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Scenari di un interregno

Più che il neoliberismo, è il capitalismo il vero filo rosso del saggio di Salvatore Biasco pubblicato in questo numero di “Italianieuropei” (si tratta di mettersi d’accordo sulle gerarchie), con i suoi corollari di politiche, cultura ed equilibri internazionali. Del modo in cui si presenta oggi il capitalismo contemporaneo egli ci offre il più completo check-up a più di dieci anni dalla crisi finanziaria. Il quadro traccia gli elementi di una transizione da un mondo definito (coeso e tale da marcare un regime) a un altro mondo che ancora non si conosce completamente. Non a caso Biasco cita Wolfgang Streeck: il capitalismo potrebbe distruggersi da solo senza che vi sia un’alternativa. Ma Biasco non la pensa così: sono la coerenza del sistema e la sua coesione politica a potersi distruggere, non certo il capitalismo.

Come smontare il regime neoliberale

In molti negli ultimi anni hanno espresso meraviglia per il modo in cui il sistema neoliberale ha superato la bufera della grande crisi: la crisi finanziaria del 2007-08 e quella del debito del 2011. Essa, affrontata con un afflusso massiccio di risorse pubbliche e con alcuni aggiustamenti nella regolamentazione del sistema bancario, sembra superata e riassorbita. La crisi del sistema, temuta o vagheggiata nel mezzo della tempesta finanziaria, sembrerebbe quindi scantonata: le cose possono andare avanti come prima.
In realtà un osservatore attento dovrebbe cogliere il formarsi di una linea di frattura che, con il passare del tempo, dà segni di un progressivo aggravarsi. Come scrive Biasco, le strutture portanti dell’economia continuano sostanzialmente a operare come nel periodo precedente la crisi, mentre si è aperto un problema di legittimazione culturale – e politica! – del sistema.

Ridefinire il rapporto tra economia e società

Siamo dunque alla fine del neoliberismo? Anche se nella storia le continuità sono sempre rilevanti, io credo di sì. La crisi finanziaria ha rotto gli equilibri del ventennio 1989-2009 e ora il capitalismo è alla ricerca di una nuova conformazione. Di cui si intravvedono alcuni elementi embrionali. La buona notizia è che la partita non è ancora chiusa e c’è tuttora spazio (non per molto però) per una soluzione positiva. Anche se, nel frattempo, i rischi sono enormi.
Che piaccia o no, la presidenza Trump ha iniziato una nuova fase storica in cui l’obiettivo della potenza americana è quello di costruire nuovi rapporti di forza, militari e commerciali, a livello globale.

Seduzioni e delusioni del neoliberismo

Sotto l’apparenza di essere uno sviluppo del razionalismo moderno – dell’utilitarismo, dello strumentalismo, dell’individualismo –, il neoliberismo attinge la propria energia e legittimità da fonti irrazionali, dalla mobilitazione del sentimento e del desiderio, da una volontà di potenza latente nelle soggettività moderne, emotivamente eccitata e governata dalle agenzie di senso (alte e basse, mediatiche e teoretiche) che nel radicarsi del neoliberismo hanno avuto un’importanza decisiva.
Il neoliberismo è la dottrina, di derivazione marginalistica (Mises e Hayek), che si pone l’obiettivo di distruggere la teoria classico-marxiana del valore-lavoro, e di spostare il baricentro del pensiero economico dalla produzione, e dalle sue contraddizioni, al rapporto domanda-offerta, e ai suoi equilibri (il kosmos, l’ordine spontaneo).

L’invidia da passione mobilitante a detonatore di rivolta

Vincitori e vinti sono categorie portanti della storia dell’umanità, che potrebbe essere scandita secondo i mezzi e le forme delle lotte e delle competizioni che hanno prodotto vincitori e vinti. La civiltà liberale alla quale apparteniamo produce e riproduce vincitori e vinti sul campo di battaglia del mercato, per mezzo del denaro e con l’ambito traguardo di una distribuzione dei beni soddisfacente (dove la soddisfazione è mutevole in ragione del mutamento dei bisogni). Nella sua ricca e suggestiva ricognizione dell’ordine liberale mondiale nel quale annaspiamo oggi, Salvatore Biasco suggerisce di riprendere in mano la categoria marxiana della “contraddizione” che si sorregge su un impianto architettonico fatto di fondamenta e sovrapposizioni.

Il futuro dell’ordine mondiale neoliberista tra trasformazione e resilienza

La mia è una riflessione su cosa stia succedendo nell’ordine mondiale della politica e dell’economia, con un interrogativo in mente: siamo alla vigilia di una qualche uscita dal regime neoliberale che ha informato questa fase del capitalismo negli ultimi decenni? Quand’anche non sia così, occorre interrogarsi sulle fratture e le contraddizioni interne che si addensano in quel regime che, proprio perché interne, aggiungono elementi al disordine del sistema e aprono dinamiche politiche la cui direzione dipende da molti elementi, ma in primis dalla forza e dalla guida dei movimenti di protesta.
La mia prospettiva è essenzialmente rivolta al mondo occidentale e alla posta in gioco per la sinistra. Pur soffermandomi sull’ordine economico, mi è ben chiaro che questo si intreccia con tante altre connotazioni del quadro mondiale (militari, geopolitiche, antropologiche, religiose, attinenti al fenomeno migratorio ecc.).

Il Governo del cambiamento, in peggio

«Ciò che è reale è razionale». È una nota frase di Hegel. Senza scomodare sofisticate ermeneutiche, tradotto nell’empiria dell’analisi politica, che è il nostro caso, l’assunto hegeliano è un cogente invito a ingegnarsi a capire le ragioni di ciò che è accaduto nel voto del 4 marzo 2018. Voto che ha consegnato l’attuale Parlamento a un governo giallo-verde, alle forze politiche cioè, Movimento 5 Stelle e Lega, che dalle urne sono uscite ampiamente vincenti, nella chiara sconfitta di tutti gli altri.

Un antidoto alle narrazioni dominanti

Il trionfo dei due populismi nel 2018 non appartiene a una vicenda solo italiana. Il momento populista indica una tendenza alla dissoluzione della “forma politica” del secondo Novecento che riguarda le diverse democrazie occidentali. I due sovversivismi, malgrado le differenze su singole questioni simboliche, trovano nel “contratto di governo” la coincidenza degli opposti perché, oltre i dissidi, esiste un nucleo solido di comunanza. Il “governo del contrasto” regge le sfide contingenti per la condivisione di una declinazione totalizzante del potere (persino il metodo di designazione della canzone vincente a Sanremo diventa una questione politica dirimente), per una avversione ai soggetti classici del conflitto sociale della modernità (lavoro e grande impresa), per una inclinazione plebea al disprezzo verso la cultura elevata, l’élite, per una venatura sovranista ostile alla rappresentanza e agli obblighi internazionali ed europei.

La galassia dei soggetti in costruzione

“L’amore è finito, ora aspettiamo che la fidanzata ci lasci”. All’indomani delle elezioni abruzzesi, all’uscita da uno studio televisivo, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, sorriso bonaccione, così sospirava parlando di mali d’amore. L’argomento però era lo stato di salute dell’alleanza giallo-verde. La sera prima, in una cena fra leghisti di governo, nel mezzo della generale euforia per la vittoria nella Regione, Matteo Salvini, che non è uomo da toni sorvegliati, aveva esortato tutti a non calcare la mano contro l’alleato grillino in difficoltà. Nei talk e davanti ai cronisti. L’ordine di scuderia si è ripetuto dopo le elezioni in Sardegna, dove pure la Lega ha avuto un risultato meno smagliante ma i 5 Stelle hanno replicato il tonfo.

Una legge di bilancio di corto respiro

Per tratteggiare l’idea di paese che emerge dalla legge di bilancio 2019 bisogna soffermarsi su diversi aspetti della sua estensione. L’analisi economica infatti non dovrebbe mai prescindere da una disamina del contesto complessivo, istituzionale e politico, nel quale i soggetti produttivi esercitano la loro azione, e, parallelamente, delle prospettive e delle attese che essi definiscono per il futuro. E dato che, per necessari motivi di sintesi, non sarà possibile proporre questa analisi in maniera completa, mi limiterò a delineare i principali tratti di una manovra economica complessivamente improntata sul breve periodo, connotata, più che da un’idea di paese, da un bilanciamento dei provvedimenti collegato all’equilibrio politico del governo in relazione agli interessi che le sue componenti hanno nel mantenere il consenso di alcuni segmenti di elettorato.

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