Nei paesi interessati dalla Primavera araba è ora in atto un complesso processo di ridefinizione delle norme e delle consuetudini che ne regolamentano la vita sociale e politica. In un’area che è tradizionalmente crogiolo di confessioni diverse e in cui l’appartenenza religiosa è elemento caratterizzante di tutte le relazioni sociali, il dialogo interreligioso diventa strumento essenziale per la definizione di un concetto di cittadinanza condiviso da tutti.
All’inizio dello scorso anno l’anelito verso la dignità e la giustizia sociale aveva fatto riversare centinaia di migliaia di egiziani per le strade. Oggi l’Egitto ha un Parlamento democraticamente eletto, ma è lecito chiedersi se gli obiettivi della rivoluzione siano stati effettivamente raggiunti. Le elezioni hanno realmente sancito la fine del regime e la fine della rivoluzione?
L’eccesso di entusiasmo con cui l’Occidente ha accolto la primavera araba stride con la scarsa attenzione dedicata successivamente ai suoi, spesso incerti, esiti. Occorre invece continuare, come Obama ha dimostrato di voler fare, anche se a piccoli passi e nonostante le diverse priorità imposte dalla campagna elettorale, a perseguire la via della riconciliazione fra Islam e mondo occidentale.
Qual è il significato della liberazione di Gilad Shalit? Il suo rilascio, dopo 5 anni di detenzione e in cambio della liberazione di 1027 detenuti palestinesi, può essere interpretato come un segnale di ripresa del processo di pace?
La richiesta di riconoscimento della Palestina come Stato membro dell’ONU, presentata da Abu Mazen al Consiglio di Sicurezza, ha aperto un periodo di grande incertezza nel doloroso processo di pace in Medio Oriente. L’esito appare ancora lontano, ma l’isolamento di Israele e il desiderio di Netanyahu di prolungare a oltranza i negoziati sono sempre più evidenti.
Il modello politico turco costituisce un punto di riferimento per i paesi nordafricani in transizione verso un sistemo democratico. L’Unione europea, che grazie ai negoziati per l’adesione della Turchia all’UE ha contribuito al processo di riforma di Ankara, oggi ha l’occasione di rafforzare quel modello proprio ridando slancio ai negoziati.
Obama e Netanyahu si sono avvicendati di fronte a diverse e influenti platee americane per presentare i loro divergenti punti di vista sul processo di pace in Medio Oriente. Dietro le reciproche ed enfatiche conferme di amicizia, sono evidenti le discordanti visioni strategiche e gli enormi intrecci di interessi.
L’assassinio di Vittorio Arrigoni e l’accordo di principio raggiunto due giorni fa tra Hamas e Fatah hanno riacceso i riflettori sulla Palestina e su Gaza, e sulle terribili condizioni di vita in un disgraziato territorio dove, da 63 anni, si ammassa una popolazione del tutto sproporzionata alle sue dimensioni e risorse.
In Medio Oriente sono in atto profonde trasformazioni politiche che, qualora si verificassero alcune – non troppo remote – condizioni, potrebbero persino provocare un conflitto di vaste proporzioni.