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Le verità che contano nel frastuono della post-verità

Di Ida Dominijanni Giovedì 13 Luglio 2017 14:37 Stampa

Pur con tutte le novità che la rete introduce nel sistema di produzione del vero e del falso, la manipolazione dei fatti, le notizie alterate, l’uso strumentale della menzogna continuano a essere prevalentemente tecniche consolidate del potere. Nell’epoca della post-verità il conflitto per e sulla verità rimane una posta in gioco di prima grandezza. Proprio quando sembra essersi ridotta allo stato di pura ipotesi, la verità si conferma per quello che in età moderna è sempre stata: un campo non di esercizio di fede ma di lotta politica.

 

Nel 1967, per rispondere alle critiche che le sono piovute addosso dopo l’uscita del suo reportage sul processo a Eichmann, Hannah Arendt pubblica un saggio sul rapporto fra verità e politica: proble­ma antico e complicato, scrive, che “la semplificazione o la denuncia morale” non aiutano a risolvere. Le menzogne, continua, sono sem­pre state considerate uno strumento necessario e inevitabile dei poli­tici e degli statisti, e all’interno di una concezione della politica basa­ta sulla logica mezzi-fini non può stupire che sia così, tanto nel senso comune quanto nella tradizione filosofica. Il punto, per Arendt, non è questo, né quello di un inevitabile tasso di segretezza necessario per tutelare gli affari di Stato. Meno che mai si tratta si rispolverare la questione del rapporto fra politica e verità trascendente che agitava la democrazia ateniese: nelle democrazie contemporanee e secola­rizzate, dove la verità ha perso qualunque pretesa di assolutezza, si tratta più semplicemente di mettere a fuoco il conflitto fra il potere politico e quella che Arendt chiama “verità fattuale”, ossia la verità “modesta”, così la definisce, che riguarda fatti ed eventi del presente o del passato nella loro innegabile evidenza. È precisamente questa verità fattuale, che dovrebbe essere condivisa come incontrovertibile

dal senso comune, a diventare oggetto di falsificazione da parte del potere politico, cui basta ridurla a mera opinione per renderla con­trovertibile e, per l’appunto, opinabile.

L’argomentazione di Arendt è tutt’altro che ingenua. Differentemen­te da alcuni filosofi di oggi, che invocano la certezza dei fatti contro l’arbitrarietà delle interpretazioni e l’evidenza della verità contro le menzogne del potere, Arendt sa bene che i fatti e le opinioni non sono separabili con un taglio netto, e che né i fatti né la verità sono mai autoevidenti. Qui sta anzi il punto saliente della sua analisi: fat­ti, opinioni e verità fattuale appartengono allo stesso “regno della contingenza” in cui opera la politica, ed è per questo che il conflitto fra verità e politica è così acuto e, in un certo senso, irrisolvibile: è questo terreno comune che consente al potere di manipolare la verità o, come abbiamo visto, riducendola a opinione, o “aprendo un buco nel tessuto della fattualità” con una menzogna, o “rifacendo l’intera tessitura dei fatti con la co­struzione di un’altra realtà”.

Siamo già molto vicini, con questo, agli alterna­tive facts sbandierati recentemente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ma prima di ar­rivare a lui, non senza ricordare i suoi precedenti italiani, c’è ancora una sosta da fare sul testo di Arendt. Che nasce, dicevo, sulla scia della sua drammatica analisi del totalitarismo, per approdare a conclusioni non meno allarmanti sulla democrazia. Ancor più del totalitarismo, fondato sulla repressione delle libertà, è paradossalmente la democrazia, fondata sulla libertà di opinione, a consentire la derubricazione a opinione della verità; così come è in democrazia che vanno aumentando, già sotto gli occhi di Arendt, i “fabbricatori di immagini”, come li chiama lei, preposti al rifacimento del tessuto della realtà a uso e per conto del potere.

Sotto accusa è già il sistema dei mass media – e vale la pena di osser­vare di passaggio che “Verità e politica” esce nello stesso anno in cui Guy Debord, ne “La società dello spettacolo”, definisce “falso indi­scutibile” lo stravolgimento sistematico della verità prodotto dall’in­tegrazione fra potere politico e sistema mediatico. Ma il tema ruvido che emerge dalle pagine di Arendt è l’inquietante continuità fra totalitarismo e democrazia nel trattamento della verità come funzione

del consenso. Non è un caso infatti che il problema del rapporto fra verità e politica si ripresenti oggi che le democrazie occidentali, negli USA e in Europa, sono ossessionate dal ritorno dello spettro totalita­rio, sotto le sembianze di presidenti autoritari, populismi di governo, leader carismatici. Anche se sarebbe certamente la stessa Arendt a raccomandarci estrema cautela nell’evocare e nel maneggiare questo spettro: niente di più fuorviante che parlare con troppa disinvoltura di “nuovo fascismo” per liquidare contraddizioni che nascono dal seno stesso della democrazia, proiettandoci in un “post” che non è mai identico a un prima.

Così è anche per il problema della post-verità, termine eletto a pa­rola dell’anno 2016 dall’Oxford Dictionary sotto la pressione di due campagne elettorali – quella che ha portato alla vittoria Trump negli Stati Uniti e quella che ha portato alla vittoria la Brexit in Gran Bre­tagna – basate più su bugie, manipolazione, sensazionalismo, fake news e abuso dei big data che sulla discussione razionale e argomen­tata di fatti e programmi. Secondo l’Oxford Dictionary post-truth è infatti «un aggettivo che si riferisce a circostanze in cui i fatti ogget­tivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica degli ap­pelli alle emozioni e alle credenze personali». Una definizione che si attaglia perfettamente al contesto da cui nasce ma che, se come ogni definizione deve valere anche oltre il suo contesto di nascita, solleva più di un problema.

Essa traccia infatti una separazione netta e gerarchica fra oggettivo e soggettivo; attribuisce ai fatti una oggettività autoevidente che, come abbiamo visto, già mezzo secolo fa Arendt problematizzava; considera il piano emozionale solo come un fattore inaffidabile della vita pubblica; tradisce, in sostanza, una qualche nostalgia per una sfera pubblica fatta di razionalità e oggettività, contro la soggettività e l’emotività incontrollabili che oggi la pervadono. Tanto vero è questo sottofondo gerarchizzante che la scelta dell’Oxford Dictionary, fatta per stigmatizzare le modalità delle due campagne elettorali di cui sopra, ha finito poi con l’essere usata, qui in Italia e non solo, soprat­tutto a difesa dell’establishment mediatico contro il web, e a difesa dell’establishment politico contro i movimenti anti-establishment che prosperano sul web.

Vale ricordare, ad esempio, la proposta avanzata alla fine del 2016 dal presidente dell’Autorità italiana antitrust per la costruzione di un

network europeo di agenzie contro le fake news che girano in rete: proposta bizzarra, tanto più se si considera che viene da un paese in cui l’uso – dall’alto – delle fake news non ha aspettato internet per imporsi. A Silvio Berlusconi bastava la TV, né gli è mancato, nei momenti topici come quello della balla sulla nipote di Mubarak, l’appoggio della maggioranza del Parlamento.

Non voglio dire con questo che la rete non introduca delle novi­tà sostanziali nel regime contemporaneo di produzione del vero e del falso: le introduce eccome, ma si tratta di variazioni di grado di fenomeni e tendenze preesistenti, che la rete estende e intensifica ma che non le possono essere interamente addebitate. La manipo­lazione dei fatti e della verità, le notizie inventate, l’uso strumen­tale della menzogna sono tecniche consolidate del potere, che la struttura orizzontale del web e quella comunitaria dei social network non fanno che democratizzare, contribuendo alla trasformazione della sfera pubblica nel senso di una specularità fra l’alto e il basso, il politico e il sociale, i governanti e i governati che smen­tisce clamorosamente le retoriche populiste, di governo e di opposizione, basate sulla loro contrapposizione. Tre tendenze mi sembrano, in questa direzione, particolarmente significative.

La prima riguarda lo statuto sempre più incerto e casuale della verità, questione che non è ne­cessario aprire in termini filosofici per vederne i risvolti politici. Come tutti i “post”, anche quello della post-verità sembra indicare, più che un dopo, un ol­tre: suggerisce che viviamo ormai, per parafrasare Foucault, in un regime non del vero e del falso, ma del né vero né falso, dove la verità non conta nulla essendo diventata aleatoria, non necessaria, sostituibile. Si è parlato per questo, da parte cattolica, di un eccesso di immanentizzazione della verità; ma si potrebbe anche parlare di una sua mercificazione, nel senso che essa assume lo stesso statuto dell’equivalenza che caratterizza lo scambio e il consumo di merci nelle società compiutamente dominate dal mercato. E senza puntare su un impossibile e tutt’altro che auspicabile ritorno a una verità tra­scendente – che lungi dall’essere scomparsa dal mondo muove oggi

la violenza fondamentalista – bisognerebbe mettere a tema la crisi verticale della misura simbolica dell’autorità che nel mondo secola­rizzato rende tutto dicibile senza che nulla sia credibile, e senza che nulla sia contestabile.

Con questo siamo già alla seconda tendenza di trasformazione della sfera pubblica, che ha a che fare con una sorta di perversione del mito democratico della trasparenza. Nell’ambiente sociale e cognitivo creato dai media di vecchia e nuova generazione – qui televisione e internet lavorano nella medesima direzione –, l’imperativo della tra­sparenza, che dovrebbe sconfiggere l’opacità del potere esponendolo allo sguardo e al controllo dell’opinione pubblica, si trasforma nel comandamento della visibilità assoluta, che muta radicalmente i con­notati dello spazio pubblico senza rischiararne gli squilibri ma aumentando, come scrive il filosofo Byung-Chul Han nel suo libro su questo tema, “la fondamentale opacità del tutto”. Non più il teatro politico moderno con una scena illuminata e un fuori-scena in ombra da rischiarare, non più un testo limitato dal suo indicibile infratesto, ma l’agorà mediatica in cui tutto è visibile, il fuori-scena – l’off-scene, che sconfina nell’osceno – conquista il centro della scena, e tutto, non importa se vero o falso, diventa dicibile. Anche in questo l’Italia è stata nel ventennio berlusconiano un laboratorio d’avanguardia.

Ma questa scena – che, detto per inciso, è la scena ideale per la nascita e la crescita del legame populista fra un leader-attore e un pubblico fatto di spettatori e followers – è anche quella su cui ine­vitabilmente le emozioni e le credenze che preoccupano l’Oxford Dictionary prendono il sopravvento sulla facoltà razionale del giu­dizio, l’impressione conta più dell’argomentazione, l’identificazione immediata con il potente di turno pesa più della valutazione distac­cata, le paure dei vaccini si impongono sulle prove scientifiche della loro efficacia. C’è poco da scandalizzarsi, del resto, per la potenza degli appelli alle emozioni via Twitter o per l’influenza dei like sugli umori dell’elettorato: sono tendenze perfettamente allineate con la governamentalità neoliberale che la sfera passionale ed emotiva, a differenza della razionalità politica classica, non reprime ma mette a valore e sfrutta. Anche per questa via la questione della post-verità e dei suoi usi politici riporta alle coordinate più generali del capita­lismo contemporaneo, che restano, loro sì, invisibili e indicibili nel dibattito politico e mediatico corrente.

Non foss’altro che per questo, nell’epoca della post-verità il conflitto per e sulla verità rimane una posta in gioco di prima grandezza. Pro­prio quando, confermando la profezia di Debord, la verità sembra essersi ridotta allo stato di pura ipotesi, essa si conferma per quello che in età moderna è sempre stata: un campo non di esercizio di fede ma di lotta politica. Non si tratta solo di perorare la priorità o la durezza dei fatti sulla volatilità delle opinio­ni o sull’inaffidabilità delle emozioni. Anche su una scena pubblica dove tutto si può dire purché nulla suoni vero, c’è un timbro di autenticità che la verità soggettiva assume inconfondibilmente quando è necessaria all’esistenza di chi la dice o lotta per dirla. C’è, in altri termini, una verità dell’esperienza e un’urgenza della verità, che è o può essere più forte della ridondanza mediatica della post-verità. Contrariamente a quanto te­meva Arendt nel testo da cui sono partita, questa verità soggettiva non è sempre destinata all’impotenza; ma contraria­mente a quanto credeva Foucault nell’ultima fase della sua ricerca, non può essere affidata solo a una pratica parresiastica individuale, perché le condizioni della sua dicibilità e della sua credibilità sono politiche. Dare autorizzazione e conferire autorità alle verità non au­torizzate dalla post-verità del potere resta, malgrado tutto, una delle sfide tutt’ora aperte della democrazia.