Si allungano i tempi per un accordo sul dossier nucleare iraniano

Di Claudia Castiglioni Mercoledì 03 Dicembre 2014 15:40 Stampa
Si allungano i tempi per un accordo sul dossier nucleare iraniano Foto: European Union

Alla fine di novembre i P5+1 e l’Iran, bloccati in una impasse, hanno deciso di prorogare fino al prossimo marzo i tempi per giungere a un accordo, del quale tanto Washington quanto l’Iran hanno bisogno, gli uni per intervenire sugli equilibri regionali, gli altri per accelerare la revoca delle sanzioni.


I colloqui di Vienna tra i P5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) e l’Iran sul dossier nucleare di Teheran, gli ultimi primi della scadenza del 24 novembre, si sono chiusi con un nuovo nulla di fatto. A un anno dalla firma del Joint Plan of Action, successivamente prorogato al 19 luglio, il governo di Teheran e i suoi interlocutori internazionali sembrano incapaci di sfuggire alla trappola che da mesi continua a frustrare ogni tentativo di risoluzione della disputa nucleare iraniana: nonostante la capacità di ambo le parti di assumere e rispettare impegni limitati e volontari, persiste la difficoltà di trasformare questi impegni in un piano d’azione vincolante di lungo periodo.

Nonostante questo ennesimo passo falso, né Teheran né i P5+1 sono però pronti a rinunciare alla prospettiva di una soluzione di ampio respiro, che consentirebbe all’Iran di vedere ridotta la pressione delle sanzioni internazionali e all’Amministrazione Obama di portare a casa un prezioso successo diplomatico all’indomani della vittoria repubblicana nelle elezioni di mid-term. Da ciò dunque la scelta di una nuova proroga, simile a quella concordata in luglio: le parti hanno fino al 1° marzo prossimo per convergere su un accordo generale, a cui si aggiungono altri quattro mesi per definire gli ultimi dettagli tecnici.

Le questioni sul tavolo non sono cambiate rispetto al novembre scorso: l’obiettivo dei negoziatori internazionali è sempre quello di assicurare che all’Iran occorra non meno di un anno per costruire una bomba, obiettivo raggiungibile attraverso una limitazione delle attività di arricchimento alla soglia del 5%.

Anche gli incentivi sono pressoché invariati. L’Iran del presidente Rohani ha bisogno ora più che mai di una progressiva revoca delle sanzioni che, riducendo l’accesso ai circuiti finanziari e bancari internazionali, negli ultimi anni hanno colpito duramente l’economia del paese; situazione che è stata ulteriormente peggiorata dal recente calo dei prezzi del petrolio a meno di 80 dollari al barile. Dal canto suo Washington e gli altri membri del gruppo dei P5+1 sperano ancora di poter raggiungere un’intesa che giustifichi mesi di sforzi negoziali e di gesti di apertura nei confronti dell’Iran.

Ciò che però è cambiato rispetto all’autunno scorso è il contesto politico sia a Washington che a Teheran. Mentre si avvicinava la data del 24 novembre, negli Stati Uniti i repubblicani riconquistavano la maggioranza nel Congresso americano, e in Iran crescevano gli attacchi del fronte ultraconservatore nei confronti del presidente e della sua squadra. Il deteriorarsi della posizione dei due principali protagonisti della partita, Obama e Rohani, aveva rafforzato nelle ultime settimane l’idea che il verdetto definitivo sulle trattative fosse vicino. Così alla fine non è stato, ma l’estensione decisa a Vienna non cambia il fatto che il tempo rimasto ai due presidenti per raggiungere un accordo accettabile dai propri avversari politici è ormai assai limitato, soprattutto alla luce delle profonde divergenze che permangono tra le parti.

Iran e P5+1 continuano a mostrarsi in disaccordo riguardo al numero di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio di cui l’Iran potrebbe disporre all’indomani dell’intesa, alla durata di un potenziale accordo e alle modalità di revoca delle sanzioni internazionali.

Molti passi sono già stati compiuti dai negoziatori, a partire dall’abbandono da parte americana della tradizionale opposizione a qualsiasi attività di arricchimento e dalla decisione iraniana di congelare il proprio programma nucleare per tutta la durata dei negoziati. Rimane da capire se Washington e gli altri P5+1 da una parte e Teheran dall’altra sapranno superare questi ultimi nodi critici e sfruttare al massimo i potenziali (e cospicui) benefici di un accordo per promuovere, in patria e al tavolo dei negoziati, una soluzione in primo luogo politica che dia prova della volontà di andare oltre il carattere contingente e temporaneo delle misure intraprese finora per gettare le basi di un dialogo che vada oltre il dossier nucleare. Un dialogo di cui l’Iran e il Medio Oriente di oggi hanno sempre più bisogno.

 


Foto: European Union

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