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L’idea di impresa pubblica nel mutare del clima culturale

L’affermarsi di una visione contrattualistica e privatistica del funzionamento e degli obiettivi delle imprese ha finito per abbracciare anche la visione dell’impresa pubblica, facendo sì, per quanto la riguarda, che il concetto di efficienza sociale lasciasse il passo a quello di efficienza privata. In questo modo, la funzione dell’impresa pubblica ha finito per essere spogliata di ogni ruolo sociale e i suoi obiettivi omologati a quelli diventati totalizzanti per l’impresa privata: la creazione di valore per gli azionisti. Ciò è avvenuto sull’assunto che la conduzione pubblica sia meno efficiente di quella privata; assunto che mantiene ampio credito nonostante l’evidenza empirica non lo comprovi. Invece, in una visione strategica di sviluppo del paese che le ricomprenda, le imprese pubbliche possono tornare a essere uno strumento importante di politica economica, come è evidente (in negativo) in alcuni recenti casi concreti.

Un’agenda per lo Stato imprenditore di conoscenza

Nel campo della produzione di conoscenza gli Stati possono fare qualcosa che le imprese, invece, non possono fare: investire a lunghissimo termine scegliendo di rendere la conoscenza gratuitamente accessibile senza confini geografici o barriere legali, inventare nuove tecnologie di punta, gestire una organizzazione complessa con un management internazionale selezionato esclusivamente su criteri di merito e incentivato da motivazioni intrinseche e non da premi finanziari. Il miglior investimento oggi per uno Stato guidato da una politica lungimirante è quello di dotarsi di imprese pubbliche di nuovo tipo per produrre conoscenza e renderla liberamente accessibile al fine di intervenire in maniera risolutiva in almeno cinque ambiti: transizione energetica, mobilità sostenibile, comunicazione digitale, salute e grandi rischi naturali.

Per una nuova politica di investimenti

Durante gli anni della crisi l’Italia ha visto progressivamente ridursi il flusso degli investimenti, sia pubblici che privati, nel suo sistema economico, con il conseguente rischio di compromettere i livelli di produttività della sua economia e il benessere dei suoi cittadini. Diventa perciò opportuno interrogarsi sul ruolo che le politiche pubbliche possono svolgere in questo quadro, e in particolare in quattro specifici ambiti, nei quali sarebbe importante mettere in atto in tempi rapidi interventi per il rilancio degli investimenti per le imprese, dell’operatore pubblico, nell’istruzione superiore e nel Mezzogiorno.

Cassa depositi e prestiti, il nuovo Centauro

Negli ultimi anni l’Italia industriale si è trovata a scontrarsi con alcuni dei suoi limiti più grandi: la debolezza del capitalismo nazionale, incapace di difendere e di far progredire i pochi grandi gruppi privati rimasti in mano ad azionisti italiani; la mancanza di un sistema di grandi imprese private e pubbliche capaci di intervenire nel segno dell’interesse nazionale e nel rispetto dei bilanci; un sistema finanziario concentrato ma debole, che non ha saputo promuovere la crescita e il consolidamento dei gruppi maggiori. L’unico in grado, almeno sulla carta, di mettere in campo una certa capacità di investimento azionario è lo Stato. Stato che però non potrà reimparare il mestiere dell’azionista se non individua un soggetto con la personalità giuridica adatta a esercitare quel mestiere. Un tale soggetto potrebbe essere individuato nella Cassa depositi e prestiti; una nuova Cassa che si potrebbe paragonare a un Centauro: pubblico nelle finalità, privato nel rigore gestionale, pubblico e privato nelle fonti di finanziamento, un po’ banca e un po’ holding.

Le nuove frontiere dell’industria italiana

La digitalizzazione e l’automazione non interessano solamente la manifattura e i servizi, ma investono direttamente la sfera di tutte le professioni intellettuali. Anche per questo motivo la svolta digitale deve diventare un’opportunità. La questione di fondo non è ritardare l’avanzamento delle nuove tecnologie, ma redistribuirne i benefici. Sarà proprio una politica attenta al sociale, alla cooperazione, a modelli inclusivi a superare diseguaglianze e discriminazioni.

Ritorna lo Stato, ma per fare cosa? Investire in welfare e salute per una crescita inclusiva

Dopo anni in cui è stata esplicitamente e con convinzione esclusa la possibilità di un benefico apporto pubblico alla crescita economica, si torna ora a riflettere sul ruolo dello Stato e delle sue leve strategiche di intervento per lo sviluppo e il riposizionamento del sistema produttivo nazionale. In questo quadro generale, però, ci si concentra prevalentemente sul ruolo che lo Stato può avere nel rilancio dell’industria e nella creazione di infrastrutture materiali, dimenticando quanto strategica potrebbe essere – e con un impatto sull’occupazione decisamente rilevante – l’azione pubblica nel comparto dei servizi sanitari e di welfare, che non ha subito alcuna flessione durante la crisi e che anzi si prevede crescerà sempre più in futuro in ragione delle dinamiche demografiche del paese.

Insieme e oltre al Piano Juncker: un programma europeo per le infrastrutture sociali

L’insieme delle politiche messe in campo recentemente dalla Commissione europea, e in particolare il Piano Juncker, presentano alcuni importanti elementi di novità, purtroppo spesso ampiamente sottovalutati. Questi nuovi principi e strumenti potrebbero fungere da catalizzatori per le trasformazioni dell’Europa del prossimo futuro, da un lato per promuovere un mercato unico più forte e ridurre il gap di competitività dell’economia europea a livello globale; dall’altro per accrescere la convergenza tra gli Stati membri e dare vita a una Infrastructure Union che operi sia sul fronte delle infrastrutture intese in senso tradizionale sia per la creazione di nuove “infrastrutture sociali”.

Una generazione di outsider

Rispetto alla situazione di disagio che vivono in Italia le nuove generazioni, siano essi lavoratori, disoccupati o NEET, genitori, donne, stranieri, giovani provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati, le politiche intraprese continuano a mostrarsi poco lungimiranti, forse perché non adeguatamente supportate da un’analisi approfondita dei fenomeni su cui si intende intervenire. Indagare le ragioni che portano i giovani a diventare degli outsider rispetto alla stabilità economica, alla stabilità del lavoro, alla possibilità di compiere scelte di vita e alle tutele del welfare, diventa quindi presupposto essenziale per la definizione di misure di intervento che siano davvero efficaci.

Vite rimandate

Negli anni della crisi, tra i giovani italiani è aumentata la percentuale di coloro che si sentono soggettivamente deprivati. Il dover contare sulla famiglia di origine per proteggersi dalla vulnerabilità nel mercato del lavoro, più che una strategia di investimento per migliorare le proprie chances, costituisce una pausa forzata, una sospensione alla messa a punto di strategie di vita personali autonome. Solo con l’accesso a una occupazione stabile che dia un reddito decente è possibile superare le difficoltà nella transizione allo status adulto e risolvere le criticità nei percorsi di vita, restituendo così nuovi gradi di libertà alle giovani generazioni.

Riattivare i giovani per rimettere in moto l’Italia

L’Italia povera di giovani si trova anche con giovani sempre più poveri. Non bastano politiche standard di attivazione, che sono già state messe in campo dagli ultimi governi, per contrastare il fenomeno. Servono altre policy in grado di far sentire il giovane responsabilmente inserito in un percorso di miglioramento della propria condizione. L’obiettivo è quello di (ri)convertire il giovane da spettatore passivo di un presente senza prospettive a soggetto attivo nel progettare la propria vita: in grado di trovare il proprio posto nel mondo, prima ancora che un posto di lavoro.

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