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Europee 2019, alcune considerazioni

L’Europa ha affrontato le ultime elezioni dopo essere stata investita dalle crisi multiple dell’ultimo decennio (economica, finanziaria, migratoria). Ciononostante, i dati dell’Eurobarometro dimostrano che la fiducia di cui gode l’Unione è cresciuta dal 50% (nel 2006) al 65% (a fine 2018). A differenza dell’andamento europeo, in Italia la fiducia nell’UE è diminuita, nello stesso periodo, dal 64 al 49%. Gli elementi critici che abbiamo richiamato in apertura hanno messo alla prova la tenuta complessiva delle istituzioni europee e, per questo motivo, le elezioni del 2019 erano considerate cruciali sia per le sorti dell’Unione sia per determinare lo stato di salute delle forze partitiche europee tradizionali. A partire dal Trattato di Maastricht, l’UE è andata via via restringendo i propri parametri economico-finanziari, cambiando il focus delle proprie politiche: se prima l’obiettivo centrale era la coesione tra gli Stati membri, oggi è la competitività a livello globale.

La quarta ondata leghista

Domenica 26 maggio si sono svolte nel nostro paese le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Erano elezioni europee e non elezioni politiche generali. Potrebbe apparire una sottolineatura ultronea ed è invece assolutamente necessaria e utile per evitare fuorvianti interpretazioni del voto.
Ci fu, infatti, chi nel 2014 scambiò il risultato delle europee con quello delle politiche, smarrendo quindi la dimensione della realtà e iniziando da quel momento a fondare la propria azione di governo (e non solo) su di un presupposto fallace. Sappiamo tutti come è andata a finire, ma ancora durante la recente campagna elettorale Renzi non ha perso occasione per paragonare il suo 40,8% alle europee del 2014 con i risultati percentualmente simili della DC di De Gasperi e di Fanfani, continuando pervicacemente a ignorare le abissali differenze nelle percentuali di votanti: 58,7% di partecipazione al voto nel 2014 contro il 90% e più degli anni dei record democristiani.

Il voto della volatilità

Il primo dato che emerge dal voto del 26 maggio è la elevata volatilità del consenso. Gli spostamenti di preferenza che si registrano rispetto alle consultazioni del marzo 2018 raggiungono nel complesso il 49% delle schede. Segno evidente, anche questo, che il sistema politico rimane ancora molto fluido, più nulla di organizzato è in grado di resistere. Il mutare rapido delle fortune elettorali dà la sensazione di un sistema incapace di consolidamento, sprovvisto di una forza di controllo e di direzione da parte dei movimenti politici.

La società dietro il voto

Come tutti i fenomeni sociali, anche le elezioni si prestano a svariate interpretazioni, secondo il versante di osservazione. I risultati del voto europeo, a prima vista, non lasciano spazio a equivoci. Sicuramente, come molti analisti hanno sottolineato, è stato il secondo tempo delle elezioni politiche, con un rovesciamento dei rapporti di forza all’interno della maggioranza di governo.
Per la Lega si prevedeva un incremento dei consensi e per il Movimento 5 Stelle un deciso calo. Tutto questo è avvenuto, ma le dimensioni del ribaltamento sono andate ben oltre le previsioni.

Cosa ci dice la vittoria di Ocasio-Cortez sulla politica americana

La colpa deve essere dello stato di salute della sinistra italiana. Solo così si spiega l’immane attenzione generata dalla vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez, ventottenne socialista e democratica del Bronx, alle primarie del suo partito per il distretto elettorale che elegge un rappresentante alla Camera di Washington. Ricordiamolo: il 14° distretto di New York elegge una sola persona a Washington, è saldamente democratico e la città tende a esprimere anche eletti con posizioni di sinistra – ad esempio il sindaco, Bill de Blasio. La differenza con il sindaco liberal è che la donna del Bronx è affiliata ai Democratic Socialists of America che non sono un partito ma un’organizzazione politica che, in fondo, è per il superamento del capitalismo. I DSA sostengono candidati, a volte vincono primarie democratiche, a volte danno il loro contributo e dopo la vittoria di Trump (e la sconfitta di Sanders) le loro fila si sono ingrossate. Oggi hanno quasi 50.000 iscritti e l’età media è inferiore ai 35 anni, mentre dieci anni fa l’età media era 68 anni. Oggi, insomma, i DSA sono un fenomeno generazionale: la generazione che ha conosciuto quasi solo la crisi non aspira più al sogno americano come i suoi genitori e, in alcuni casi, lo mette persino in discussione.

La sinistra dopo il terremoto nelle urne del 4 marzo

All’indomani dell’esito delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 le metafore usate per commentare i risultati si sono sprecate, dall’alluvione all’ondata fino all’evocazione del terremoto, quasi che ci trovassimo di fronte a un comportamento degli elettori non spiegabile con gli strumenti critici e analitici ordinari. 
Eppure già in occasione delle elezioni del 2013 il sistema politico italiano era stato colpito da un evento straordinario, e inaspettato per le sue dimensioni, con l’esplosione del Movimento 5 Stelle, primo partito al debutto con oltre 8 milioni di voti, pari al 25,6%, un risultato senza precedenti nella storia elettorale d’Europa. 

La sinistra vittima del pensiero debole

Questo contributo ha preso forma mentre la crisi che si è aperta dopo il voto continua ad avvitarsi. Lo stallo dura ormai da quasi tre mesi e ogni giorno si susseguono colpi di scena. È impossibile, al momento, prevedere se nascerà un governo, quanto potrà durare e quali riforme sarà in grado di mettere effettivamente in campo. Sono troppe le variabili in gioco, molte delle quali esogene ai protagonisti politici. Se, al contrario, si tornerà al voto, è difficile immaginare con quali geometrie politiche e quali potrebbero essere gli esiti elettorali. Scomporre le diverse coalizioni e sommare le singole percentuali, cercando di calcolarne il peso elettorale (come si fa ipotizzando un’alleanza elettorale M5S-Lega) è un esercizio inutile, perché questa è l’epoca dei legami deboli e del consenso provvisorio e gli “zoccoli duri” che rappresentavano le basi del consenso dei partiti del Novecento non esistono più.

Not with a whimper but with a bang

Fino alle recenti elezioni si è considerato che l’irrompere di Forza Italia nel 1994, con quanto ne è successivamente derivato, sia stato l’evento politicamente più rilevante per l’Italia repubblicana in termini di scomposizione degli elettorati ed emersione di nuove forze politiche. Recentemente – a seguito delle elezioni politiche del marzo 2018 – la portata di quest’ultima tornata elettorale viene con sempre maggior frequenza accostata al 1994. In realtà, per quantità e qualità, essa appare di magnitudo assai più potente e, alla luce di alcune circostanze, più carica di definitività della precedente.

Sovranità non è una parola maledetta

Il voto del 4 marzo 2018 ha avuto un duplice e micidiale significato per tutte le forze variamente collocate a sinistra. Vi è il dato quantitativo, che segnala il peggior risultato di un’intera area in tutta la storia repubblicana, e vi è un dato qualitativo, caratterizzato dal definitivo mutamento della composizione geografica e sociale del voto a sinistra, con un andamento sorprendentemente parallelo, che riguarda PD, LeU e perfino Potere al Popolo. I risultati migliori vengono ottenuti nei centri delle aree urbane, connotati da più alti livelli di reddito e di istruzione, mentre nelle periferie e nelle aree interne, dove è più forte e concentrato il disagio sociale, le percentuali si inabissano abbondantemente sotto la media.

I protagonisti della fine di un mondo in ottanta giorni

Questo film che vi racconto è stato girato per ottanta giorni circa. Il finale sarà scritto dopo. Voi lo conoscete, io, mentre scrivo, no. Di questo film ci interessano più i veri protagonisti che la trama. E i protagonisti sono Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.
Cominciamo dal primo. «Si sta scrivendo la storia e ci vuole un po’ di tempo». La frase di Luigi Di Maio, pronunciata il 13 maggio alla fine del terzo incontro con Matteo Salvini trabocca di enfasi e velleitarismo. Tanto più perché pronunciata all’uscita dallo studio del commercialista, deputato M5S e legato alla Casaleggio Associati, Stefano Buffagni. 

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