La sfasatura fra il tempo biologico, quello del lavoro e quello della cura familiare si ripercuote soprattutto sulle donne, giovani e meno giovani, con importanti conseguenze sugli equilibri familiari. Tenuto conto della costante contrazione dei servizi pubblici e del prolungamento dell’età pensionabile, sono quanto mai necessarie politiche di conciliazione e nuove forme di solidarietà sociale.
Con l’avvio della discussione sulle misure per rivitalizzare il mercato del lavoro e promuovere l’occupazione tra i giovani è di nuovo di attualità un tema che periodicamente ricorre nei discorsi dei media e dei politici: quello del persistente ritardo con cui i giovani italiani si affacciano alla vita adulta rispetto ai coetanei di altri paesi industrializzati. L’argomento, di questi tempi, è incentrato sull’ingresso nel mondo del lavoro e sull’uscita dalla formazione scolastica, ma in realtà il fenomeno è più ampio e riguarda anche alcuni eventi familiari che sono collegati all’avvio delle carriere sociali: l’uscita dalla famiglia dei genitori, la formazione di una coppia stabile, la messa al mondo del primo figlio.
Oggi più che mai l’Italia deve puntare sulle nuove generazioni, vera risorsa strategica per la crescita. Nessun cambiamento è realizzabile senza il loro contributo, e del resto le cronache recenti ne testimoniano il ritrovato desiderio di partecipazione. Il paese ha bisogno di politiche coraggiose e obiettivi misurabili, perché le radici del futuro stanno nel presente.
Eravamo arrivati a Bologna da tutte le province d’Italia. La maggior parte di noi proveniva dalle regioni del Sud: Puglia e Calabria in particolare; la minoranza invece si divideva tra Marche, Toscana, Veneto e chi, come me, aveva lasciato una provincia ai piedi delle Alpi che la crisi del tessile in pochi anni aveva spopolato.
Per vincere la sfida dell’integrazione, l’Italia deve superare i modelli tradizionali dell’assimilazionismo e del multiculturalismo comunitario, in favore di politiche di inclusione sociale e mediazione culturale. L’esperienza di altri paesi insegna che non c’è integrazione senza reciprocità e che per sviluppare un modello di integrazione inedito si deve partire dal presupposto che i giovani di seconda generazione vivono una doppia appartenenza culturale e che dunque il rispetto dell’altro e la disponibilità alla condivisione sono condizioni essenziali.
Il problema dei giovani in Italia, del futuro incerto e delle poche opportunità che il nostro paese offre loro, è una questione ormai talmente tanto vecchia, da indurre a pensare che forse sarebbe opportuno cambiare prospettiva. Ovvero chiedersi se per trovare risposte, non sia meglio riflettere di più sulle domande.
A occhio, il rapido avvicinarsi dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia avvierà ben presto a portare con sé, insieme alle celebrazioni, un carico assolutamente indesiderato e indesiderabile di polemica, pompa e retorica che arriverà a deviare l’attenzione e ad annoiare tutti molto prima che le italiane e gli italiani possano apprezzare l’importanza e il peso di questa straordinaria ricorrenza.
Edoardo Nesi, autore del romanzo “Storia della mia gente”, edito da Bompiani, ha vinto il Premio Strega 2011. In questa occasione pubblichiamo il suo racconto “L’Italia e i suoi giovani” apparso su Italianieuropei 5/2010.