Ripensare il paradigma dell’Europa

Written by Massimo D’Alema Tuesday, 14 May 2019 14:02 Print
Ripensare il paradigma dell’Europa Foto di David Mark

Intervento di Massimo D’Alema al “European peripheries: Austerity & Economic Policies”, 30 aprile 2019, King's College, Cambridge.


L’Europa, poco più di un secolo fa, dopo aver popolato l’America e l’Oceania, rappresentava, alla vigilia della Prima guerra mondiale, il 25% della popolazione del pianeta. L’età media degli europei era intorno ai 25 anni e, ancora nel 1950, l’Europa era un continente giovane nel quale l’età media degli abitanti era 28 anni. Che cosa è oggi, dal punto di vista demografico, l’Europa nel mondo? In un arco di tempo relativamente breve gli europei sono arrivati a rappresentare, malgrado il significativo rinforzo dell’immigrazione, circa il 10% della popolazione mondiale e l’età media degli abitanti nei nostri paesi è intorno ai 43 anni, un po’ più alta in Germania e in Italia.

Ancora nel 1980 l’Unione europea produceva il 30% del PIL del mondo. D’altro canto a quella data, a pochi anni dalla creazione del G7, il club dei paesi più ricchi del mondo rappresentava quasi il 70% della ricchezza del pianeta. Secondo le stime del FMI nel 2023 l’Unione europea rappresenterà circa il 14% del PIL mondiale. Nello stesso periodo (1980-2023) la Cina passa dal 2% al 22%, avviandosi per la metà del secolo a diventare la prima potenza economica del mondo superando gli Stati Uniti. Ma ciò che colpisce di più per noi europei abituati a pensare la Cina come la fabbrica del mondo, una fabbrica di beni a basso valore aggiunto, è il dato relativo agli investimenti in ricerca e sviluppo che nell’ultimo anno sono stati in Cina superiori a quelli effettuati in Europa. D’altro canto la Cina detiene il record dei brevetti depositati negli ultimi tre anni rispetto a qualsiasi altro paese o continente del mondo. Potrei continuare a elencare dati, ma credo che quelli citati siano sufficienti a far capire quanto sia sconvolgente il cambiamento che in modo accelerato ha investito gli equilibri mondiali. Un cambiamento non governato, che travolge il vecchio ordine senza che appaia all’orizzonte un ordine nuovo; un cambiamento cui l’Occidente reagisce in modo disordinato e impaurito, mentre si aprono linee di frattura all’interno del mondo occidentale e si moltiplicano conflitti di tipo militare, politico, economico e commerciale.

Questo è lo scenario in cui dobbiamo collocare una riflessione sul destino dell’Europa. La realtà dovrebbe spingere le classi dirigenti europee verso una maggiore unità e integrazione del continente. Difficile pensare alla possibilità che la nostra civiltà possa avere un peso nei nuovi equilibri mondiali che si vanno delineando se l’Europa non saprà proporsi come una grande potenza unitaria. Il nazionalismo, nelle sue forme estreme, ha rappresentato la grande tragedia europea e ha portato a far deflagrare nel cuore del nostro continente due guerre mondiali. Ma se nella storia ha rappresentato appunto tragedia, il nazionalismo europeo di oggi appare piuttosto patetico. Stiamo assistendo alla vicenda tragicomica della Brexit che dimostra come sia difficile rimettere indietro le lancette della storia. Ma pochi si sono chiesti quale possa essere il destino del Regno Unito fuori dall’Unione europea; forse qualcuno sogna il ritorno all’impero britannico, quando invece l’unica prospettiva concreta è quella di rappresentare un’appendice periferica della potenza americana. Ma anche la politica francese appare talora ispirata dall’illusione di riproporre la grandeur del passato e persino in Italia riemerge un nazionalismo straccione e razzista. È evidente che su questa strada non è possibile dare risposte alle grandi sfide che l’epoca della globalizzazione ci propone. Ma è anche vero che dobbiamo cercare di capire il perché di questa ventata che definiamo “populista e sovranista”, quali sentimenti e quali bisogni si esprimano in una rivolta di cui sono protagoniste soprattutto le classi popolari, il mondo del lavoro e in generale i ceti sociali più deboli all’interno dei nostri paesi. Non credo che se ne verrà a capo se non ci si rende conto che ciò che avviene è anche il frutto della miopia e del fallimento delle classi dirigenti europee ed esprime un bisogno di sovranità, cioè di ripresa di controllo sui processi economici e sui loro effetti sociali; un bisogno di protezione da parte di persone che si sono sentite in balia dell’arbitrio dei mercati e che hanno via via visto erodersi diritti sociali e tutele che erano stati conquistati attraverso un secolo di battaglie e di progressi.

Cosa non ha funzionato nel processo di integrazione europea? Come ricostruire un rapporto di consenso tra le élite politiche e intellettuali europee e la massa dei cittadini, in particolare quelli più poveri e indifesi? Si tratta di una sfida drammatica, decisiva soprattutto per l’avvenire della sinistra europea.

L’ultima grande stagione della socialdemocrazia in Europa fu nella seconda metà degli anni Novanta e nei primi anni del nostro secolo. L’epoca di Gerhard Schröder, Tony Blair, Lionel Jospin. Dall’altra parte dell’oceano c’era l’America di Bill Clinton. La stagione d’oro del riformismo e della cosiddetta “Terza via”. Tra il 1999 e il 2000 nel Consiglio dell’Unione europea a 15 Stati sedevano 11 membri del Presidium dell’Internazionale Socialista. Ciò avveniva in un mondo reso più libero dalla fine della guerra fredda e dal crollo dell’impero sovietico e che sembrava avviato verso una espansione della democrazia e una globalizzazione economica nel segno di una affermazione del modello occidentale. Ricordo che nel 1999 rimasi colpito quando, incontrando come presidente del Consiglio dei ministri papa Giovanni Paolo II, mi sentii dire: «io che ho combattuto tutta la mia vita contro il comunismo ora mi domando con preoccupazione: chi difenderà i poveri nell’epoca del trionfo del capitalismo?». Era una domanda legittima e la Chiesa rappresentò una delle poche voci critiche di fronte al trionfo della globalizzazione neoliberista. In effetti la minaccia del comunismo e la necessità di mantenere il consenso dei ceti popolari aveva rappresentato uno stimolo potente a favore di politiche redistributive e di inclusione sociale. Negli anni Novanta si viveva sotto l’effetto di una visione ottimistica della globalizzazione e della convinzione più o meno diffusa che il compito fondamentale della politica fosse quello di assicurare un buon funzionamento dei mercati che avrebbero provveduto non solo a garantire una forte crescita dell’economia, ma anche a ridistribuire ragionevolmente le risorse. Il socialismo europeo sottovalutò il fatto che il successo riformista era anche una reazione all’ondata neoliberista thatcheriana e reaganiana e conteneva una domanda pressante di protezione sociale a fronte degli effetti della globalizzazione.

Oggi possiamo valutare, anche sulla base di una vasta letteratura, quanto la crescita della ricchezza degli ultimi due decenni si sia accompagnata anche a un aumento delle diseguaglianze. In particolare l’Europa e l’Occidente hanno conosciuto contemporaneamente una inedita concentrazione della ricchezza finanziaria e un processo di impoverimento del mondo del lavoro e delle classi medie per l’effetto combinato della finanziarizzazione dell’economia e dell’impatto della rivoluzione tecnico-scientifica. Questi processi sociali hanno avuto un effetto particolarmente lacerante nei nostri paesi determinando spaesamento e insicurezza proprio mentre si indebolivano i poteri dello Stato sia per il peso crescente dei mercati finanziari sia per lo spostamento di sovranità e di potere verso le istituzioni europee.

Bisogna dire in verità che il processo dell’integrazione europea, sin dalla sua fase iniziale, ha avuto l’impronta della cultura ordoliberista di origine tedesca. Ciò vale non solo per l’ossessione della stabilità monetaria che aveva la sua origine nel trauma della Repubblica di Weimar, ma, più in generale, per l’idea che i meccanismi istituzionali europei dovessero limitare al massimo i poteri decisionali dell’autorità politica. Pesava in questo anche l’esperienza dei totalitarismi e l’idea quindi che il compito fondamentale della regolazione fosse appunto quello di difendere il mercato e la società da una pericolosa intromissione dello Stato. Sull’onda della vittoria della liberaldemocrazia contro il comunismo negli anni Novanta, il pensiero unico “neoliberista” ebbe un’influenza dominante incontrastata proprio nel momento in cui con il completamento del mercato unico e l’avvio dell’euro il processo di integrazione compiva passi determinanti sul piano economico e monetario. Ciò comportava una progressiva cessione di sovranità da parte degli Stati non tanto a un potere politico sovranazionale quanto a un complesso meccanismo di governance costruito all’insegna della illusione che fosse possibile imporre un governo delle regole attraverso meccanismi di decisione il più possibile spoliticizzati. La stessa parola “governance”, che si è imposta nel gergo della globalizzazione e dell’eurocrazia, esprime una concezione tecnocratica e non politica della funzione di governo.

L’Unione europea ha assunto così il linguaggio e, nei confronti dei governi e delle opinioni pubbliche nazionali, gli atteggiamenti tipici di un organismo finanziario internazionale e non di un corpo politico. La Commissione si è presentata a lungo come un organismo il cui compito è “far rispettare le regole” e non quello di mettere in pratica un programma di governo. Ai governi nazionali si è chiesto spesso di “fare i compiti a casa” come a studenti indisciplinati senza una grande considerazione degli effetti che quegli “esercizi” potevano avere sulla tenuta sociale e sul consenso dei cittadini. Insomma, l’ideologia dominante è stata a lungo volta a presentare la governance europea come improntata a una neutralità tecnica e non come l’espressione di una volontà politica che in quanto tale deve rispondere ai cittadini e deve motivare le sue scelte. È invece evidente che i meccanismi prodotti dai Trattati europei hanno avuto effetti politici e sociali assai marcati che nel medio periodo hanno finito per logorare il patto sociale su cui si sono fondate le nostre democrazie.

È chiaro ad esempio che il sistema della moneta unica, non consentendo più la flessibilità del cambio per compensare diversi livelli di produttività, ha finito per scaricare il peso della competizione internazionale quasi interamente sul costo e sulla flessibilità del lavoro. Come pure appare evidente che la mancata armonizzazione fiscale all’interno dell’area euro ha portato a una concorrenza in materia di attrazione di capitali che si è giocata molto sulla riduzione della imposizione. In questo modo le entrate fiscali degli Stati nazionali hanno finito per gravare in modo pressoché esclusivo sul lavoro alterando la progressività dei sistemi fiscali, che ha rappresentato un architrave della solidarietà sociale nel nostro continente.

Anche i poteri della Banca centrale europea sono stati disegnati per garantire la stabilità monetaria e fronteggiare il pericolo dell’inflazione, ma sono apparsi inadeguati di fronte alla stagnazione e alla disoccupazione. Si potrebbe continuare per dimostrare che tutta l’architettura dei trattati e delle istituzioni europee non ha nulla di neutrale o di tecnico ma è stata invece ideata sotto il segno di un’egemonia neoliberista. Questo significa che la trasformazione radicale di cui l’Unione ha bisogno non può passare solo tramite un cambiamento delle policies ma comporta una riforma strutturale che investe i trattati e il funzionamento delle istituzioni.

Se volgiamo lo sguardo al periodo storico che dal Trattato di Maastricht arriva sino ad oggi possiamo dire che la governance europea ha funzionato sino a quando l’economia mondiale è stata in crescita, l’inflazione era moderata, la liquidità dei mercati finanziari abbondante e con elevata redditività. Insomma sembrava davvero che la globalizzazione, con la creazione di tante nuove opportunità e l’apertura di nuovi mercati, garantisse una opportunità di crescita e che il compito della politica fosse solo quello di “allentare le briglie” e cioè di rimuovere gli ostacoli che impedivano all’economia e al mercato di dispiegare i propri effetti benefici. Ma in realtà si andavano accumulando le contraddizioni che portarono alla crisi che si apre dall’estate del 2007. La crisi finanziaria e poi economica non fu un incidente di percorso, ma un vero e proprio momento della verità. Non solo perché essa nasce dagli eccessi di una deregulation neoliberista, in particolare dei mercati finanziari, che ha tolto ogni freno alla speculazione favorendo il dominio della finanza sul lavoro e sull’impresa. Ma la crisi è stata anche il frutto delle crescenti diseguaglianze sociali e dell’impoverimento delle classi medie, in particolare nel mondo occidentale. Perché in definitiva il castello di carta costruito sui mutui subprime è crollato il giorno in cui  la famiglia del lavoratore medio americano non è stata più in grado di pagare la rata del mutuo.

La bufera della crisi ha messo in evidenza la rigidità e le debolezze del sistema di vincoli e di regole di cui l’Europa si è resa prigioniera. Proprio perché non si trattava più di regolare la crescita, ma al contrario di mettere in campo le misure straordinarie di politica monetaria e finanziaria in grado di fronteggiare l’emergenza e di sostenere la ripresa. Di fronte all’emergenza non basta il “governo delle regole”, occorrono il coraggio e la libertà della decisione politica. La vera grande deroga che l’Unione si è concessa ha riguardato il salvataggio del sistema bancario; ma questo è stato pagato poi (con il patto di stabilità) con una più accentuata austerità che ha comportato il taglio della spesa sociale, la contrazione degli investimenti e delle misure a sostegno della crescita e quindi una relativa stagnazione e contrazione dei consumi. Tutto ciò mentre non solo nelle cosiddette economie emergenti, ma anche negli Stati Uniti, si manifestava una maggiore flessibilità, la possibilità di scelte monetarie e finanziarie assai più spregiudicate a sostegno della ripresa economica.

Ha scritto Nadia Urbinati: “Io non sono leghista, ma sento un senso insopportabile di limitazione del potere decisionale del mio paese quando osservo il comportamento dell’Unione Europea che usa parametri che umiliano le politiche sociali e di crescita. Queste scelte hanno una grande responsabilità nell’aver favorito il successo dei movimenti populisti e nazionalisti”.

Il giudizio di una studiosa progressista ed europeista riflette un’opinione diffusa ed esprime esattamente quel sentimento negativo verso l’UE finito per diffondersi in molti paesi compresi quelli, come l’Italia, in cui era più forte il consenso europeista. Tuttavia se cerchiamo di analizzare più in profondità questa contrapposizione tra “l’Europa dell’austerità” e l’aspirazione a riconquistare l’autonomia dei singoli paesi scopriamo che essa corrisponde solo in parte alla verità. Nel corso degli ultimi anni, in particolare a partire dalla crisi del 2008, le iniziative tese a rompere la gabbia dell’austerità sono venute in modo significativo dalle istituzioni europee. In particolare la Banca centrale europea, con la decisione di acquistare titoli nazionali sul mercato secondario per contrastare la speculazione e ridurre lo spread, è andata certamente oltre i limiti del rigoroso mandato monetarista che le è stato assegnato al momento della sua costituzione. Il cosiddetto “quantitative easing” e la politica dei bassi tassi di interesse hanno sostenuto la ripresa europea e hanno rappresentato una interpretazione coraggiosamente creativa della BCE. Anche la Commissione, dal canto suo, ha cercato, nei limiti del possibile, di interpretare in modo flessibile il Patto di stabilità  e di favorire politiche di sostegno alla crescita. Il Parlamento europeo poi rappresenta senza dubbio, tra le istituzioni comuni, quella che si è spinta più avanti sia sul piano delle politiche ambientali e di sviluppo, sia sul piano delle politiche contro le diseguaglianze e lo strapotere della finanza internazionale. Vale la pena sottolineare il pronunciamento del Parlamento europeo a favore di una tassazione europea delle transazioni finanziarie e la battaglia per un aumento del bilancio comunitario in particolare a sostegno dell’innovazione e dello sviluppo. In realtà il vero presidio delle politiche di austerità sono stati il Consiglio europeo e, in generale, gli organi intergovernativi. Il rischio paradossale è che la spinta antieuropea porti a una crescita dei partiti nazionalisti e quindi a un Parlamento frantumato e a un ulteriore slittamento dell’equilibrio tra i poteri a favore di una dimensione intergovernativa: in definitiva a una Europa ancora più cristallizzata nella gabbia delle regole attuali. Il paradosso dei nazionalismi sta proprio nel fatto che essi pongono il problema della sovranità ma, in molti campi, rappresentano anche l’ostacolo a un suo concreto esercizio, proprio perché per essere efficace la sovranità dovrebbe potersi esercitare a livello europeo ed essere liberata dal veto dei governi nazionali. Ciò appare evidente se si considera il tema caldo delle politiche migratorie. Il governo italiano lamenta – in modo abbastanza infondato e retorico – che l’Italia sia stata lasciata sola dall’Europa; ma nello stesso tempo ogni tentativo delle istituzioni di Bruxelles di promuovere un approccio più solidale al tema delle migrazioni è bloccato dal veto degli egoismi nazionalisti politicamente apparentati a quello che governa il nostro paese.

È evidente che nella confusa contestazione verso l’Europa che cresce nei diversi paesi del continente non vi è dunque una risposta alle sfide che i cittadini europei devono affrontare. Tuttavia non si può rimanere prigionieri di una morsa fra populismo disgregatore e difesa retorica e conformistica dello status quo. Per quanto vi siano state indiscutibilmente, lungo il cammino dell’integrazione europea, molte conquiste e acquisizioni importanti che devono essere difese, ciò di cui c’è bisogno oggi è un europeismo coraggiosamente e radicalmente riformatore, capace di gettare le basi di un nuovo patto fra istituzioni europee e cittadini. Non mi pare che, purtroppo, nel confronto politico di questa vigilia elettorale emerga con sufficiente chiarezza una piattaforma di cambiamento. Certamente, tra le forze politiche principali, i socialisti sono quelli che si stanno muovendo nella giusta direzione, ma nono, a mio parere, in modo sufficientemente coraggioso. Mentre invece, sul piano culturale della ricerca vi sono molte analisi e proposte importanti che possono rappresentare la base di una nuova prospettiva politica. Vorrei riferirmi soprattutto a tre proposte emerse nelle ultime settimane. La prima è il “Manifesto per la democratizzazione dell’Europa” promosso da Thomas Piketty e da un gruppo di personalità europee. Vi è stato poi, in ordine di tempo, il rapporto del gruppo di lavoro promosso dalla FEPS, redatto sotto la direzione di Joseph E. Stiglitz e pubblicato con il titolo “Rewriting the rules for European economy”; da ultimo ha visto la luce il report della Commissione indipendente per l’Eguaglianza Sostenibile.

La proposta di Piketty risponde all’esigenza di una rilegittimazione democratica dell’Unione Europea e, al tempo stesso, di un salto di qualità dell’impegno delle istituzioni comuni contro le diseguaglianze e a sostegno di uno sviluppo di qualità. Il manifesto propone un aumento sostanziale del bilancio dell’Unione fino al 4% del Pil europeo, facendo leva non su trasferimenti degli Stati nazionali ma su entrate proprie derivanti da: a) tassazione sui profitti delle grandi imprese transnazionali; b) tassazione dei redditi più alti a partire da 200.000 euro; c) imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze; d) tassazione sulle emissioni di CO2 (Carbon Tax). Da qui l’Europa trarrebbe una robusta leva finanziaria per grandi investimenti innovativi, per sostenere la ricerca e l’alta formazione, assumendo così un ruolo propulsivo della crescita e anche della qualità ambientale e sociale dello sviluppo. Una scelta così impegnativa dovrebbe basarsi, secondo Piketty, sulla legittimazione che verrebbe da una costituente democratica costituita insieme al Parlamento Europeo, da significative rappresentanze dei parlamenti nazionali. Per gli europeisti di cultura federalista questa proposta ha il difetto – tipicamente francese – di concepire l’Unione come “un’Europa delle nazioni”. A me è sembrato comunque interessante l’appello ad un’Europa dei Parlamenti, rispetto a quella oggi dominante che è rappresentata sostanzialmente dall’insieme dei governi nazionali. Ma comunque ciò che è molto interessante nel manifesto è il rovesciamento del ruolo dell’Unione: da guardiana dell’austerità a promotrice dello sviluppo.

Anche il “Report of the Independent Commission for Sustainable Equality” prende le mosse dall’esigenza di colmare il deficit democratico che affligge l’Unione Europea. Ma mette al centro il ruolo del Parlamento Europeo, la necessità di valorizzarne le funzioni e le decisioni anche rafforzandone il ruolo attraverso un più intenso e strutturato dialogo sociale. D’altro canto questo è stato sempre un obiettivo degli europeisti più coerenti: quello di far crescere una società civile europea in grado di esprimere partiti, sindacati, ONG, fondazioni culturali che abbiano una effettiva dimensione continentale. Del resto sappiamo anche che è difficile far vivere una democrazia senza demos. Ma il demos “europeo” non può che essere il frutto di una costruzione politica e culturale e di una sintesi fra una pluralità di tradizioni e di esperienze nazionali.

Il rapporto indica un vero e proprio, assai ricco, programma di legislatura per il parlamento che sarà eletto il 26 maggio; un programma con una forte ispirazione eco-socialista. È importante il fatto che questo programma non venga solo da un gruppo intellettuali ma, in sostanza, da una iniziativa dei vertici del gruppo socialista al Parlamento Europeo. Anche perché dimostra come nel campo del socialismo europeo si stiano facendo strada una rinnovata cultura critica del capitalismo e una schietta e radicale ispirazione riformista, non più, finalmente, subalterna a una cultura neoliberista. Torna cioè un’ispirazione autenticamente socialdemocratica arricchita da una felice contaminazione con la cultura verde, e si affronta finalmente il problema di come la cultura del welfare State possa misurarsi con la dimensione di istituzioni sovranazionali.

Il rapporto propone una significativa iniziativa europea di lotta alla povertà, con l’introduzione di norme e di accordi che garantiscano una maggiore equità salariale e il rafforzamento di una sorta di welfare socio-ecologista a livello europeo anche attraverso una limitazione dei poteri delle grandi imprese. Di particolare interesse è la parte relativa al governo delle grandi trasformazioni tecnologiche e del loro impatto sociale: si tratta cioè di fare in modo che intelligenze artificiali e robotizzazione non finiscano per tradursi in una ulteriore svalutazione del lavoro umano, anche attraverso politiche in grado di ridistribuire il tempo di lavoro liberato – come avrebbe detto Marx – al servizio di una rinnovata socialità e vita comunitaria.

Il rapporto di Joseph Stiglitz è infine il testo che sembra a me più importante perché mette a fuoco non solo le scelte innovative che devono essere compiute, ma anche quegli aspetti dell’architettura istituzionale e dei trattati esistenti che si sono dimostrati inefficaci e che ingabbiano il pieno dispiegarsi delle potenzialità positive dell’integrazione europea. “We argue that the real problem is not with inadequate enforcement of Europe’s rules, but with the rules, institutions, and structural reforms themselves”.

È evidente per Stiglitz – e io concordo con lui – che, a partire dal trattato di Maastricht, la costruzione europea è stata profondamente condizionata dall’egemonia neoliberista e che risulta difficile un cambiamento delle politiche se non ci sono a monte una nuova dottrina economica e un cambiamento del paradigma. Ciò è risultato particolarmente chiaro a partire dalla crisi del 2008; ma in realtà anche prima della crisi le performance dell’economia europea non sono state brillanti e le regole dell’Unione hanno finito per favorire e non per contrastare la crescita delle diseguaglianze fra gli Stati e all’interno delle nostre società. Il pensiero economico che sta dietro le regole del mercato unico, il trattato di Maastricht e il patto di stabilità, è dominato da due principi: il primo riguarda la necessità di limitare in ogni modo l’azione pubblica a favore della libertà del mercato; il secondo muove dalla convinzione che l’inflazione, e non la recessione, rappresenti il maggior pericolo per l’Europa e per l’euro. Tutti e due questi principi ideologici si sono rivelati largamente infondati e l’esperienza delle economie emergenti e degli Stati Uniti ha dimostrato da un lato che senza una forte azione pubblica si riducono la capacità innovativa e la competitività dei sistemi economici, dall’altro che l’austerità non è un buon modo di affrontare la recessione e ha costi sociali oltre che economici insostenibili per i sistemi democratici.

È evidente che muovendo da queste premesse quello che si delinea è un programma di riforma strutturale molto ambizioso e radicale. È ragionevole domandarsi se un programma di questo tipo sia realistico nell’attuale contesto politico europeo. La mia opinione coincide con quella espressa da Nadia Urbinati secondo la quale: “in questo momento della storia d’Europa l’approccio più pragmatico è anche quello più radicale”. Perché senza una svolta coraggiosa il progetto europeo rischia di impantanarsi. Io rovescerei quindi la domanda: potranno reggere l’Unione e l’euro senza prima una riforma del Patto di Stabilità che incoraggi gli investimenti e in particolare la spesa orientata al futuro e cioè infrastrutture, ricerca e sviluppo, educazione, salute – in particolare dei bambini? Sono ragionevoli le regole che vincolano sostanzialmente solo i paesi in debito e non anche quelli in surplus, i quali, aumentando la spesa per consumi e investimenti, potrebbero – e ne avrebbero il dovere – sostenere la crescita di tutto il continente? Potrà reggere l’euro senza una riforma del trattato costitutivo della Banca Centrale Europea il cui mandato fu disegnato per affrontare il problema del passato – l’inflazione –, ma appare inadeguato per affrontare le sfide del XXI secolo: disoccupazione e stagnazione? Ne si può pensare di non creare un meccanismo più efficace per un approccio solidale alla questione del debito: o attraverso l’emissione di euro bonus o, come a me sembra più convincente, attraverso la creazione di quel “debt redemption fund” che fu, d’altro canto, proposto dal consiglio degli economisti tedeschi ma subito messo da parte dai governi della Germania.

Insomma, il pensiero economico progressista, neokeynesiano e ambientalista, ha elaborato una piattaforma ampia di idee e proposte per la riforma e il rilancio delle istituzioni europee. Sarebbe importante che questa si traducesse in modo più coerente e coraggioso in una proposta politica che possa rappresentare la base per ricomporre un campo di forze progressiste in Europa in grado di tenere insieme il socialismo europeo, le nuove sinistre, i versi e le forse più avanzate del mondo liberaldemocratico. Uno schieramento di questo tipo potrebbe giocare un ruolo importante anche in un Parlamento europeo come quello che si delinea. È vero che le forze europeiste saranno probabilmente indebolite dall’avanzata dei partiti nazionalisti o, come si dice, sovranisti; ma è anche vero che i partiti europeisti manterranno la maggioranza nel Parlamento. Nello stesso tempo l’avanzata delle forze antieuropee potrebbe mettere chi crede nell’Europa finalmente con le spalle al muro. Il progetto europeo ha compiuto i suoi passi in avanti più significativi proprio nelle emergenze e si potrebbe dire, a proposito di emergenza, se non ora quando.  Non mi riferisco soltanto alle spinte negative che percorrono il nostro continente ma anche, soprattutto, a uno scenario internazionale segnato da una crisi del multilateralismo e dal ritorno aggressivo della politica di potenza. Il progetto dell’unità europea è apertamente contrastato dall’amministrazione americana di Donald Trump e dal presidente russo Vladimir Putin. Tanto più oggi c’è bisogno di un’Europa forte. Abbiamo accennato alla prospettiva incerta e non sicuramente gloriosa di un Regno Unito fuori dall’Unione; ma anche l’Unione Europea senza il Regno Unito rischia di essere significativamente più debole, soprattutto nella sua proiezione mondiale. Alla fine, al di là del modo pasticciato e confuso con cui ci si è arrivati, è positivo che i cittadini britannici siano chiamati a partecipare alle elezioni europee, non solo perché questo probabilmente potrà aumentare il peso della sinistra nel futuro Parlamento, ma anche perché, chissà, potrebbe essere l’occasione per ripensarci.

Alcuni sostengono che stiamo vivendo nell’epoca della de-globalizzazione. Io non lo credo e sono convinto che alcuni dei cambiamenti che si sono determinati negli ultimi cinquanta anni non siano reversibili. Ma certamente non è più il tempo dell’ottimismo e della fiducia acritica nella globalizzazione. Le cose non hanno funzionato: il livello delle diseguaglianze, il grado dell’inquinamento ambientale e del riscaldamento climatico, la violenza dei conflitti armati, gli scontri di civiltà e di religioni, ma anche le guerre commerciali e i conflitti politici testimoniano che il modo in cui la globalizzazione è stata governata fin qui non ha funzionato. Le crisi del multilateralismo e dell’ordine liberale mondiale sono all’ordine del giorno e non è chiaro come se ne potrà uscire. Certamente è aperto un confronto – e persino uno scontro (penso alle relazioni sino-americane) – da cui emergeranno un nuovo assetto, un nuovo equilibrio, nuove regole. Che peso avranno le esigenze della difesa dei diritti umani, della giustizia sociale, della tutela dell’ambiente? Questo dipenderà anche dal peso che avrà l’Europa. Stiglitz ha scritto: “the rules of international system cannot, of course, be rewritten by Europe alone. However, Europe will have to take the lead”. È un obiettivo molto ambizioso indicato da un americano di fede democratica che, pur essendo critico verso l’austerità europea, è tuttavia un sostenitore appassionato dell’unità politica dell’Europa. Io mi accontenterei di meno, e cioè che l’Europa sia almeno in condizione di dire la sua. Circa quindici anni fa, insieme ad altri due esponenti del socialismo europeo, incontrai il presidente cinese dell’epoca Hu Jintao. Eravamo all’indomani della guerra in Iraq e noi gli esprimemmo la nostra preoccupazione per l’unilateralismo dell’amministrazione americana neoconservatrice. Lui ci rispose in modo sorprendente dicendo: “Noi non siamo preoccupati. Se gli americani pensano di governare il mondo da soli, si illudono e falliranno. Alla fine dovranno venire da noi e negoziare”. A questo punto si rese conto che eravamo tre europei e allora aggiunse, cortesemente: “Anche l’Europa parteciperà al negoziato se sarà unita”.

La forza dei cinesi consiste proprio nel fatto che la loro cultura li aiuta a guardare lontano. Sono trascorsi quindici anni e siamo arrivati a quel momento. Si tratta di vedere se l’Europa sarà in grado di esserci.

 


Foto di David Mark

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