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Una generazione di outsider

Di Maria Cecilia Guerra Giovedì 23 Marzo 2017 10:53 Stampa

Rispetto alla situazione di disagio che vivono in Italia le nuove generazioni, siano essi lavoratori, disoccupati o NEET, genitori, donne, stranieri, giovani provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati, le politiche intraprese continuano a mostrarsi poco lungimiranti, forse perché non adeguatamente supportate da un’analisi approfondita dei fenomeni su cui si intende intervenire. Indagare le ragioni che portano i giovani a diventare degli outsider rispetto alla stabilità economica, alla stabilità del lavoro, alla possibilità di compiere scelte di vita e alle tutele del welfare, diventa quindi presupposto essenziale per la definizione di misure di intervento che siano davvero efficaci.

 

Una lettura condivisa degli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 fra i vari istituti di ricerca è che abbia votato No una percentuale molto alta di giovani, compresa fra il 68 e l’80%. Secondo l’istituto Demos, il picco – 72% – si sarebbe avuto fra i cosiddetti giovani-adulti, la fascia di età compresa fra i 25 e i 34 anni.

È opinione altrettanto condivisa che questo esito non dipenda solo dal quesito referendario, ma sia anche, e probabilmente prioritaria­mente, l’espressione di un disagio, di una protesta, che nasce dalla situazione specifica di difficoltà, in buona parte inascoltata, in cui si trovano le giovani generazioni. E che vede sempre più spesso come unica alternativa l’abbandono del paese: nel solo 2015 sono circa 40.000 i giovani fra i 18 e i 34 anni che sono emigrati.

Questa situazione di disagio, che viene ampiamente documentata, nelle sue diverse dimensioni, in questo numero della rivista può esse­re sintetizzata con il termine outsider: chi sta fuori, chi è ai margini. E i giovani sono effettivamente outsider sotto tanti profili: fuori dal­la stabilità economica, dalla stabilità del lavoro, dalle possibilità di compiere scelte di vita e dalle tutele del welfare.

FUORI DALLA STABILITÀ ECONOMICA

La lunga crisi economica che dal 2008 al 2013 ha colpito l’Italia ha avuto un impatto negativo sulla condizione economica delle famiglie italiane, per quanto riguarda sia i redditi che la ricchezza. L’aumento della povertà è stato particolarmente marcato nei “soliti” sottogruppi: le famiglie che vivono al Sud, quelle che vivono in af­fitto, i lavoratori manuali e atipici. Ma vi è una novità di grande rilievo: la recessione economica ha colpito le giovani generazioni molto più degli adulti e, soprattutto, degli anziani. Le statistiche dell’indagine della Banca d’Italia ci confermano che è significativamente aumentata la presenza di famiglie giovani (in cui il capofamiglia ha meno di 40 anni) nel quinto più povero della distribuzione del red­dito equivalente (che tiene conto cioè della diversa numerosità del nucleo familiare), a scapito della loro presenza nel quinto più ricco, e che un’analoga tendenza si osserva per la distribuzione della ricchez­za equivalente. Gli ultimi dati sulla povertà assoluta dell’Istat, relativi al 2015, ci mostrano che 1.202.000 giovani tra i 18 e 34 anni – uno su dieci – vivono in povertà assoluta. Questa incidenza era appena del 3,9% nel 2005. I giovani in condizioni di povertà assoluta sono ormai il doppio degli anziani (over 65), che sono poco oltre 500.000, con una incidenza del 4,1%, sostanzialmente invariata nell’ultimo decennio (4,5% nel 2005).

FUORI DALLA STABILITÀ DEL LAVORO

Già prima della crisi economica le generazioni più giovani si erano trovate a fronteggiare un mercato del lavoro che offriva meno op­portunità, con retribuzioni più basse e forte incertezza nelle prospet­tive di carriera. L’inizio della crisi le ha colpite più duramente, sia determinando la cessazione dei contratti atipici e di quelli a tempo determinato, in cui erano maggiormente rappresentati, sia rendendo loro più difficile l’accesso all’occupazione. Fra il 2007 e il 2012 i giovani in cerca di prima occupazione sono aumentati dell’81%. E nonostante la lenta ripresa, iniziata dalla seconda metà del 2013, e gli incentivi concessi attraverso la decontribuzione, la situazione è migliorata molto lentamente: ancora nel gennaio 2017 il tasso di disoccupazione dei giovani fra i 15 e i 24 anni si attesta in prossimità del 38%, confermando per l’Italia il penultimo posto, dopo la Spa­gna, in ambito UE.

I giovani che entrano nel mercato del lavoro, poi, sono esposti a una vulnerabilità che ha più dimensioni: per la tipologia di contrat­ti con cui vengono assunti, per l’irregolarità della loro carriera, che vede ripetute interruzioni, ma anche uscite frequenti dai contratti più stabili verso quelli più precari, per il livello delle retribuzioni più contenuto rispetto a quello delle generazioni precedenti, per l’incer­tezza sulle pensioni future, in conseguenza dei periodi non coperti da contribuzione.

FUORI DALLA POSSIBILITÀ DI COMPIERE SCELTE DI VITA

Sono 7 milioni i giovani fra i 18 e i 34 anni che vivono con almeno un genitore. Il dato più impressionante è che di questi sono studenti solo il 35,5%. Circa un terzo (31,8%), pur essendo occupati, non conquistano una propria autonomia abitativa. Questo riflette, in lar­ga parte, i già ricordati problemi del mercato del lavoro giovanile, ma anche le difficoltà di accesso, per disponibilità e costi, ad abitazioni in affitto. Come conseguenza di questa situazione, il numero delle persone in sovraffollamento abitativo è aumentato, secondo l’Istat, dal 23,3% del 2009 al 27,8% del 2015. Viene inoltre posticipata la decisione di costruire una propria famiglia, e quella di fare figli, con conseguente crollo della natalità.

FUORI DALLE TUTELE DEL WELFARE

Tutti e tre i profili di insicurezza sopra ricordati sono amplificati dalle insufficienze del sistema di welfare nel comprendere e aiutare a tro­vare rimedio alle peculiarità del disagio giovanile. Il nostro paese è privo di un sistema di contrasto alla povertà di tipo universale, ed è in grado quindi di fornire una qualche tutela quasi esclusivamente alla popolazione più anziana, per la quale esistono strumenti assi­stenziali, quali l’assegno sociale. Solo negli ultimi anni si è comincia­to a costruire, progressivamente, un embrione di reddito minimo di inserimento che dia sostegno alle famiglie con minori.

Le politiche attive del lavoro, con la parziale eccezione di Garanzia giovani, complice la mancanza di adeguati investimenti e un quadro istituzionale di competenze non ancora assestato, continuano a lati­ tare. Le politiche passive, pur essendosi arricchite di strumenti, come la dis-coll (e cioè l’indennità di disoccupazione riservata ai cosiddetti lavoratori parasubordinati) non ancora entrata a regime, faticano a dare protezione adeguata a fronte di carriere con troppe interruzioni.

Le politiche a sostegno delle famiglie, che costituiscono il punto più debole del nostro sistema di welfare, si sono arricchite di alcune tipo­logie di bonus che, nella loro provvisorietà di mezzi e di disegno, non sono in grado di dare risposte strutturali. Mentre al possesso e all’acquisto della casa sono ricono­sciute esenzioni e altre agevolazioni fiscali, sia in conto reddito che in conto patrimonio, le de­trazioni fiscali a favore dell’affitto sono limitate e soggette a rigorose prove dei mezzi, rendendo difficile il raggiungimento dell’autonomia alle giovani generazioni e quella mobilità territoriale che potrebbe favorire miglioramenti nella pro­pria carriera lavorativa.

Non sono mancate buone idee, non sempre però accompagnate da una adeguata progettazione e da adeguati stanziamenti, come è il caso, per ora, dell’alternanza scuola lavoro, che potrebbe invece favorire l’inseri­mento lavorativo dei giovani, e come potrebbe essere, in futuro, una buona proposta come quella di un sistema educativo integrato dalla nascita fino ai 6 anni.

Il quadro del disagio si aggrava quando si guarda ad alcune specifiche categorie di giovani: le donne, gli stranieri, i giovani genitori, i giova­ni che non sono inseriti in un contesto socioeconomico favorevole.

Per le giovani donne tutti gli indicatori del mercato del lavoro sono peggiori rispetto a quelli dei giovani maschi. Il loro benessere eco­nomico e sociale continua inoltre a essere condizionato in maniera eccessiva dalla maternità. Un esempio per tutti: dei giovani fra i 15 e i 29 anni che definiamo NEET, in quanto non impegnati in alcuna attività né di istruzione né di formazione né lavorativa, più di un quarto non sono neppure in cerca di lavoro. Più della metà di que­sti è rappresentata da madri con figli piccoli. Allo stesso modo, se concentriamo la nostra attenzione sui NEET che non vivono nella famiglia di origine, scopriamo che fra le donne il 64,4% sono madri con figli piccoli. I giovani stranieri non sono solo privati del diritto civile fondamen­tale della cittadinanza, ma hanno anche meno opportunità: per la condizione economica e abitativa da cui partono, per le difficoltà specifiche che incontrano nell’accesso al credito per finanziare le loro attività economiche, perché riescono meno facilmente a fare fruttare sul mercato del lavoro il loro titolo di studio. Se, parlando ancora di povertà, fra i giovani di età compresa fra i 15 e i 34 anni sono in povertà assoluta il 16,4% di quelli in cerca di occupazione e il 33,8% degli stranieri, fra quelli stranieri e in cerca di occupazione, la percentuale di quelli in povertà assoluta raggiunge il 47%: quasi uno su due.

Le difficoltà dei giovani adulti si riflettono in una crescente vulne­rabilità dei loro figli minori (il 10,9% dei minori sono in Italia in povertà assoluta). Avere figli è una delle cause prime della povertà dei giovani genitori, e non deve trattarsi per forza di famiglie numerose: la povertà delle coppie con solo due figli, ad esempio, è aumentata dal 5,9% del 2014 all’8,6% del 2015.

L’Italia continua a essere un paese caratterizzato da scarsa mobilità sociale. Il destino dei figli dipende sempre di più dalla condizione so­cioeconomica dei genitori. Un dato per tutti: solo il 9,5% dei NEET ha almeno un genitore laureato, mentre ben il 41,1% ha i genitori che posseggono al massimo la sola licenza ele­mentare. I giovani che crescono in contesti socioe­conomici più disagiati hanno meno opportunità di accesso all’istruzione e a una occupazione di qualità. Di particolare interesse è il legame che esiste fra area di residenza e probabilità di acces­so a un posto di lavoro: a parità di qualificazione professionale, le offerte di maggiore qualità sono spesso concentrate in luoghi caratterizzati da alti costi dell’abitare e per raggiungere i quali occorre affrontare costi e tempi di trasporto troppo elevati per i giovani delle periferie.

Rispetto a questa situazione di disagio, le politiche intraprese con­tinuano a mostrarsi poco lungimiranti, forse perché non adeguata­mente supportate da un’analisi approfondita dei fenomeni su cui si intende intervenire. Alcuni esempi, che vengono in parte ripresi dai contributi che seguono, in cui sono più compiutamente trattati, pos­sono essere i seguenti.

Un problema cruciale da affrontare è quello di limitare la variabilità delle forme contrattuali per contenere le diseguaglianze e ridurre gli aspetti negativi della mobilità fra un lavoro e l’altro. Questa limi­tazione doveva avvenire più con il superamento delle forme meno tutelate che con la sostituzione progressiva del lavoro a tempo inde­terminato tradizionale con quello a costo di licenziamento crescente. Questo tipo di attenzione avrebbe impedito il boom dell’utilizzo del lavoro tramite voucher, fuori da ogni vicolo contrattuale, ben al di là del lavoro cosiddetto accessorio. E avrebbe dato più garanzie alle donne che intraprendono una attività lavorativa, ora più esposte al rischio di licenziamento se scelgono di avere un figlio all’inizio della carriera, perché è poco oneroso licenziarle. Gli incentivi contributivi all’assunzione potevano essere meglio indirizzati a favore della stabiliz­zazione, specialmente delle giovani generazioni, se fossero stati accompagnati da un qualche vin­colo al licenziamento, almeno per un periodo successivo al godimento dello sgravio.

Bisogna inoltre, in prospettiva, adottare po­litiche che spingano le imprese a migliorare la qualità del lavoro, avvalendosi anche in modo adeguato della migliore preparazione delle giovani generazioni, piut­tosto che cercare di creare occupazione solo abbattendone i costi. Anche perché il mismatching fra livello di istruzione e impiego, nel nostro paese, è più un problema di domanda che di offerta sul mer­cato del lavoro.

Bisogna guardare con occhi diversi al problema dei diritti acquisiti, quando questi si traducono nel mettere al sicuro una generazione, quella più anziana, dai rischi economici, lasciando invece che si sca­richino interamente su quella più giovane.

Bisogna poi cominciare a parlare davvero di sviluppo economico, non appiattendosi su analisi approssimative che individuano falsi ne­mici dei giovani nell’allungamento della vita attiva o nel progresso tecnologico tout court, ma al contrario creare politiche di invecchia­mento attivo, che accompagnino gradualmente all’uscita dal lavoro le generazioni più anziane, garantendo la trasmissione di competenze ed esperienze a quelle più giovani, al tempo stesso puntando sull’in­novazione per creare opportunità per le nuove generazioni che siano coerenti con le conoscenze da esse acquisite. E nel fare questo occorre evitare che si creino rendite di posizione, occorre colpire la disegua­glianza laddove si genera invece di trovarsi poi costretti a cercare di porvi rimedio con misure di tipo assistenziale.

Come si può vedere una riflessione piena di sfide e non certo facile, a cui questo numero della rivista si propone di dare un contributo.