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Il pregiudizio della diversità

Di Franco Cardini Venerdì 30 Dicembre 2016 17:07 Stampa

Dall’attacco alle Twin Towers in poi viviamo immersi in un clima di allarmismo, artificialmente coltivato e che si alimenta di un “pregiudizio della diversità” in virtù del quale ogni musulmano incarna un nemico potenziale e ogni “sala di preghiera” inaugurata in un qualche garage dismesso diventa un attentato alla cultura e alla identità occidentali. Se un pericolo terroristico esiste, esso si collega al tema dei migranti non nella realtà, ma in insistenti e diffuse dicerie suffragate da prove impalpabili. Ma la diffidenza per il “diverso”, specie quando lo si avverte come potenzialmente minaccioso per il proprio risicato e traballante benessere, è difficile da combattere, anche perché non è razionale. Per contrastarla esiste solo un antidoto: la conoscenza reciproca.

Fino ad alcuni anni fa, quando il quadro politico era o sembrava più chiaro di adesso, si sentiva spesso dire che la speranza genera valori “di sinistra” e la paura valori “di destra”. Non so se allora fosse vero e se possa esser ancora considerato tale: d’altronde, è ormai difficile defi­nire che cosa siano diventate la “destra” e la “sinistra”, a meno di non accontentarsi delle pur fondamentali dicotomie “individualismo vs. comunitarismo” o addirittura “libertà vs. giustizia” (lasciando da parte il fantasma dell’eguaglianza). Il fatto è comunque che il tempo in cui viviamo ci presenta uno dei più attivi e fecondi esempi di produzione della paura e di speculazione su di essa che siano mai stati attivi nella storia. E ciò non solo in quanto molti sono in effetti i rischi che la no­stra società sta correndo, ma anche perché molte sono le forze politi­che interessate a seminar in essa i semi del disorientamento allo scopo di raccogliere un immediato ed emozionale consenso politico. Tra gli effetti più ricercati sono da segnalarsi le reazioni collettive e diffuse, quali una generica ma energica richiesta di sicurezza e magari, qualora ciò non basti, autentiche esplosioni di panico o di rabbia. La tendenza a specular politicamente su paure e su insicurezze è na­turalmente antica quanto la politica; e sappiamo bene che si tratta, storicamente parlando, di un collaudato alibi per far passare ogni sorta di “leggi eccezionali” e di “provvedimenti d’emergenza”. Tut­tavia, è bene non dimenticar mai che da ormai circa tre lustri (vale a dire dall’attacco alle Twin Towers in poi, se proprio serve un terminus a quo) stiamo vivendo immersi in un clima di allarmismo che – come sempre accade in questi casi – non è certo del tutto ingiustificato alla luce dei pericoli che ci circondano, ma che tuttavia è artificialmente coltivato e tende a raggiungere limiti incontrollati.

Motore primario di tale clima è il “pregiudizio della diversità”, il qua­le si alimenta a due livelli. Il primo livello si raggiunge quando e nella misura in cui l’“altro”, il “diverso”, sono sentiti come inferiori: in tal caso il sentimento prevalente è quello del disinteresse spinto fino al disprezzo. È quanto diffusamente avveniva nell’età del “colonialismo classico”, vale a dire fra Settecento e primo Novecento: e, al livello dei ceti subalterni delle società coloniali e dei popoli colonizzatori, ciò costituiva una sorta di surrogato del potere; serviva a “sentirsi padroni”. In quel lungo periodo, l’interesse per le culture “altre” ri­spetto a quella occidentale era proprio semmai dei ceti culturalmente e socialmente superiori delle società egemoni, e poteva giungere fino a quegli autentici episodi d’innamoramento del quale sono testimonianza le culture dell’orientalismo e dell’esotismo. Ma a fronte dei Loti, dei Gauthier, dei Flaubert, dei Lawrence d’Arabia e dei tanti scienziati, studiosi e missionari che arrivavano fino a sacrificarsi nei lontani continenti ch’essi amavano, la gente co­mune era fiera della “superiorità dell’uomo bian­co” e irrideva alla barbarie degli “altri”.

Al secondo livello, però, si perviene quando sono proprio i ceti socialmente, economicamente e in­tellettualmente più deboli (preziosi in Occiden­te: come riserve di voti nelle democrazie, come riserve di consenso nelle dittature) i più suscettibili di trasformare rapidamente un lontano, originario disprezzo in paura dissimulata da odio (che soggettivamente può ben essere sincero, anzi sovente lo è) non appena essi avvertano come minacciati i loro – scarsi, fragi­ li, ambigui, risicati – margini di superiorità. Negli Stati meridionali degli USA, prima della guerra civile del 1861-65, i meno abbienti nutrivano per i niggers, i blacks, sentimenti che potevano andar dal disprezzo alla commiserazione, alla semisimpatia: essi si mutarono in un odio tale da tradursi concretamente in ignobili spettacoli di lin­ciaggio collettivo (spesso programmato e addirittura annunziato sui giornali) appena la fine della schiavitù trasformò gli ex schiavi in un proletariato di colore che la white trash avvertì come concorrenziale per il poco e malpagato lavoro al quale essa poteva ambire. I “padroni del vapore”, certo, gestivano quest’odio e se ne avvantaggiavano po­liticamente: ma i protagonisti di esso, quelli che si pavoneggiavano facendosi fotografare ai piedi degli impiccati, erano dei miserabili (non solo in senso morale).

Quella miseria – stavolta ohimè solo morale: perché a impersonarla sono stati spesso degli agiati e benvestiti borghesi piccoli piccoli – è di recente riaffiorata, mutatis mutandis, ai tempi nostri e nel nostro paese. Non ci sono stati linciaggi e impiccagioni: ma una serie più o meno raccapricciante di pubbliche o di private violenze, questo sì. E soprattutto il dilagare di quel pregiudizio che ha trovato voci auto­revoli come quelle – tra loro differenti, ovviamente – di personaggi come Oriana Fallaci o Magdi Allam, che per varie ragioni e in diffe­renti modi si sono prestati a legittimarlo cercando di affermare l’im­magine di un Islam “eterno avversario dell’Occidente” o che magari conterrebbe al suo interno – o, con maggior probabilità, fingerebbe di contenere – elementi di tolleranza e di buona disposizione verso la “modernità” e la “democrazia”, ma che è comunque largamente egemonizzato da forze retrive interessate a sospingerlo verso il fon­damentalismo e quindi perfino il terrorismo. Con la conseguenza che ogni musulmano è un nemico potenziale e che ogni “sala di pre­ghiera” (non parliamo di moschea) inaugurata in un qualche garage dismesso diventa un attentato a quella cultura, a quella tradizione e a quella identità occidentali delle quali non risulta che, fino a qualche anno fa, fossero poi in tanti a interessarsi. Ed emerge puntuale anche lo spettro dello “straniero che viene a rubarci il lavoro”: anche se si tratta di lavori che nessuno di noi è più disposto a fare, mentre chi ci deruba davvero del lavoro sono, ad esempio, i rispettabili signori che decidono di trasferire le loro imprese in Romania o a Hong Kong dove la manodopera è meno costosa. Ma, guarda caso, quei medesi­ mi signori li ritroviamo poi intenti a finanziare i media che in modo più o meno elegante fomentano pregiudizio e xenofobia.

Il punto, ora, non è tanto lo smascherare questo deprecabile e deso­lante dilagar di atteggiamenti del genere, quanto anzitutto il render­sene conto. Ma, se e nella misura in cui si decida (giustamente) di combatterlo, è quasi inutile perder tempo a tentar di convincere il popolo dei pensionati di Vigevano o delle casalinghe di Voghera che i musulmani non mangiano affatto i bambini: sarebbe far come il cane che morde il bastone intento a percuoterlo invece di avventarsi alla mano (e meglio ancora alla gola) di chi lo manovra.

E allora, azzanniamo alla gola gli odierni signori della paura. La si­tuazione attuale ha trovato il suo vero decollo quando, verso il 1995, il governo degli Stati Uniti e le multinazionali delle quali esso era comitato d’affari “mollarono” i talebani afghani e i mujahiddin pro­venienti dall’Arabia saudita e dallo Yemen che li avevano aiutati a cacciar i sovietici dall’Afghanistan, in quanto essi non offrivano più la garanzia di presidiare fedelmente il territorio afghano dal quale la Unocal Corporation aveva deciso di far passare oleodotti e gasdot­ti provenienti dal Kazakhstan e diretti verso l’Oceano Indiano. Da allora personaggi come Osama Bin Laden, membro di una grande famiglia socia in affari dei Bush e che era stato impegnato nel jihad antisovietico, passarono alla guerriglia contro gli statunitensi rei di profana­re, occupandola, la “Terrasanta islamica” dove ci sono sì petrolio e metano, ma anche i “luo­ghi santi” musulmani: cioè la penisola arabica. Da allora i signori della paura hanno da un lato sostenuto il terrorismo internazionale e hanno catalizzato simpatie nei suoi confronti con le loro scelte politicamente demenziali o criminali – come quella di Bush senior di presidiare mili­tarmente il mondo arabo vicino-orientale mantenendo l’occupazio­ne anche dopo la “guerra del Golfo” del 1991 –, mentre dall’altro hanno appunto seminato una paura incontrollata nei suoi confronti.

Ora, il pericolo terroristico in effetti senza dubbio esiste: ma solo se­condo un teorema improbabile e mai comprovato costituirebbe una compagine coerente soggetta alla volontà di un unico centro pro­pulsore. Tale mistificazione ha giustificato per anni quella che è stata propagandata come la lotta contro il fantasma di al Qaeda (una rete o meglio una costellazione di gruppi in lotta fra loro, contrabbandata come una disciplinata piramide gerarchica, una sorta di “Organizza­zione Spectrum” dei vecchi film di James Bond) e si è poi trasferita a sostenere, fingendo di combatterlo, il pericolo del Daesh del califfo al-Baghdadi, il quale da un lato ha mantenuto vive le centrali terrori­stiche in Occidente, dall’altro ha cercato di fondare il proprio potere su un’area geografica concreta, distribuita sia pur inegualmente tra Siria e Iraq.

Scopo di quest’azione è stato, dall’estate del 2014 a oggi, lo sman­tellamento del sistema di equilibrio del Vicino Oriente nato dalla conferenza di Parigi del 1919-20 e costituito da una rete di nuove “nazioni arabe” tenute a battesimo da Francia e Inghilterra vincitrici della prima guerra mondiale e la sua sostituzione con una differente rete di Stati, ora a carattere etno-confessionale. I politici e i manipo­latori dei media che seminano paura per raccogliere irriflesso con­senso elettorale sono i principali responsabili dei continui “complotti terroristici” che vengono “scoperti” e annunziati con roboanti servizi televisivi e giornalistici, mentre qualche mese dopo i loro presunti autori, precipitosamente incriminati alla luce di mille riflettori, sono rimessi in libertà alla chetichella e sotto il più stretto silenzio mas­smediale: così la gente continua a ricordare solo il loro arresto e a fidarsi di chi a suo tempo ha schiamazzato attorno a esso omettendo poi di far onorevole e doverosa ammenda.

Il tema dei migranti è strettamente collegato a quello del terrorismo: non nella realtà obiettiva, alla luce della quale il rapporto appare al contrario esiguo e rapsodico, bensì nelle idées reçues, vale a dire nelle insistenti e diffuse dicerie suffragate da prove impalpabili. Ma è pro­prio questa contraddizione che obbliga a trattare insieme entrambi i temi.

Senza dubbio, questo dei migranti è un déjà vu nella storia del mon­do: ma le esperienze accumulate nel passato servono poco per due motivi. Primo, può anche esser vero che la storia, nelle sue grandi linee, si ripete: ma sempre con un certo numero di variabili, che sono regolarmente di più e di maggior peso delle costanti. Secondo, l’emergenza dinanzi alla quale ci troviamo è complicata dal rischio di possibili terroristi infiltrati tra i poveracci in cerca di asilo. Ma il pro­blema più grave è il corto circuito tra le varie forme di crisi a causa delle quali la gente fugge dal Vicino Oriente e dall’Africa (le guerre, le violenze, le persecuzioni eccetera: ma insomma e in ultima analisi sempre l’insicurezza, la fame e la miseria) e una complessa crisi con la quale i migranti che arrivano sui barconi s’imbattono e che sono del tutto impotenti sia di comprendere, sia di gestire.

Tale crisi è la nostra: loro ci credono i felici abitanti del Principato di Cuccagna, della Città di Bengodi, e s’imbattono invece in un paese inquieto, dove non c’è lavoro (e che in parte non ci sia perché gli italiani si rifiutano di accettarlo al di sotto di un certo livello non cambia nulla) e dove la gente è preoccupata e prevenuta al punto da vedere in loro un’obiettiva minaccia se non altro di concorrenza nell’offerta di manodopera. L’incomprensione reciproca, in questo caso, è una circostanza aggravante: noi e loro non ci capiamo non solo perché non parliamo le medesime lingue, ma perché sono in senso più ampio e profondo i “linguaggi” (vale a dire le abitudini, i comportamenti, la scala dei valori) a essere diversi e lontani.

Si fa presto a definir tutto ciò “pregiudizio” e a pretendere che lo si debba superare: specie quando a livello immediato non sentiamo mi­nacciati noi stessi e le nostre famiglie. La diffidenza per il “diverso”, specie quando lo si avverte come almeno potenzialmente minaccioso, è difficile da combattere anche perché non è razionale. Piantiamola col terrorismo lessicale a uso interno, finiamola di definire tutto ciò “razzismo” o “xenofobia”: così non si fa che peggiorare la situazione. Nelle società che hanno conosciuto queste cose molto meglio e prima di noi, come ad esempio nel con­tinente americano, si sa bene che il pregiudizio è proprio dei poveri e degli insicuri. Come accade nel Sud degli Stati Uniti, e non da ieri: non sono i colti e agiati signori che abitano in Beacon Hill o a Palm Beach a temere e a odiare i migranti: è la white trash disposta a indossare il cappuccio del KKK contro chi insidia non le ville con sorveglianti paramilitari e piscine olimpioniche che non le appartengono, bensì i loro slums, le loro bidonvilles, i loro posti di sottolavoro da fame.

Eppure il nucleo profondo della diffidenza, o anche della paura (e, badate, si tratta di sentimenti reciproci) è fondato sulla genericità dei timori. Il “diverso” ci spaventa o ci allarma per quel “certo non-so- che” dal quale è circondato: il colore della pelle, gli odori, il tono del­la voce. Per tutto ciò esiste solo un antidoto: la conoscenza reciproca.

Il tentativo di tener a bada i migranti indurendo le norme restritti­ve d’ingresso non ha funzionato: loro si affidano agli scafisti che li portano da noi con maggiore rischio e maggiore spesa di quanto non farebbe un normale volo di linea se essi disponessero non di maggiori mezzi finanziari (quelli hanno dimostrato di riuscir a poterseli pro­curare), bensì di documenti in regola, provvederli disciplinatamente dei quali sarebbe in linea di principio cosa semplice e vantaggiosa per tutti. Arrivati qui, vengono più o meno identificati e stivati in luridi ghetti con molto più disagio loro e nostro, e forse con maggiore spesa da parte nostra, di quanto non succederebbe se sapessero di poter contare su un’accoglienza severa e ordinata ma di dover render conto sul serio di se stessi anziché sperare di perdersi nelle nostre giungle urbane per vivere poi come homeless mendicando o smerciando dro­ga. Se inoltre essi sapessero che, una volta sul suolo italiano, la loro immediata destinazione sarebbe un cantiere di lavoro (uno fra i tanti che da noi stanno fermi da anni) o comunque una destinazione di pubblica utilità, lavorando alla quale potrebbero guadagnarsi one­stamente la trentina di euro al giorno che ci costano comunque (e che come sappiamo vanno almeno in buona parte in tasca a malavi­tosi), molti si dissuaderebbero dal partire alla nostra volta e gli altri s’integrerebbero più facilmente. E integrazione, per loro, dovrebbe significare da subito due cose (per organizzare e finanziare le quali la collaborazione fra gli istituti pubblici e i volontari delle varie orga­nizzazioni umanitarie volontarie sarebbe possibile): apprendimento obbligatorio per tutti dei primi essenziali elementi di lingua italiana e istruzione primaria per i ragazzi al di sopra dei sei anni secondo un programma d’emergenza. Qualcosa del genere già funziona su base volontaria e casuale, “a macchia di leopardo”: si tratterebbe di unifor­mare e di sistematizzare.

E non sopravvalutiamo le differenze religiose: piantiamola con l’immagine del musulmano fanatico che viene qui per invaderci e conquistarci (con quali strumenti? con quali mezzi?) e della “civiltà cristiana” che saremmo chiamati a difendere. Come potremmo far­lo, del resto? Il cristianesimo, parecchi di noi se lo sono da tempo scordato per strada: anzi, il recuperarlo sul serio sarebbe una bella occasione identitaria (altro che pretendere le croci nei locali pubblici e i presepi nelle scuole per far rabbia ai fedeli di Allah…). D’altronde l’Islam, per molti di quelli che arrivano qua dall’Asia o dall’Africa, al loro paese non era altro che qualche formula imparata a memoria: la predicazione fondata sull’odio da parte degli imam jihadisti ha successo proprio per questo. Ricordiamo bene che c’è un solo modo per impedire che le proprie tradizioni vengano espropriate e soffocate: reimparare a conoscerle sul serio, il che fatalmente conduce, alla luce di esse, ad apprezzare anche quelle delle altre gen­ti. L’odio per la cultura altrui è un segno certo d’insicuro possesso della propria. La conoscenza degli altri, quando sia accompagnata da fiducia in se stessi, genera curiosità, comprensione, sim­patia, amicizia e sicurezza.

Le migrazioni sono un segno del nostro tempo e una delle sfide che esso c’impone. La politica dello struzzo non serve, l’odio genera solo altro odio, il cedimento incoraggia solo i peggiori istinti altrui. Sognare la repressine del movimento migratorio con la forza, o affidarsi contro i pericoli della sua collusione con le centrali terroristiche, alla semplice prospettiva dell’intelligence e dell’infiltrazione, non serve.

È invece necessario dimostrarsi disposti all’accoglienza, alla com­prensione e all’aiuto mantenendosi al tempo stesso ben fermi nel farci rispettare e nell’imporre delle regole. Questo serve. Il resto, il buonismo indiscriminato non meno dei sogni di crociata, è solo spazzatura.