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Le tappe della costruzione di un nuovo autoritarismo nazionalista

Il prossimo 16 aprile si svolgerà in Turchia il referendum che, se approvato, sancirà il passaggio da un sistema parlamentare a un regime presidenziale che attribuisce pieni poteri al presidente della Repubblica e di fatto segna il superamento, nel paese, della separazione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. La consultazione referendaria arriva al termine di un lungo processo che ha visto il tentativo di colpo di Stato dello scorso luglio sommarsi alla lunga serie di attentati che hanno colpito il paese, favorendo di conseguenza l’affermazione di una retorica della stabilità di cui l’AKP e il presidente Erdogan si fanno paladini.

Kemalismo e islamizzazione: linguaggi di legittimazione e di esclusione nella Turchia repubblicana

Nonostante il kemalismo venga spesso presentato come una dottrina politica coesa e compatta, a una più attenta analisi i suoi elementi essenziali sembrano piuttosto raccomandazioni di carattere generale da declinare nel contesto contingente interno e internazionale. Questo utilizzo strumentale alle esigenze del momento è stato applicato in più occasioni anche ad alcuni capisaldi della dottrina kemalista, quali il concetto di identità nazionale, l’idea di laicità e il concetto di neo-ottomanesimo. Alla luce di ciò non solo appare semplicistico ridurre la complessa situazione turca all’antitesi tra una Turchia univocamente kemalista prima dell’avvento di Erdogan e una Turchia islamizzata dopo l’ascesa al potere dell’AKP, ma risulta riduttivo liquidare con le categorie dell’antimoderno e del ritorno alla tradizione lo sviluppo e il successo dell’Islam politico in Turchia.

Fra Ankara e Damasco, i fronti aperti dell’erdoganismo

Il fallito colpo di Stato dello scorso luglio rappresenta il momento a partire dal quale, grazie soprattutto alle epurazioni di massa nei ranghi delle forze armate che lo hanno seguito, sono mutate non solo le dinamiche della politica interna turca, ma anche le principali direttrici di politica estera. Disallineatasi rispetto agli Stati Uniti, contrari a un intervento di Ankara nello scenario siriano, la Turchia del post golpe ha anteposto il proprio interesse nazionale a ogni altra considerazione, e approfittando della fase conclusiva della presidenza Obama ha scelto di inseguire proprio sulla partita siriana una complessa, disinvolta e disagevole convergenza con la Russia di Vladimir Putin.

Il partenariato tra Turchia e Russia al banco di prova dello scenario mediorientale

Le relazioni tra Ankara e Mosca, superando una diffidenza reciproca che affonda le proprie radici nel passato recente e più remoto, sperimentano oggi una fase di pragmatico riavvicinamento fondato sulla convergenza di interessi tattici. Esse hanno beneficiato, a partire dall’inizio del secolo, della capacità delle rispettive leadership di sostituire le ragioni della competizione e del conflitto con quelle del dialogo e della cooperazione. In particolare, questa dinamica è emersa con chiarezza nella individuazione di margini di intesa nei diversi contesti regionali verso i quali Turchia e Russia, per ragioni geografiche, storiche e culturali, naturalmente indirizzano la propria politica estera. Tra questi lo scacchiere mediorientale – e, nello specifico, lo scenario siriano – ha progressivamente guadagnato un’inedita centralità, minando dapprima le fondamenta del partenariato e assurgendo successivamente a banco di prova per il suo rilancio.

L’altalenante partnership tra Turchia e Unione Europea

Il fallito colpo di Stato del luglio 2016 ha segnato un nuovo, l’ennesimo, punto di svolta nelle relazioni tra Turchia e Unione europea. Dal 1963, anno della firma dell’Accordo di associazione con l’allora Comunità europea, il processo di avvicinamento di Ankara al club europeo ha attraversato fasi alterne tra battute d’arresto e slanci in avanti, l’ultimo dei quali risalente ad appena un anno fa, quando Bruxelles aveva guardato con rinnovato interesse alla Turchia come partner importante nella gestione della crisi migratoria. La restrizione dei diritti e delle libertà individuali seguita al fallito putsch ha ora portato a una nuova sospensione dei negoziati di adesione e a un ulteriore allontanamento che, con conseguenze di lungo periodo difficili da prefigurare ma potenzialmente nefaste, sta spingendo Ankara verso una nuova intesa con Mosca.

La collocazione internazionale e nell’alleanza atlantica della Turchia

Fino a pochi anni fa era possibile delineare un quadro chiaro della collocazione internazionale, delle ambizioni e degli indirizzi della politica estera della Turchia, un paese solidamente ancorato all’Occidente e membro fedele dell’Alleanza atlantica. Con l’avvento al potere dell’AKP di Erdogan e con il verificarsi di un sostanziale cambiamento del quadro geopolitico nelle aree di rilevanza primaria di Ankara, gli interessi nazionali turchi e la loro percezione hanno cominciato a divergere in modo crescente da quelli degli alleati della NATO. Quali conseguenze avrà tutto questo sulle relazioni internazionali della Turchia e nei futuri rapporti con l’Alleanza atlantica?

Per un efficace contrasto alla radicalizzazione jihadista

La sfida a Daesh e al minaccioso terrorismo di matrice jihadista va condotta senza indugio e senza risparmiarsi, non solo rafforzando le tradizionali misure di contrasto e repressione ma anche dotando l’Italia di una normativa all’avanguardia, capace di intervenire preventivamente sul fenomeno. Daesh è qualcosa di inedito nel quadro delle organizzazioni terroristiche del passato. Esso punta a fare proseliti attraverso forme di radicalizzazione che potranno essere arginate con decise risposte culturali, in assenza delle quali, la rabbia sociale e la crisi economica rischiano di sostenere e alimentare la diffusione del fondamentalismo jihadista e accrescere il numero dei suoi promotori.

Islamisti o nichilisti? Il dibattito francese sullo Jihadismo

Una discussione, molto accesa, sulle cause che hanno prodotto lo jihadismo europeo coinvolge in Francia i più noti studiosi dell’Islam contemporaneo. Le principali tesi in campo sono quella dell’“islamizzazione della radicalità”, sostenuta da Olivier Roy, della “radicalizzazione dell’Islam”, proposta da Gilles Kepel, della “reazione terzomondista”, di cui è portavoce François Burgat.

Fenomenologie dello spazio pubblico. Genere e Islam

Il “popolo” è un’entità dinamica, frutto di una continua interazione di demos ed ethnoi. Innalzare un muro verso i nuovi ethnoi significa impedire agli individui di mettere in pratica un esercizio riflessivo capace di stabilire ponti tra la propria originaria appartenenza e i principi, i valori e le regole della nuova. La presenza dell’Islam in Europa, l’apparire sulla scena pubblica dei musulmani, l’emergere di pratiche e simboli religiosi nelle diverse sfere della vita sociale costringono la dimensione pubblica europea a rivedere il piano condiviso della secolarizzazione e a cercare un nuovo punto d’incontro con l’altro. Stigmatizzare i comportamenti delle giovani donne musulmane che rivendicano il diritto a mostrare i loro simboli di appartenenza religiosa mostra le aporie di una cultura occidentale che da una parte enfatizza la dimensione universale dei diritti e dei valori, e dall’altra erige muri per definire dall’interno la stessa comunità politica.

L’identità dell’Islam europeo oltre gli stereotipi

Da anni l’Islam è oggetto di opposte visioni stereotipate: da un lato coloro che lo ritengono incompatibile con l’Occidente e i suoi valori; dall’altro quanti lo considerano come parte integrante di un demagogico multiculturalismo. Si rinuncia così a cogliere in esso la presenza di relazioni complesse tra credenti, popoli e sistemi politici, a valutare e apprezzare i musulmani come studenti, professionisti, padri e madri, cittadini di cultura europea che credono in Dio, persone semplici, proprio come i fratelli e le sorelle della comunità cristiana ed ebraica.

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