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Per il rilancio di una piena e buona occupazione

L’ipotesi di reddito di cittadinanza pone rilevantissimi problemi culturali e morali e sollecita altrettanto forti precisazioni a proposito della pretesa di dar vita a un “lavoro di cittadinanza” e a un rinnovato New Deal. Piuttosto che ambire a costruire un welfare per la non piena occupazione, la priorità assoluta va data alla creazione di lavoro, demolendo l’ostracismo che è caduto sull’obiettivo della piena e buona occupazione, nella acuta consapevolezza che la sua intrusività rispetto al funzionamento spontaneo del capitalismo è massima proprio quando il sistema economico non crea naturalmente occupazione e si predispone alla jobless society.

Misure di contrasto alla povertà: un glossario per orientarsi

Indispensabile e preliminare a qualsiasi scelta tra le misure di contrasto alla povertà è conoscere significato e giustificazioni delle diverse opzioni disponibili. Una volta comprese le differenze tra termini come reddito minimo garantito, reddito minimo d’inserimento/reddito d’inclusione, reddito di cittadinanza, reddito di partecipazione e salario minimo è possibile immaginare sistemi che prevedano anche contaminazioni fra le varie forme. In questa prospettiva, ad esempio, appaiono di particolare interesse sia la proposta di coniugare aspetti del reddito minimo e aspetti del reddito di cittadinanza sia la prospettiva di coniugare minimi salariali e altri redditi minimi.

Reddito di inclusione: come e per chi

Anni di lavoro e sperimentazione per la messa a punto di una misura efficace di contrasto alla povertà hanno portato, all’inizio dello scorso marzo, alla nascita del reddito di inclusione, uno strumento certo ancora perfettibile, che offre una copertura non universale e che al momento può contare su risorse purtroppo insufficienti, ma grazie al quale, pur non avendo garanzia di uscire dalla povertà, molte famiglie potranno vedere ridursi significativamente la soglia delle loro deprivazioni. Quali sono le caratteristiche di questa misura, i suoi criteri di applicazione e di selezione dei beneficiari?

Il tema della condizionalità: principi e ipotesi in campo

Frutto, di volta in volta, di un diverso mix di universalismo, selettività e categorialità, il principio di condizionalità presenta pregi e difetti. I pregi principali consistono nel minor costo che esso comporta e nella maggiore efficienza nell’azione di contrasto della povertà. Non mancano però i difetti, dai problemi di corretta identificazione degli aventi diritto all’efficacia dei sistemi di controllo e di monitoraggio della platea dei beneficiari; dai possibili effetti di stigma sociale all’incentivo ad assumere comportamenti opportunistici in materia di offerta di lavoro. È per contenere i difetti che la condizionalità è stata rivisitata negli ultimi venti anni secondo il principio dell’universalismo selettivo, ossia una scelta equilibrata tra universalismo dei diritti quanto a individuazione della platea potenziale dei beneficiari e selettività in base alla condizione economica quanto a livelli di erogazione delle prestazioni e grado di compartecipazione alla spesa.

Rendite e diseguaglianza nel capitalismo contemporaneo

Vi sono alcuni redditi e ricchezze che crescono, anche in maniera considerevole, senza che venga fatto alcuno sforzo aggiuntivo perché questo aumento si verifichi. Si tratta perciò di rendite che, contrariamente a ciò che comunemente si crede, possono nascondersi anche nei redditi da lavoro o da capitale e scaturire da condizioni di contesto o infondate convinzioni più che da meriti individuali. Sebbene queste forme di rendita non siano la causa unica del crescere delle diseguaglianze, ne sono uno dei motori principali nella realtà contemporanea. Per questo motivo, pur con tutte le difficoltà del caso, la creazione di nuove rendite andrebbe prevenuta e contrastata.

Lotta alla povertà: indicazioni dalla sperimentazione di uno schema di reddito minimo

Tra le azioni messe in atto per contrastare la povertà, in Europa si sono diffusamente affermate quelle che prevedono schemi di reddito minimo, intorno alle quali si è di recente intensificato il dibattito anche in Italia. Negli anni scorsi non sono mancate in Italia sperimentazioni alla luce delle quali si può dire che una pratica più estesa e organizzata della via peculiare che esprime il welfare locale, cioè quella legata a servizi, dispositivi e professionalità non di natura monetaria, andrebbe ricercata e opportunamente supportata, entro la combinazione di forme di erogazione economica e progetti di inclusione sociale.

L’esperimento finlandese sul reddito di base: progresso o regresso di un modello nordico

La principale caratteristica dell’esperimento finlandese sul reddito di base sta nella possibilità di cumularlo con altri redditi da lavoro. Alla base vi è l’assunto che esso possa fungere da incentivo ad accettare lavori che altrimenti non verrebbero accettati o a intraprendere attività che altrimenti non verrebbero intraprese, come se vi fossero nel paese opportunità occupazionali non colte a causa di un welfare per la disoccupazione che disincentiva il lavoro. La realtà, invece, è che la Finlandia è alle prese con problematiche di competitività strutturale che questo tipo di interventi non è in grado di risolvere. Al contrario, quello che si configurerebbe come un sussidio pubblico a lavori scarsamente remunerativi porterebbe al consolidarsi di pratiche di competizione attraverso la riduzione dei costi salariali medi che mortificherebbero ancor di più la domanda interna e segnerebbero un ulteriore arretramento rispetto al modello nordico incentrato sulla parità tra capitale e lavoro.