastare il rafforzamento del­lo Y