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Il futuro dei laureati figli della recessione

I dati sul tasso di disoccupazione, in controtendenza negli ultimi due anni rispetto alle dinamiche registrate nell’area OCSE, dovrebbero indurre a ridimensionare l’ottimismo circa la capacità del nostro sistema produttivo di riassorbire i disoccupati e di offrire opportunità di lavoro ai giovani. Questi ultimi, anche se in possesso di un’elevata qualificazione professionale, trovano difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro a causa di profili formativi e competenze che non sempre rispondono alla domanda e, soprattutto, di un sistema imprenditoriale caratterizzato dalla forte presenza di piccole imprese a gestione familiare, poco propense a valorizzare la conoscenza. Quale strada è allora necessario percorrere per svincolarsi dalle tradizionali ingessature italiane e fare ripartire il motore della crescita?

Cambiare la scuola

Alla presa d’atto che i mutamenti epocali in corso impongono una radicale trasformazione dell’impianto scolastico in Italia fanno da contrappeso l’apparentemente diffusa contrarietà al cambiamento, la volontà di difendere la scuola così com’è oggi, anche – ed è questo è il tratto più preoccupante – nel suo impianto autoritario e classista. La sfida più grande sta proprio nello smantellare i tratti dell’istituzione scolastica che consentono il perdurare della sua impostazione non egualitaria. Quanta consapevolezza c’è nella sinistra che questa è la vera posta in gioco?

Collegare sapere e crescita: quali politiche?

L’economia della conoscenza avrà sempre più bisogno di persone in possesso della giusta combinazione di competenze tanto trasversali quanto specialistiche. Le risposte che questa sfida impone di adottare richiedono l’attuazione di riforme in alcuni ambiti prioritari: aumento del numero di diplomati nell’istruzione superiore, miglioramento della qualità e della pertinenza dello sviluppo del capitale umano nell’istruzione superiore e creazione di meccanismi efficaci di governance e di finanziamento a sostegno dell’eccellenza, rafforzamento del “triangolo della conoscenza” tra istruzione, ricerca e attività economica.

La formazione permanente. Le occasioni mancate

Per effetto della rivoluzione industriale trainata dall’elettronica e dall’informatica, il sistema produttivo e il mercato del lavoro di oggi richiedono sempre meno mansioni esecutive e sempre più lavoratori della conoscenza. Crescono la quantità di sapere che è necessario avere per inserirsi al meglio nel mondo del lavoro e la necessità per i lavoratori di aggiornare le proprie conoscenze per tutta la vita. Ciò presupporrebbe l’esistenza di un sistema di formazione permanente strutturato ed efficace. In Italia, invece, la longlife learning non solo non è quasi mai stata una priorità, ma è oggi completamente assente sia dalle misure del governo per la riforma della scuola sia da quelle per il mercato del lavoro.

I buoni insegnanti che la buona scuola non ha cercato

La Buona scuola, limitandosi all’assunzione ope legis di 100.000 docenti delle graduatorie a esaurimento senza verificarne il grado di aggiornamento delle capacità didattiche, mancherà probabilmente l’obiettivo di attirare verso l’insegnamento i docenti più preparati, dediti alla scuola e dotati delle migliori competenze. La Buona scuola ha così risolto parzialmente un problema del mercato del lavoro nel pubblico impiego, ma non si è curata del futuro della qualità degli insegnamenti e degli apprendimenti in Italia. Si può sperare di migliorarla, per quel che riguarda la selezione degli insegnanti, approfittando delle ampie deleghe attribuite al governo e contenute nel disposto normativo?

Mobilitare i saperi per contrastare il declino e rilanciare la crescita

Il nostro paese non ha saputo elaborare e dar corso a una pianificata iniziativa di reindustrializzazione adeguata ai tempi, né ha investito su produzioni ad alto contenuto tecnologico o ha spinto le piccole imprese a crescere, sottostimando il dato importante che la dimensione delle imprese è funzionale per la tenuta di mercato e per assicurare investimenti in ricerca. È evidente che senza una seria politica per la ricerca e per l’industria non ci sarà crescita stabile e di qualità e si andrà pericolosamente scivolando lungo la china di un minaccioso e irreversibile tramonto.

La sfida web per l’università

I MOOC, corsi universitari online diffusi gratuitamente da prestigiosi atenei, stanno rivoluzionando il sistema didattico, nel format e nel modello di business. Rendendo l’insegnamento più flessibile, più interattivo e molto più accessibile. Di fronte ai costi crescenti dell’accademia tradizionale e a una straordinaria pressione demografica del mercato globale dell’education, i MOOC sembrano destinati a diventare una disruptive innovation, anche grazie alla loro sinergia con le generazioni digitali. In questa rivoluzione culturale, l’Italia ha le carte e i bit in regola per giocare un ruolo di battistrada.

Sui banchi di scuola in Italia e in Germania

Perché in Italia i giovani hanno tanta difficoltà a trovare lavoro e in Germania no? Molte sono le ragioni di questa differenza nelle dinamiche dell’occupazione giovanile; tra esse vi sono sicuramente la diversa struttura della scuola media superiore e la presenza, in Germania, di un percorso facilitato di transizione dalla scuola al lavoro coerente con le scelte e la vocazione del sistema produttivo tedesco. Correlazione tra scuola e mondo del lavoro che, purtroppo, in Italia ancora manca.

Siamo nella società e nell’economia della conoscenza. Ma siamo chi?

La crisi ha portato clamorosamente alla luce tutti i ritardi che il sistema economico italiano ha accumulato negli ultimi tre decenni, a cominciare da quello gravissimo che riguarda gli investimenti in ricerca, sviluppo e istruzione, individuato già da tempo come causa della peculiare debolezza economica del nostro paese e della nostra specifica crisi. Per recuperare il terreno perduto, anche alla luce delle caratteristiche intrinseche del sistema produttivo italiano, serve un impegno straordinario dello Stato. Solo così potremo davvero entrare nella società e nell’economia della conoscenza.

Dimmi quanto punti sull’istruzione e ti dirò che paese sei

Gli interventi su scuola e università dei governi di centrodestra hanno modificato profondamente il sistema dell’istruzione in Italia, perseguendo non tanto l’obiettivo della riqualificazione e dell’ammodernamento della macchina formativa quanto quello della contrazione della spesa, in controtendenza rispetto a ciò che invece veniva fatto nelle altre economie avanzate. Gli effetti di quest’azione sistematica sono riscontrabili nell’altissima percentuale di giovani che non studiano né lavorano, nell’alto tasso di abbandono scolastico, nel basso livello medio di istruzione dei nostri giovani e nell’aumento delle diseguaglianze nel nostro paese. Può essere questo il momento buono per invertire la tendenza, ripristinando i finanziamenti tagliati, semplificando la governance del sistema e delineando finalmente un progetto di rinnovamento della filiera della formazione che risponda agli effettivi bisogni degli studenti.

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