Iniziative di formazione

Fiducia

Forse la parola in assoluto più importante per garantire una civile convivenza è “fiducia”. Senza un minimo di fiducia reciproca è impossibile sperare che il cittadino voti ancora i propri rappresentanti in Parlamento, il risparmiatore affidi i propri soldi a una banca, il lavoratore stipuli con serenità un contratto d’impiego.
Come ha scritto in un recente, prezioso libretto edito da il Mulino il filosofo Salvatore Natoli1 noi tutti veniamo al mondo dotati di un sentimento primario di fiducia, che esterniamo da subito verso chi ci nutre, ci protegge, ci cura. Grazie a questo tesoro iniziale, inoltrandoci nell’esistenza, ci fidiamo dell’altro, degli altri, delle istituzioni. Proprio quando l’affidabilità delle istituzioni vacilla, cominciano i guai. Si instilla allora il sospetto, l’insicurezza, la convinzione di essere stati traditi. E la crisi può giungere a incrinare il patto costitutivo di cittadinanza che ci tiene insieme.

Trumpismo

Il conio del termine è troppo recente per consacrare il concetto agli onori dei dizionari di scienza politica. Non riferendosi a un corpo dottrinario preciso e a un set di definite politiche pubbliche, l’espressione non ha nulla a che fare con quegli -ismi che hanno fornito alla politica gambe su cui muoversi.
Rispetto al tempo delle grandi narrazioni novecentesche, registriamo una distanza abissale. Eppure la parola “trumpismo” è stata sempre più spesso utilizzata da analisti e osservatori a partire dall’affermazione elettorale di Donald Trump, la cui salita alla Casa Bianca è sembrata imprimere un considerevole salto di scala a molti processi della politica contemporanea. Si è, infatti, passati dal notare una normale patologia delle democrazie al constatare una normalità patologica: i partiti che si collocano ideologicamente al di fuori dei canoni classici della democrazia liberale, e che la osteggiano apertamente, ne diventano attori cruciali.

Accoglienza

Il termine “accoglienza” rimanda al latino “colligere”, che vuol dire raccogliere, prendere, ricevere e mettere insieme. A questa parola e anteposta una “ad”, che puo intendersi come un rafforzativo, quasi a voler dire un piu ampio, profondo e articolato atto dell’assumere e tenere unito, o – come altri intendono – nel senso della preposizione che conferirebbe al termine una piu evidente dinamicita, indicando un movimento di raccolta finalizzato al centro, rappresentato dal soggetto stesso dell’atto di accogliere. Nel latino “colligere”, inoltre, l’azione del mettere insieme (“legere” come “cogliere, leggere, stabilire il nesso fra piu cose o parole”, in modo da produrre ordine, organicita o significato) e evocata specialmente nel suo tendere all’unificazione (com’e espresso dal “cum” iniziale del composto).

Climate change

Dopo il Protocollo di Kyoto, il trattato internazionale che è entrato in vigore nel 2005 e che impegna i paesi firmatari a ridurre le emissioni di gas serra, si sono tenuti alcuni meeting, definiti “Conferenze delle parti” o COPs (Conferences of the Parties), per aggiornare e consolidare le misure tese alla riduzione di queste pericolose emissioni. Come mai il mondo si trova in una situazione che mette a rischio la sopravvivenza stessa della civiltà umana, ma anche della flora e della fauna del pianeta? Perché questo impegno internazionale è tanto importante?

Profugo

Nei diversi dizionari il termine “profugo” ha un significato abbastanza convergente che deriva dalla sua etimologia latina (pro fugere – fuggire via o cercare scampo) e che non è troppo distante dal significato che si ritrova nel linguaggio corrente e atecnico. Si definisce profugo, comunemente, colui che è costretto ad abbandonare la propria terra, il proprio paese, la propria patria, in seguito a eventi bellici o militari, a persecuzioni politiche, religiose, razziali oppure per effetto di calamità naturali. Il profugo per antonomasia dell’antichità è stato Enea e questo riferimento già definisce il perimetro essenziale della parola.

Terrorismo

Il concetto di “terrorismo” è uno dei più problematici e controversi nelle scienze sociali. Le definizioni sono molteplici e nessuna si è davvero imposta sulle altre, a dimostrazione della difficoltà di produrre una teoria unificante e condivisa sul fenomeno. Il concetto fa riferimento a una miriade di oggetti, e soggetti, assai diversi tra loro. Tanto che, comunemente, viene confuso con altri fenomeni che comportano l’uso della violenza, come la guerriglia o l’insurrezione rivoluzionaria, indipendentemente dal numero degli aderenti ai gruppi che danno vita a queste ultime forme e dal consenso che hanno.

Integrazione

L’idea che chi arriva come immigrato in un certo paese debba in qualche modo integrarsi nella società e nella cultura del paese di arrivo sembra rispecchiare il semplice buon senso e non richiedere pertanto grandi teorieo sforzi di spiegazione. Eppure, il concetto di integrazione presenta non poche ambiguità. In primo luogo, dal punto di vista teorico, è un concetto carico di implicazioni normative. Il riferimento classico è alla sociologia struttural-funzionalista di Émile Durkheim, secondo cui l’integrazioneè la funzione che consente al sistema sociale di mantenere ordine e armonia, in un contesto, quello a cavallo tra XIX e XX secolo, in cui le sfide che minacciavano la stabilità dei paesi europei erano rappresentate dal movimento operaio e dalle spinte alla democratizzazione e non certo dall’immigrazione.

Presidentalizzazione

In un fortunato saggio di dieci anni fa la “presidenzializzazione” della politica veniva definita una tendenza dei diversi modelli istituzionali a diventare di fatto sempre più presidenziali indipendentemente dal loro assetto formale. Secondo quella tesi anche nelle forme di governo parlamentari una serie di fattori, soprattutto l’accentuata importanza della politica estera e la crescente esposizione mediatica, in un ambiente sempre più conformato mediaticamente, tende a fare dei capi degli esecutivi i veri “presidenti”, con un surplus di legittimazione derivante dal loro rapporto diretto con l’opinione pubblica che investe tre ambiti: le campagne elettorali, il governo e i partiti. 

Sapere/Saperi

È noto che il tumultuoso sviluppo delle tecnologie ha fatto in modo che le società contemporanee dipendano più che mai dalla conoscenza. Tutto o quasi, nel nostro mondo, è legato al modo con cui i saperi – al plurale – vengono prodotti, diffusi, applicati. È un desiderio di miglioramento spirituale, è un sintomo di creatività culturale, è la possibilità di competere nel mercato globale. Considerare l’istruzione un investimento e un valore è la premessa per qualunque scelta politica che miri a un progresso civile e a una crescita sostenibile.

Flessibilità

Sebbene da ormai parecchi anni la flessibilità sia diventata un elemento centrale nei dibattiti economici e politici, non esiste ancora una definizione chiara e univoca di questo termine. Sotto il suo nome si nasconde infatti una gamma estremamente vasta ed eterogenea di concetti e soluzioni che dipendono dagli attori coinvolti e dal contesto in cui essi si collocano. Storicamente la parola “flessibilità” è entrata nel lessico inglese intorno alla metà del Quattrocento. Essa veniva inizialmente utilizzata per indicare il movimento dei rami di un albero che, pur essendo piegati dal vento, erano capaci di tornare alla posizione di partenza. In tale accezione la parola veniva utilizzata sia per descrivere la capacità dell’albero di resistere alle forze del vento sia per rappresentare la sua abilità nel tornare alla situazione precedente.

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