In Iran si è verificata un’inedita fusione tra rivoluzione e religione. E ciò grazie allo sciismo, che è una religione per sua natura contestatrice e non necessariamente conservatrice. La forma che il regime ha assunto negli anni non può però essere definita pienamente teocratica, tanto meno essa può essere annoverata fra le democrazie, malgrado l’Iran presenti elementi di entrambi i modelli.
Le prime elezioni politiche dopo la caduta dei regimi autoritari di Tunisia ed Egitto hanno portato alla ribalta esponenti dell’Islam politico, quali Ennahda e il partito Libertà e giustizia, braccio politico dei Fratelli Musulmani. Queste formazioni sono state premiate per la loro costante opposizione alle dittature, per il loro impegno sociale e per la loro capacità di parlare trasversalmente a classi sociali diverse. La transizione democratica in corso sarà il banco di prova della loro volontà e capacità di coniugare Islam e democrazia.
La Primavera araba ha portato le forze politiche dei paesi interessati dalle rivolte a confrontarsi con la fondamentale questione del significato che può avere la democrazia in un contesto islamico e di come agire per favorire lo sviluppo delle dinamiche democratiche in quell’area. È uno scenario inedito per il mondo arabo, in cui, per la prima volta, sono i protagonisti dell’Islam politico a dover cercare l’equazione tra Islam e democrazia.
La necessaria esistenza di un finanziamento pubblico come garanzia minima di uguaglianza delle chances di partecipazione di tutti alla vita politica non può non vedere oggi un favore per un finanziamento privato della politica nel mercato delle idee. Questa scelta, comune a tutte le maggiori liberaldemocrazie, può trovare pieno senso, però, soltanto se, da un lato, si avrà il coraggio di dare una disciplina giuridica ai partiti politici e, dall’altro, sarà intensifi cato e molto migliorato il regime dei controlli al loro interno, incentivando del pari tutti gli strumenti e le politiche proprie di un’etica pubblica, nello spirito di una democrazia autenticamente aperta, trasparente e poliarchica.
Le inchieste della magistratura nei primi anni Novanta hanno fatto dimenticare le vicende di una stagione giudiziaria analoga, che venti anni prima ebbe un impatto simile sull’opinione pubblica ma non gli stessi effetti distruttivi sui partiti. Le ragioni del differente esito di questi due drammatici momenti della storia del paese vanno ricercati nel contesto internazionale: la fi ne della guerra fredda e la fi rma del Trattato di Maastricht furono infatti elementi determinanti nel consentire la disgregazione di un sistema politico già fragilissimo, ma a cui gli scandali degli anni Novanta hanno dato il colpo di grazia.
Pubblichiamo l'editoriale di Massimo D'Alema del numero 4/2012 di Italianieuropei, in edicola e in libreria dal 18 aprile.
Lunedì 28 maggio, alle 15, presso la Scuola Sant'Anna di Pisa, si terrà l'incontro "L’Unione europea e il Mediterraneo dopo la Primavera araba". Intervengono David Sassoli e Pier Virgilio Dastoli.
Due valori animano, più o meno chiaramente e consapevolmente, il concetto di “bene comune”, in opposizione a quelli che stanno alla base del pensiero liberista: il primato del valore d’uso sul valore di scambio e la democrazia. Due idee folli? Così sembrerebbe, se non fosse che, nella situazione attuale, si configurano come gli unici possibili “antidoti” al dilagare incontrollato del capitalismo e dell’avvilente antropologia liberista ad esso correlata.
Nel corso del 2011 il Parlamento ungherese ha approvato delle riforme costituzionali – entrate in vigore lo scorso 1° gennaio – che mettono gravemente a rischio il sistema democratico del paese magiaro. Le profonde preoccupazioni per la deriva incostituzionale del governo ungherese sono approdate al Parlamento e alla Commissione europea.