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Gramsci, l’attualità di un intellettuale rivoluzionario

Nel percorso compiuto da Antonio Gramsci nella sua densa e travagliata esperienza di intellettuale militante, continuità e discontinuità si giustappongono e si sovrappongono. Se esiste una discontinuità oggettiva, data dai cambiamenti della situazione storica e personale, lo sforzo che egli compie è quello di tenere ferma la barra nel mutare degli eventi, adeguando costantemente la teoria alla situazione concreta. Questa barra si chiama rivoluzione. Sia che si tratti del Gramsci militante socialista degli anni Dieci, del Gramsci dirigente comunista degli anni Venti o del Gramsci pensatore ristretto in carcere tra la fine degli anni Venti e la prima metà dei Trenta, egli è e rimane un rivoluzionario. E sono precisamente la teoria della rivoluzione e la sua fede solida in essa i punti fermi che affida a noi uomini e donne del presente.

L’affanno di politica e democrazia

In quasi tutto l’Occidente politica e democrazia attraversano una fase di grande crisi, che si alimenta delle difficoltà che entrambe vivono e delle loro influenze reciproche. Le cause di questo fenomeno risalgono indietro nei decenni e sono frutto, per l’Italia come per gli altri paesi del Vecchio continente, dell’intrecciarsi di sviluppi nazionali e di ben note dinamiche globali. Di fronte a una situazione così compromessa e pericolosa, di cui rischiano di approfittare i movimenti populisti e sovranisti, diviene quindi essenziale trovare la chiave per risalire la china e restituire dignità alla politica e senso alla democrazia. Anche perché fuori da esse non c’è progresso ma conflitto e ulteriori diseguaglianze.

Sulle origini della crisi della sinistra

Dopo aver subito gli effetti della rivincita della destra, che a partire dagli anni Ottanta del Novecento ha saputo imporre un paradigma economico incentrato sul rilancio del mercato, sul valore etico del profitto, sull’individualismo e sulla contestazione dell’assistenzialismo, la sinistra deve ora recuperare identità e valori smarriti e riacquistare la propria autonomia culturale e politica. Non è un caso che a sinistra sia in atto un processo di riorganizzazione e riflessione sui fondamentali. In Italia, in particolare, essa andrà ricostruita dalle basi, con pazienza e determinazione, riscoprendo quanto di buono deriva dal passato ma tenendo presenti le esigenze che la nuova realtà economica e sociale pone in evidenza, a partire dal drammatico aumento delle diseguaglianze e dalla cronica mancanza di lavoro.

Reichlin, spirito inclusivo e intento ricostruttivo per una nuova sinistra

In ricordo di Alfredo Reichlin, tra i fondatori di Italianieuropei, da sempre membro dei suoi organi dirigenti e punto di riferimento politico e intellettuale per la Fondazione, pubblichiamo il breve intervento di Massimo D’Alema pronunciato, a poche ore dalla scomparsa, presso il Tempio di Adriano, in occasione della manifestazione promossa dal Gruppo alla Camera dei deputati di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista per il settantesimo anniversario dell’approvazione in Assemblea costituente del primo articolo della Costituzione italiana.

La crisi del Labour

Il Partito Laburista inglese condivide con gli altri partiti socialisti del continente europeo una crisi che ha in realtà origini comuni: l’abbandono del pensiero tradizionale della sinistra a favore della promozione del libero mercato, dell’individualismo, delle privatizzazioni e della deregolamentazione in ambito economico. Questo allontanamento dalle origini ha fatto perdere al Labour una parte importante del sostegno delle classi lavoratrici, soprattutto dopo che la crisi finanziaria internazionale del 2008 ha reso manifesta la fragilità del modello di sviluppo economico proposto. La difficoltà a individuare e proporre una ricetta alternativa credibile e una leadership affidabile fa sì che oggi, pur di fronte a un governo conservatore estremamente debole, il Partito Laburista abbia poche possibilità di tornare presto al governo del paese.

La rinuncia a riformare il capitalismo: alla radice della crisi della sinistra scandinava

Anche nei paesi nordici le socialdemocrazie sono in difficoltà, pressate non tanto dalle forze liberal-conservatrici, anch’esse in crisi, quanto dalla crescita del consenso per i partiti della nuova destra. Ciò può essere imputato alla loro rinuncia a perseguire parte del proprio compito storico: riformare il capitalismo riducendone le irrazionalità, costringere le imprese alla competitività affermando diritti e salari forti, perseguire la mobilità del lavoro ma verso l’alto e ottenere così, alla fine, maggiori livelli di eguaglianza. Restituire centralità alla questione sociale e al tema della riforma dell’economia consentirebbe, perciò, di recuperare alle forze socialdemocratiche una parte considerevole del loro tradizionale consenso.

Crisi del PSOE, crisi della Spagna

La situazione politica spagnola è sicuramente emblematica dello stato di crisi strutturale e identitaria in cui la politica, assieme alle forze che se ne sono fatte tradizionalmente interpreti, si è inviluppata inesorabilmente. Soprattutto il PSOE rischia di pagare un prezzo elevato incalzato com’è dalla pressione di formazioni di ispirazione populista come Podemos. La crisi economica, che la ripresa del PIL degli ultimi due anni non sembra aver fatto superare, continua a rendere sempre più incerta la condizione dei ceti medi; lo stesso si può dire dei giovani, le cui prospettive non appaiono affatto promettenti. E delle loro esigenze, delle loro speranze, delle loro aspettative né il PSOE né altre formazioni tradizionali sono in grado di farsi interpreti.

Le sfide di Syriza e le grandi difficoltà dei socialisti greci

La situazione politica in cui la Grecia è venuta a trovarsi a seguito della crisi economica profonda che ha colpito tutto il paese a cominciare dal 2009 appare quanto mai confusa. La lotta politica, se si escludono talune vivaci iniziative di rilancio a opera di leader come Fofi Jennimatà, che guida il raggruppamento socialista del PASOK, sembra sempre più incerta. Non solo formazioni storiche quali appunto il PASOK – e altre ancora anche nell’area opposta – appaiono in affanno, ma anche gli altri schieramenti, soprattutto quelli di nuovo conio come SYRIZA, costituitosi nell’interregno tra la crisi e l’irruzione della Troika sullo scenario, non se la passano meglio.

Il grand malaise della sinistra francese

La Gauche francese vive un momento di grande difficoltà, di cui la rinuncia di Hollande a ricandidarsi per la presidenza è solo il più eclatante e recente segnale. Il rischio concreto è che non riesca ad arrivare al ballottaggio e che i suoi elettori siano costretti a scegliere, per l’elezione del prossimo presidente, tra la destra popolare di François Fillon, la destra populista di Marine Le Pen e l’astensione. Quella del Partito Socialista Francese è una crisi grave, che va inquadrata nel contesto più ampio della crisi della sinistra mondiale, considerata a torto o a ragione da una parte crescente dell’elettorato corresponsabile dell’impoverimento provocato in Occidente dalla globalizzazione. E in quello del “grand malaise” di un paese che non riconosce più se stesso e la propria identità. Che sente di non contare più nulla e di non essere più nulla.

La SPD, un “junior partner” di tutto rispetto. Per ora

Spesso si dimentica che, in Germania, il partito socialdemocratico è al governo dal 2013, come parte di quella Grande coalizione che sostiene il governo di Angela Merkel. Allo stesso modo si dimentica che, proprio in ragione della presenza della SPD al governo, negli ultimi anni sono state realizzate importanti riforme nei settori dello Stato sociale, del mercato del lavoro e dell’istruzione. Sembrerebbe una condizione ideale per il partito socialdemocratico tedesco; ma la realtà è più complessa. La sua annosa partecipazione come partner minore a governi a guida cristiano-democratica non solo non fa risaltare l’azione politica che la SPD sta conducendo, ma contribuisce a liberare spazio alla sinistra del partito socialdemocratico. Di tale spazio sembra temporaneamente trarre profitto la Linke che, insieme al partito populista della AfD a destra della CDU-CSU, rappresenta l’insoddisfazione di una parte rilevante dell’elettorato nei confronti della Grande coalizione.

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