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Brexit: incognite e variabili in campo

Per parlare di Brexit, a oltre un anno e mezzo dal referendum che ha sancito l’abbandono dell’Unione europea da parte del Regno Unito occorre subito dire una cosa: se si rivotasse oggi il risultato sarebbe quasi sicuramente identico a quello del 23 giugno 2016. Le ragioni sono piuttosto banali: la motivazione che ha spinto la maggioranza degli elettori britannici a votare per il leave aveva poco o niente a che fare con la permanenza all’interno dell’Unione europea. Una ricerca dell’Università di Warwick rivela che «la qualità dei servizi pubblici forniti è sistematicamente correlata alle percentuali di voto del leave. In particolare i tagli effettuati nell’ambito del recente piano di austerità attuati nel Regno Unito (per volere dei governi Cameron, nda) sono fortemente associati alle percentuali in favore del leave».

Uno spettro si aggira per l’Europa: il fascismo

È indubbio che stiamo vivendo una fase nella quale la democrazia è in ritirata pressoché ovunque. Una fase caratterizzata più dai sentimenti della paura e del rancore che dalla fiducia. La fiducia è il collante di una società davvero libera, la paura invece è la moneta corrente dell’autocrate: e noi abbiamo un bisogno disperato della prima. Molti storici usano la metafora del “pendolo” per descrivere queste fasi che si alternano nella vita delle società. La pace di Westfalia del 1648 pose fine all’idea hobbesiana della guerra di tutti contro tutti: gli Stati non interferirono nelle rispettive politiche nazionali nel periodo post napoleonico, fino a quando la Germania di Bismarck ruppe questo equilibrio dando avvio alle due guerre mondiali. Dal dramma della seconda guerra mondiale nacque l’idea dell’Europa che oggi conosciamo e che sembra essere messa a dura prova.

Ebraismo e sinistra, è proprio divorzio?

Ogni volta che leggo su un giornale una notizia di rilievo su Israele so già che verrò assalito da un conflitto interno, soprattutto per l’interpretazione che ne daranno i miei amici e compagni che militano nei partiti di “sinistra” e i miei confratelli italiani di religione ebraica. Viviamo in un’epoca in cui la lettura dei fenomeni politici è spesso approssimativa. Figuriamoci quando si devono trattare temi di carattere internazionale. L’apice dell’approssimazione si raggiunge spesso – a mio avviso – quando si parla di Israele e del suo conflitto con il mondo arabo e palestinese. In quel caso si crea, soprattutto in Italia, un vero tifo da stadio che permea anche il campo della politica (per non parlare dei social media) e spesso complica il ruolo che potrebbe giocare il nostro paese sullo scacchiere mediorientale.

Non ci meritiamo Trump e Netanyahu

Malgrado numerose guerre ne sconvolgano l’assetto, o forse proprio per questo, il Medio Oriente è di nuovo al centro degli interessi della politica mondiale. Conseguenza del fatto che le carte mediorientali sono tornate in cima alla pila nella prima cancelleria d’Occidente, cioè la Casa Bianca. E come è d’uso dalla fine della guerra fredda in poi, è stato un presidente repubblicano – anche se Trump lo è sui generis, diversamente da George W. Bush – a declinare questo tema come principale nell’elaborazione della politica estera, al contrario dell’impostazione più “globalista” degli altri due presidenti democratici. Dove Clinton si era occupato più di temi europei – la riunificazione della Germania e poi la guerra nei Balcani – e Obama invece aveva spostato il baricentro verso il Pacifico.

Un salto di qualità per l’Europa

Stretta tra l’ostilità di Trump e il rinnovato attivismo russo, l’Europa si trova ad affrontare uno scenario allarmante in cui nazionalismo, protezionismo e politica di potenza tendono confusamente a soppiantare il tentativo di realizzare una governance multilaterale e condivisa della globalizzazione. Purtroppo, non pare esservi sin qui una visione strategica comune su come il Vecchio continente debba reagire alla nuova situazione internazionale. Si prefigura come via di uscita l’ipotesi di un’Europa a più velocità, di una pluralità di cooperazioni rafforzate che potranno svilupparsi sulla base di diversi raggruppamenti di paesi. È però essenziale che tale processo abbia una guida forte, che passa innanzitutto attraverso una rinnovata collaborazione tra Germania e Francia.

Le integrazioni differenziate: una formula già sperimentata

Le integrazioni differenziate e tutto quello che a esse è connesso non costituiscono certamente un inedito nella cornice del cammino dell’Unione europea. Al rinnovato interesse per questo tema hanno contribuito sia il riferimento agli effetti devastanti della crisi economica e finanziaria che da anni ha investito l’Europa, deprimendo tutti gli indicatori essenziali, sia la constatazione che a fronte di tale crisi le divergenze tra gli Stati membri sul futuro del progetto comune europeo restano evidenti e profonde. Il rilancio del metodo delle integrazioni differenziate costituirebbe un valido espediente pragmatico non certo per dividere o escludere ma per scongiurare ulteriori processi di dissoluzione dell’Unione europea.

Integrare la differenza. Incognite e possibilità dell’Europa plurale

La parola d’ordine, in questa nuova e difficilissima fase della vita dell’Unione europea, è “integrazione differenziata”. Un ossimoro che segna un cambiamento radicale nel discorso relativo al processo di integrazione del continente, che non punterebbe più, come avvenuto finora, verso obiettivi comuni e il traguardo della condivisione della sovranità, ma si adagerebbe sugli effimeri vantaggi di una diversificazione strutturale della dinamica europea. Di questo disallineamento, e della conseguente, oggettiva difficoltà di “recuperi” futuri, è difficile rallegrarsi. Soprattutto perché in tal modo non si offrirebbe una soluzione definitiva ed efficace ai dilemmi e alle crisi che attanagliano l’Unione.

Europa differenziata: istruzioni per l’uso

Discussa ormai da tempo nel dibattito accademico e intellettuale, l’ipotesi di un’integrazione europea “a più velocità” pare ormai ampiamente accettata anche nei circoli della politica e della diplomazia del Vecchio continente e risulta essere, oggi, la strada potenzialmente più battuta per il rilancio del processo di integrazione europea. Pur non trattandosi di un fenomeno nuovo, l’integrazione differenziata si presenta con caratteristiche diverse dal passato: non più come il frutto di una differenziazione in negativo, esito del rifiuto di alcuni Stati membri di aderire a determinate iniziative, ma come il nuovo paradigma dell’integrazione europea, una strategia pragmatica per sanare alcune inefficienze istituzionali della UE e generare nuovi beni pubblici sovranazionali. Sono però molte le questioni che l’attuazione di questo processo di integrazione solleva: chi includere tra i “pionieri” e per fare cosa? Attraverso quali strumenti realizzare l’integrazione differenziata? Quale tipo di coordinamento mettere in atto tra i nuclei di integrazione avanzata e i rimanenti Stati membri dell’Unione europea?

La governance dell’area euro: un passaggio cruciale per l’Europa a diverse velocità

Dopo la grande paura dell’affermazione dei movimenti populisti e antieuropei, viviamo una fase di attesa per quella che potrebbe essere una controffensiva europeista. Sembrano esserci, adesso, le condizioni per aprire un ciclo di rilancio del processo di integrazione. Ma cosa significa oggi rafforzare l’Unione europea e, soprattutto, come farlo? Una prima intesa sembra essere stata raggiunta almeno tra Francia, Germania e Italia circa il modo di procedere, ossia attraverso l’ipotesi di un’Europa a velocità differenziate. Una formula che, però, se può risultare valida nel campo della difesa o per le politiche di immigrazione, è impraticabile per quanto riguarda il fronte della governance dell’euro. Qualunque rilancio dell’area dell’euro potrà avvenire solo garantendone la coesione interna e intervenendo con decisione per aumentare la resilienza dell’eurozona e sostenere la crescita, superando le divergenti performance tra i paesi dell’area dell’euro e realizzando una crescita inclusiva che vada a vantaggio di molti e non, come avvenuto finora, di pochi privilegiati.

Il perimetro della cooperazione per la sicurezza

Nel mondo sempre più interconnesso in cui viviamo diventa cruciale rafforzare i collegamenti tra sicurezza interna ed esterna. Lungo questo binario si sta muovendo l’Italia nell’ambito del più generale approccio europeo concretizzatosi nella Strategia globale per la politica estera e di sicurezza dell’UE. Strategia che si pone obiettivi ambiziosi in materia di difesa e sicurezza, per perseguire i quali è stato approvato, nel dicembre 2016, un piano di attuazione che propone una revisione annuale coordinata della spesa per la difesa, una migliore risposta rapida dell’UE mediante il ricorso a gruppi tattici, nonché una nuova cooperazione strutturata permanente (PESCO) unica per gli Stati membri che intendono assumere maggiori impegni per la sicurezza e la difesa. A ciò si affianca la cooperazione internazionale di polizia, che rappresenta, nelle attuali contingenze, uno degli strumenti di maggior rilievo nella lotta alla criminalità organizzata transnazionale e al terrorismo di matrice politica e religiosa.

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