Tutte le iniziative

La nuova destra nordica: una questione europea

Presenti, sebbene marginali, fin dagli anni Settanta del secolo scorso, le forze della destra populista nordica si sono consolidate quando le classi dirigenti hanno smesso di difendere il sistema sociopolitico alla base della democrazia europea e l’assunto fondativo della centralità del lavoro nel confronto con il capitale. Da quel momento, complici i tagli al welfare attuati dai governi della destra neoliberale e la capitolazione delle forze socialdemocratiche all’idea che il declino dell’occupazione stabile e del welfare fosse naturale e persino salutare, crescevano l’esclusione sociale, l’ansia e l’incertezza soprattutto tra le classi lavoratrici. Nel contesto di una grave crisi europea, economica da un lato e migratoria dall’altro, tutto ciò ha prodotto nei cittadini dei paesi nordici il timore di un’invasione illimitata, l’emergere di un atteggiamento di chiusura verso lo straniero che tradisce il meglio della loro storia e l’affermazione di forze che riunificano i due filoni del populismo di destra, quello nativista e quello antifiscale.

Austria. La nuova destra della nazione

Da Haider a Hofer, il successo della destra austriaca passa per l’antipartitocrazia, il rifiuto degli immigrati, l’eurofobia e il nuovo, accattivante stile della leadership. Contro l’invasione dello straniero si passa dal concetto di “Fortezza Europa” a quello di “Fortezza nazione” fino all’“Heim”, spazio domestico da difendere per tenerlo puro e sicuro. Con Hofer la campagna populista dei nazional-liberali si modernizza attraverso i social e una serie di messaggi incentrati sul partito della nazione, la difesa della famiglia tradizionale, il richiamo ai simboli religiosi del cattolicesimo. Scudi identitari offerti alla piccola borghesia, agli artigiani, agli operai, vittime predestinate della globalizzazione e della UE.

Di padre in figlia. il Front National dei Le Pen come destra nazional-populista

La categoria del populismo non basta a esaurire il discorso sul Front National; una forza politica che si richiama al rifiuto dell’establishment e alla critica della democrazia rappresentativa ma ha radici profonde nell’elettorato d’oltralpe, anche perché interpreta in modo radicale valori quali il nativismo, l’autoritarismo e il populismo, che rientrano nel patrimonio culturale della destra moderata e sono presenti, più rarefatti, nell’intera società francese.

Le ragioni del successo populista: ipotesi a confronto

La capacità delle forze populiste di sfruttare dal punto di vista elettorale le esplosioni di emotività collettiva suscitate dall’opposizione all’immigrazione e dalla protesta antipolitica non basta a spiegarne pienamente il successo. Diverse sono le ipotesi interpretative a riguardo, che da una parte sottolineano la capacità di questi partiti di combinare il radicalismo verbale e la politica simbolica con gli strumenti del marketing politico, dall’altra tendono a spiegarne il ruolo crescente inserendoli all’interno dello scenario più generale di trasformazione della politica nelle società postindustriali, da un’altra ancora ne evidenziano la capacità di risposta all’inquietudine di molti cittadini europei di fronte a fenomeni ai quali non erano preparati, in primo luogo la trasformazione delle società in senso multietnico e multiculturale.

Il vento radical-populista che scuote le democrazie

I partiti dell’estrema destra per la prima volta conquistano larghe fette dell’elettorato, candidandosi per la guida di alcuni dei più importanti paesi occidentali. Riallacciandosi allo spirito populista del tempo, fanno leva sulla crisi della rappresentanza e su importanti cambiamenti strutturali della società. Una sintonia che tuttavia non assicura la legittimità di forze che fanno traballare, dall’interno, le democrazie europee.

Migrazioni economiche e ambientali, come risponde l’Europa

Da anni ormai l’Europa è alle prese con la gestione dei flussi migratori e si confronta, nel tentativo di individuare il miglior modo di affrontare la questione, con la distinzione tra chi arriva fuggendo da conflitti, ed è quindi tutelato dal diritto d’asilo, e chi invece si muove perché in cerca di riscatto economico e sociale. Quanti si occupano di immigrazione, tuttavia, denunciano da tempo l’impossibilità di tracciare confini così netti per leggere una realtà che è invece estremamente fluida ed è resa ancor più complessa dall’emergere di una nuova categoria di migranti, tuttora in cerca di una appropriata definizione e di una conseguente tutela internazionale: i profughi climatici, ossia coloro che fuggono per gli effetti economici e sociali di eventi climatici eccezionali per portata ma sempre più frequenti. Quali risposte si prepara a dare l’UE, nella sua azione esterna, a queste vecchie e nuove sfide?

Il destino dei migranti e l’anima dell’Europa

La pressione che folle di disperati in fuga dal Medio Oriente e dall’Africa stanno esercitando sull’Europa, alimentando le paure, anche ingiustificate, delle comunità locali, unisce e rafforza le spinte antieuropeiste e populiste già in campo e rischia, con la riproposizione di misure ispirate alla difesa degli interessi nazionali, di compromettere l’esistenza stessa del progetto europeo. Anche il discorso pubblico delle forze politiche più genuinamente europeiste e progressiste sconta la difficoltà di far comprendere ai cittadini come quella che ci ostiniamo a definire “emergenza umanitaria” sia un dato ormai strutturale delle società del nostro tempo. E a poco serve nascondersi dietro la distinzione formale tra profughi e migranti economici nel tentativo di collocare lungo una gerarchia della disperazione chi fugge in cerca di una vita che sia libera e allo stesso tempo dignitosa.

Immigrazione: fenomeno inevitabile, sfida da vincere

I movimenti migratori sono sempre stati uno dei principali fattori di sviluppo economico e sociale del pianeta. Ma oggi il continuo flusso di immigrati dal Mediterraneo verso l’Italia e l’Europa non solo è inevitabile, ma è anche in buona misura necessario. Nei prossimi anni, infatti, la crisi demografica in atto nel Vecchio continente rischia di compromettere la sostenibilità del sistema sociale e di impoverire la sua capacità di produrre ricchezza per la crescita. Già oggi in Italia senza immigrazione avremmo un crollo dell’economia, con un collasso in alcuni settori dove la presenza straniera è diventata insostituibile. Per ottenere una crescita sostenibile e inclusiva, quindi, serve una combinazione di politiche a favore della natalità, di immigrazione integrabile e di invecchiamento attivo.

Alice nel paese dell’immigrazione

La sindrome di Alice nel paese delle meraviglie costituisce una valida chiave interpretativa per comprendere le cause di alterazioni che costellano la nostra percezione della realtà. Soprattutto sul terreno politico non vi è dubbio che sollevare la “questione degli immigrati”, ingigantirla nelle sue dimensioni, diventa un comodo strumento di terrorismo demagogico. In molti casi il tema della distribuzione dei flussi migratori diviene, da parte di alcuni movimenti politici, un pretesto per mobilitare l’elettorato e motivarlo con parole d’ordine che non hanno nessun fondamento. L’Italia infatti, essendo paese di transito di migranti, accoglie male e molto peggio integra coloro che intendono restare.

Le molteplici realtà dei flussi migratori

I preconcetti e le informazioni sbagliate che circolano in merito al fenomeno migratorio rischiano non solo di distorcere la percezione dell’opinione pubblica, ma anche di influenzare in maniera errata il dibattito pubblico e i processi decisionali del legislatore e dell’esecutivo. Nella continua e perdurante emergenza migratoria in cui l’Europa è immersa da anni, occorre fare un po’ di chiarezza e soffermarsi sui numeri che raccontano le dimensioni reali del fenomeno.

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