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L'industria culturale italiana e il futuro della Germania nel numero 2/2011

Di Italianieuropei Lunedì 28 Febbraio 2011 16:43 Stampa

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LA FORZA DELLA CULTURA | «Con la cultura non si mangia» pare abbia affermato il ministro Tremonti a margine della discussione sulla finanziaria 2011, per giustificare i tagli apportati alla voce di spesa per il settore e negando così non solo gli indiscutibili benefici immateriali che la diffusione della cultura porta con sé, ma soprattutto le sue importanti ricadute dal punto di vista economico.
Eppure, nonostante i tagli e le scelte poco lungimiranti fatte dal governo di centrodestra per il settore, la cultura e l’industria culturale italiane non solo sopravvivono, ma dimostrano grande vitalità, creatività e capacità di confrontarsi con le sfide epocali della rivoluzione tecnologica e digitale, della globalizzazione dei consumi culturali di massa, della crescente domanda di cultura di giovani e meno giovani. E lo fanno, appunto, senza il sostegno di una vera e compiuta politica di sviluppo culturale del paese.

Abbiamo voluto raccontare che esiste un modo di fare cultura capace di utilizzare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, di coniugare necessità di fare impresa e rispetto dei valori culturali, di valorizzare le tante professionalità che risiedono nel nostro paese, di fare della cultura un volano importante della ripresa economica e uno dei settori di punta del modello economico post industriale dell’Italia nel dopo crisi. Chissà quali rigogliosi scenari potrebbero aprirsi se la spesa in cultura cominciasse ad essere considerata, come merita, un buon investimento?

 

IL FUTURO DELLA GERMANIA IN EUROPA | Il ruolo della Germania in Europa sta cambiando, o forse è già cambiato. Per decenni aveva collocato la propria crescita in seno a quella dell’Europa – e per questo dell’Europa era stata il motore – mentre oggi sembra pensare solo ed esclusivamente a se stessa. Non si tratta di un ritorno alle aspirazioni egemoniche del passato; forse è solo divenuta più normale, come la Francia e l’Inghilterra e più o meno tutti gli altri, che hanno un’anima nazionale prima di averne (se l’hanno) una europea.

È divenuta forte, e le va riconosciuto; confida molto nella stabilità e la pretende; e quando si rivolge agli altri paesi europei esige da loro che facciano come lei, e sembra ignorare che, se davvero lo facessero, aggraveremmo tutti insieme gli squilibri mondiali, mentre abbiamo la responsabilità di concorrere a ridurli, trovando in primo luogo un migliore equilibrio all’interno della nostra Europa. La Germania di oggi si sente europea, se è ed è accettata come leader dei processi europei. Ma proprio perché è così, la sua acquisita “normalità” non può essere quella di tutti gli altri. È e non può che essere la normalità di un paese leader, con le responsabilità che necessariamente accompagnano l’attenzione per i propri interessi.

Vai al sommario del numero 2/2011

 

Per questo numero sono disponibili online i seguenti articoli:
Editoriale. La forza della cultura | Il mercato editoriale e la sfida della rete: disintermediazione o opportunità? di Gino Roncaglia | L’industria di produzione culturale italiana è forte di Riccardo Tozzi e Francesca Medolago Albani | Editoriale. Il futuro della Germania in Europa di Giuliano Amato | Femminismo di Maria Serena Sapegno