L’incastro della Siria

Di Maria Grazia Enardu Giovedì 28 Giugno 2012 16:30 Stampa
L’incastro della Siria Foto: FreedomHouse

La già difficile situazione siriana è aggravata dal fatto che il paese è un mosaico composito di religioni ed etnie e dalla sua peculiare posizione geografica, incastonata fra paesi con interessi diversi, ai quali si aggiungono quelli della Russia di Putin II.


Per capire cosa accade, e cosa può accadere in Siria, basta guardare la mappa.
La Siria è letteralmente incastonata tra paesi arabi, come Giordania, Iraq, Libano, ognuno fragile a modo suo, e paesi non arabi, come Turchia e Israele. Ha anche un tratto di costa sul Mediterraneo dove però, in pratica, c’è la Russia. Decisa a tutto per conservare l’uso della base navale di Tartous, l’unica che le è rimasta nel Mediterraneo, di valore assoluto per la flotta visto che l’alternativa è infilare gli Stretti verso la Crimea.

Il complesso e delicatissimo mosaico siriano si è retto per decenni su un artificiale equilibrio cementato dagli Assad, un regime che si fonda sugli alawiti,[1] sui sunniti legati all’establishment militare e politico, e anche sui cristiani, spaventati da quel che hanno visto accadere intorno a loro.[2]
Ogni modifica dello status quo è considerata una perdita secca, e la guerra civile non dichiarata, i massacri e il terrore stanno creando una montagna di vendette incrociate che avvelenerà la Siria di domani.

La Siria è, rispetto ad altri Stati, un mosaico assai composito, tra religioni ed etnie.
È, assieme all’Egitto ma in modo diverso, una delle culle di quel fenomeno di fine Ottocento che è possibile chiamare nazionalismo arabo, diretto contro gli ottomani, quindi altri musulmani. La Grande Siria di allora non aveva confini precisi, era solo grande, come idea e come possibile Stato, venne però diviso tra interessi britannici e francesi.[3] Successivamente, la parte amministrata da Parigi venne divisa in due paesi artificiali, Siria e Libano, con diverse riforme amministrative interne, tutte volte a combinare e ricombinare, a vantaggio dei padroni francesi, il puzzle delle minoranze. Il Libano, infatti, nacque per aiutare i cristiani. In Siria, i francesi usarono spregiudicatamente la leva del favorire questa o quella minoranza. Risale proprio a quel periodo il forte ruolo militare conquistato degli alawiti, una minoranza povera e socialmente debole che trovò impiego nell’esercito. Ma i numeri e gli equilibri demografici sono ora molto cambiati: in Siria e nei paesi vicini, e in assenza di una cornice di garanzia democratica, ogni gruppo o minoranza difende quel che ha come può, senza quartiere.

Dopo il caotico abbandono dei francesi,[4] la Siria è passata dalla leggendaria instabilità degli anni del dopoguerra, una girandola di colpi di stato (tre solo nel 1949) alla stabilità garantita, anche a cannonate, dagli Assad, al potere dal 1970, e sul piano internazionale dalla protezione di Mosca, da Chruščёv a Putin.[5]

Se si guardano a uno a uno i vicini, confinanti o meno, della Siria, si capisce bene perché Assad figlio sia ancora al suo posto. Bashar al-Assad è il vertice e il garante, all’inizio era inesperto ma circondato dalla vecchia guardia che guida, controlla, garantisce la struttura. Pur nell’assoluta eterogeneità di questo gruppo di paesi, su una cosa tutti concordano in silenzio: una nuova Siria sarebbe instabile ed esportatrice di ulteriori instabilità, schermo per ingrandire i problemi interni dei vicini, che potrebbero anche sfociare in temute revisioni dei confini, tutti assolutamente artificiali o anche armistiziali.

Cominciamo dalla Turchia, che conduce una politica estera capace di suonare bene le corde del vecchio ottomanesimo. La Siria era il cuore delle sue province arabe, Damasco la sua seconda capitale. Oggi la Turchia ha il più lungo confine con il paese in fiamme e l’economia più integrata, e non sa bene cosa fare: cercare un ruolo attivo, pacificatore, con il prezzo che comporta? Da tempo Ankara ha deciso di abbandonare Assad, ma le difficoltà del presente e i timori legati al passato impongono ai turchi una prudenza estrema.
La tentazione di una politica neo-ottomana è forte, soprattutto quando il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, è uomo che conosce bene la lingua e la cultura araba, come ha dimostrato in varie occasioni. Ma il rilancio di un ruolo attivo nel mondo arabo se da una parte vede la Siria come primo e quasi inevitabile sbocco, dall’altra implica che la Turchia non può dimenticare che la Siria è stata proprio la provincia ottomana più difficile da gestire – e che le cose non sono certo migliorate oggi.

E poi, se la Siria si sfasciasse, anche con semplici no-fly zone che che garantiscano un po’ di sicurezza a chi scappa dai massacri delle città, riemergerebbe l’incubo di un possibile Kurdistan, lo Stato che non nacque dopo la prima guerra mondiale e che oggi includerebbe popolazioni – e petrolio – ritenute proprie da Turchia, Siria, Iraq, Iran. I turchi vorrebbero agire, ma non da soli, e ne hanno tutte le ragioni. Sono il più forte tra tutti i vicini ma anche il più prudente. Per il momento, con discrezione, la Turchia fa da base agli aiuti per i ribelli e ospita anche agenti americani che dirigono le operazioni di rifornimento militare.

L’Iran è invece lo Stato che, pur non avendo confini in comune con la Siria, ne ha fatto l’unico paese arabo amico, se si escludono il ruolo che Teheran esercita in Iraq attraverso la forte componente sciita e i legami con Hezbollah in Libano. Si parla di aiuti e sostegni che provengono da Teheran, ma la gestione della questione siriana rimane comunque complessa per un paese che vedeva negli Assad un elemento di disturbo per i paesi arabi vicini. Un disturbo politico, che richiede quindi un’analisi della situazione in continua, anzi quotidiana, evoluzione: mai dimenticare che per gli sciiti iraniani, gli alawiti, sono praticamente eretici, che tutta la piramide rovesciata che basa il potere sul regime di Assad conviene finché conviene, e non va quindi sostenuta sempre e in quanto tale. Gli iraniani sono molto più pragmatici di quanto comunemente si creda, tengono conto che l’altro grande giocatore è la Russia e semmai non sanno bene a quale pedina affidare il ruolo di disturbatore finora assegnato ad Assad. Inoltre, le decisioni strategiche sono sempre prese dalla guida spirituale Khamenei e dai saggi intorno a lui, mentre ad Ahmadinejad, peraltro molto indebolito da crisi economiche e fratture interne, viene lasciato il palcoscenico e fin troppa visibilità.

La politica di Israele è invece molto semplice. La Siria è l’unico nemico confinante; l’altro ovviamente è l’Iran, che si agita sempre dietro le scene sia di Siria sia di Libano, tramite Hezbollah. Israele crede molto, o così pare, nella solidarietà sciita, argomento a cui gioverebbe invece applicare una certa dose di scetticismo. Gli iraniani, sciiti non arabi, appoggiano l’alawita (cioè sciita eretico) Assad e il libanese (cioè arabo e sciita) Hezbollah, ma non gli sciiti laici del Libano (Amal). Ovvero l’Iran fa politica, non manovra solo sulla base di legami più o meno religiosi, mentre quelli etnici non esistono.
Fino a un paio di anni fa, la Siria era vista da Israele sia come chiave di volta di un fronte “sciita” anti-Israele, sia come nemico pericoloso in sé, in possesso di armi di distruzione di massa. Non tanto la fantomatica atomica, che pure è stata nel 2007 all’origine di un attacco aereo contro quello che si riteneva essere un sito nucleare, ma per la presenza, certa, di armi chimiche e biologiche. Armi pericolosissime, eppure relativamente sicure finché in mano ad Assad o comunque riconducibili a lui. Però ora Israele, oltre alle enormi preoccupazioni per il possibile collasso del regime e la frammentazione del paese, ne ha una nuova: cosa accadrà agli arsenali di armi così pericolose? Chi ci metterà le mani? Da chi saranno rubate o a chi verranno cedute? La risposta è un elenco da far paura, perché in pratica inconoscibile, nel presente e soprattutto nel futuro.

La possibile scomparsa di Assad complicherebbe e, in un’apparente contraddizione, semplificherebbe oltremodo anche l’assetto territoriale. Israele non vuole rinunciare al Golan, che ha anche il vantaggio di un’assai ridotta e relativamente tranquilla popolazione “locale”. Infatti, e da tempo, gli israeliani arrivati dopo il 1967 si considerano assolutamente indigeni e danno per ovvia l’assenza di qualsiasi, anche labile, tentativo di negoziato con Damasco. Un trattato di pace con la Siria è ancora l’ultimo a mancare fra gli accordi con i paesi confinanti, e questo perché esso si sarebbe dovuto portare dietro, quasi automaticamente, un trattato di pace con il Libano. In un meccanismo che per decenni è stato dato per scontato, infatti, la pace con la Siria equivarrebbe alla pace con il Libano, che però potrebbe avere impacci nel sempre più complesso quadro libanese. Questo assai teorico disegno ha però un prezzo preciso, il Golan.
Né la Siria potrebbe mai rinunciarvi senza perdere la faccia: se la pace con l’Egitto aveva visto la restituzione integrale del Sinai, lo stesso dovrebbe accadere fatto anche a nord.
Per anni, dai tempi di Rabin (1992-95), l’idea anche solo di iniziare a pensare concretamente a un negoziato è stata sempre rimandata da Israele, mentre la Siria è stata probabilmente più disponibile, fosse solo per rendersi più presentabile all’Occidente. Ora tutto questo è diventato impossibile, perché Assad non è più nella posizione di negoziare, ma soprattutto perché – comunque finisca – la Siria (sempre sotto il regime di Assad, oppure vagamente democratica) non cederà mai sul Golan. E Israele non può restituire il Golan, non solo perché lo considera prezioso in sé, ma perché questo avrebbe enormi ripercussioni sui negoziati con i palestinesi.

Il risultato è che Israele oggi vede con orrore il progressivo indebolimento del regime di Assad, allibisce di fronte alla possibilità della frammentazione del paese, che genererebbe una pericolosa e contagiosa instabilità, e soprattutto sa che una nuova Siria sarebbe più militante, unita o divisa che sia, e soprattutto più caotica. Una cosa, infatti, garantivano gli Assad: il ferreo controllo della frontiera, di terra e di aria.
Una nuova e diversa Siria può inoltre diventare, di nuovo, il fulcro di un nazionalismo moderno, duttile, capace di sfruttare gli strumenti di comunicazione. L’Egitto e i suoi rivolgimenti, come anche la Tunisia e la Libia, sono lontani, con basi storiche e politiche diverse. Ma una nuova Siria può mandare vibrazioni e sollecitazioni agli arabi oltre confine, dal Libano alla Giordania – in misura inferiore all'Iraq. I palestinesi, tradizionalmente, hanno pochi legami con la Siria, paese dove sono andati in pochi e dove sono sempre stati molto controllati e strumentalizzati, più che in altri stati vicini. Ma se Israele rimane paralizzato lungo la via – da tempo immobile – del processo di pace, anche per i timori legati all’assetto della Siria, i palestinesi che già cercano forme nuove e meno (anzi più) dirompenti di lotta, come la non violenza, ne trarranno capitale politico, in ogni sede, soprattutto quelle internazionali. Nel maggio 2011, nel giorno dedicato alla commemorazione della Naqba (catastrofe) del 1948, centinaia di palestinesi tentarono di superare i confini di Israele dal Libano e dalla Siria, e ci furono morti e feriti. Se la nuova Siria non controllerà meglio i suoi palestinesi, Israele rimpiangerà in ogni possibile modo gli Assad.

L'Iraq, uscito da trent’anni di guerre varie e assestamenti, compresa la consapevolezza di una crescita demografica che ha tolto numeri e non solo potere alla componente sunnita, è forse il paese che è più concentrato sulla ricerca di stabilità in casa propria. Viste da Bagdad, le convulsioni di Damasco sono ancora poca cosa. Qualunque cosa succeda in Siria, dovrebbe turbare poco l’Iraq, che rimane però la via di comunicazione tra Iran e Siria per quanto concerne gli aiuti di vario genere, e sicuramente per il contrabbando e i traffici di ogni specie. A differenza di tutti gli altri paesi vicini, inoltre, da Bagdad non provengono raccomandazioni o suppliche per la cessazione della violenza o la ricerca di un accordo che ammorbidisca il regime. E nemmeno avvisi sui pericoli che la frammentazione può portare all’intera regione. Quello iracheno è una sorta di egoismo che misura tutto sui propri accadimenti.

Il piccolo Libano, che da sempre è legato, formalmente o meno, alla Siria, e che solo da pochi anni ha conquistato – ancora una volta perché la Siria è stata costretta a ridimensionare il suo ruolo visibile – una relativa, fragile, preoccupata tranquillità, vede con terrore quanto accade di là del lungo confine.
A parte lo scontato arrivo di profughi, materia in cui il Libano è ferrato – ma tutto ha un limite –, le ripercussioni interne sono di estrema importanza per il futuro. C’è anche un concreto rischio che la guerra civile passi il confine: nel nord del Libano ci sono stati incidenti tra i sunniti e la piccola comunità alawita, che ha addirittura richiesto l’aiuto di truppe siriane.

La nuova Siria, con o senza Assad, sarà tentata di usare il Libano come leva su questo e quello, ma avrà mezzi minori. Inoltre sta subendo un’interessante evoluzione il suo rapporto con Hezbollah. Movimento che ha in Nasrallah un capo abile e capace di gestire situazioni in modo inusuale, come dimostrò nel 2006 durante e dopo la guerra con Israele. La Siria vanta da tempo legami con gli sciiti del Libano e sicuramente Hezbollah riceve aiuti dalla Siria o attraverso la Siria. Ma gli sciiti del Libano non sono tutti di Hezbollah, c’è anche il laico Amal. E Nasrallah ha dimostrato notevole indipendenza, nel senso che prende aiuti dove può ma non si allinea più di tanto a Siria o Iran: è uno sciita arabo e libanese, non siriano o iraniano, con un preciso disegno di inserirsi politicamente a pieno titolo nella realtà del Libano, non di fare il gioco di altri. E poi, il nucleo dirigente siriano è imperniato sugli alawiti, e quando serve un buon sciita si ricorda che sono mezzi eretici.

Quello che suscita interessa, perlomeno da quel che filtra sulla stampa internazionale o anche mediorientale in inglese, è il silenzio di Hezbollah. Dopo un primo e forse imbarazzato appoggio ad Assad, Hezbollah tace. D’altra parte, chi si presenta alle elezioni in Libano, sia pure in un sistema elettorale confessionale e ingessato all’inverosimile, non può rischiare di essere associato a un regime che ammazza civili. Nasrallah, tempo fa, ha chiesto ad Assad e all’opposizione (intesa in senso generico) di cercare un accordo. È stata un’iniziativa molto pubblicizzata, indirizzata soprattutto alle forze interne, ma da allora tutto tace.

Di una cosa però possiamo essere certi: in Libano sanno tutto, sentono tutto, anche i fuggiaschi, non solo perché hanno una lunga frontiera in comune, ma perché le cruente dinamiche del Libano, dalle varie guerre alla pax siriana, vera e propria occupazione, tra il 1976 e il 2006, rendono questo piccolo paese il vero esperto in materia. Forse, appunto da veri esperti, sanno anche che non c’è una soluzione finché la soluzione non arriva da sola, e a costi enormi.

La Giordania è l’unica monarchia confinante, il regime più tradizionale, sia da un punto di vista politico sia religioso. Paese che ha faglie spesso dimenticate, giordani originali contro ex palestinesi, in varie declinazioni, ma almeno sul fronte religioso ha una maggioranza sunnita indiscussa. Però anche la monarchia hascemita, così abile e attenta, così sostenuta da’l'Occidente, che la considera un pilastro, e pure presentabile, del vecchio ordine mediorientale, teme lo sfacelo della Siria. Già adesso, visto che i profughi arrivano attraversando il lunghissimo confine, ma ancora di più domani. Se la ricerca di una nuova stabilità in Siria durasse anni o addirittura decenni, sarebbe un pericolo strutturale per tutti i vicini, e soprattutto per una monarchia, per definizione meno elastica di ogni repubblica locale.

La Giordania ha comunque un ruolo cui non può sfuggire. A metà maggio, si sono svolte manovre militari in Giordania, di paesi arabi e della NATO. L’Operazione Eager Lion era stata programmata con grande anticipo, tre anni, e il fatto che abbia coinciso con una fase calda della rivolta siriana è stato definito da un esperto americano “una felice coincidenza”.
Hanno partecipato diciannove paesi, tra cui Egitto, Iraq, Giordania, e soprattutto il Qatar. Piccolo stato che da tempo fa da tramite per l’invio di aiuti militari, sanitari ecc. in Siria, aiuti soprattutto americani ma pare anche sauditi, che passano attraverso Giordania e Turchia. Quindi ci sono forze locali, appoggiate dalla NATO o almeno dagli Stati Uniti, che si preparano a intervenire, o meglio si preparano a prepararsi. All’operazione hanno preso parte alcuni paracadutisti italiani, ma soprattutto era curato l’aspetto delle cosiddette “operazioni speciali” – chi vuol intendere intenda.

Uno Stato che ha verso la rivolta siriana un atteggiamento contraddittorio è l'Arabia Saudita. Il regime degli Assad, così laico ma anche con una leadership alawita e filo-iraniana, era ed è molto detestato. Ma il disordine lo è ancora di più e, visto che pare inarrestabile, la speranza dei sauditi è che emerga una leadership sunnita, non amica di Teheran e – ma questa è una speranza più che un’ipotesi – un po’ meno laica. Pare siano sauditi i finanziamenti che permettono consistenti rifornimenti di armi ai ribelli, gestiti in Turchia da agenti americani preoccupati che le armi finiscano nelle mani giuste, non di gruppi in qualche modo filo-Al Qaeda, fenomeno che, almeno finora, in Siria è totalmente allogeno. Ma, in questo pur limitato ruolo filo-rivoluzionario, i sauditi contraddicono se stessi e quello che hanno fatto, cioè troppo, per riportare la stabilità in Bahrein, dove la richiesta di democrazia da parte dei sudditi sciiti di una dinastia sunnita è finita nel sangue e ha visto l’intervento di truppe saudite. A Riyadh temono ogni cambiamento, hanno anche sostenuto fino in fondo Mubarak, e la Siria è il classico incubo senza soluzione.

Tra le organizzazioni internazionali più attive, oltre alle Nazioni Unite, dove tutto è in stallo in sede di Consiglio di Sicurezza a causa del veto russo, c’è ovviamente la Lega Araba, composta da paesi che, in modo diverso ma in qualche modo univoco, hanno avuto o temono manifestazioni, rivolte e primavere varie, e considerano il caso Siria come la cancrena che può avvelenare tutti. Le critiche ad Assad sono praticamente unanimi, perlomeno sul fronte della gestione della crisi, ma su quali azioni intraprendere la Lega, come è normale, sceglie la linea del minimo comun denominatore. Che peraltro ha portato alla sospensione della Siria nel novembre 2011 e alla sua mancata partecipazione – dato che era l’argomento principale – al summit di Baghdad nel marzo 2012. La Lega ha concluso poco, ma in molti paesi arabi gli ambasciatori siriani non sono più benvenuti, e viceversa. Non c’è dubbio che, al momento, il mondo arabo consideri la crisi della Siria tema e pericolo prioritario per il Medio Oriente, più dell’Iran o del quasi dimenticato Israele. Anche situazioni assai delicate come il confronto tra esercito e Fratelli Musulmani in Egitto sono quasi secondarie. La Siria è questione molto più temuta, sia in termini di guerra civile, sia di valanga di profughi e di un futuro totalmente incerto.

Fattori che nessuno è in grado di valutare sono la composizione, la consistenza e la resistenza dell’opposizione. Di quella all’estero, frammentata in componenti varie, si sa qualcosa dopo le riunioni avvenute in Italia e Bulgaria, ma sono appunto fuoriusciti, alcuni da molto tempo o da generazioni, minati da sospetti reciproci o manovre del regime. Logica vuole che alla fine una leadership di opposizione emerga sul terreno, dallo scontro con il regime, anzi dalle diserzioni delle forze armate siriane,[6] ma in un contesto dove non solo le battaglie e i massacri contano, ma ancor di più le componenti interne. Come in un caleidoscopio impazzito, i frammenti multicolori della Siria saranno ricomposti, ammesso che questo termine sia realistico, in una situazione al momento inimmaginabile. Dipenderà non solo da come evolve la situazione, ma da come la popolazione siriana, e le sue varie parti, sopravvivranno agli scontri e alle fughe, sia verso i paesi vicini, sia verso zone interne della Siria dove sia possibile assicurare alla specifica componente una maggioranza etnica o una sicurezza migliore. La mappa etnica della Siria di domani, comunque vada, sarà diversa, più pulita, in un certo senso più crudele, con un fenomeno simile a quanto già visto in Libano e Iraq.

L’opposizione interna non esiste dalla fine degli anni Cinquanta, dalla presa di potere del Partito Ba’th. Da allora è stata ospite e strumento di vari paesi, arabi e non, o oggetto di spietata repressione interna. Non esiste come soggetto politico e nemmeno come confederazione di soggetti politici, non esiste in questo momento e non lo sarà in tempi realistici. In Siria, dove il regime ha per decenni alimentato la giungla dei sospetti reciproci, tra etnie come tra individui, non esiste nemmeno una potenziale società civile, semmai una serie di potenziali società, frammentate su linee etnico-religiose, che dovranno domani trovare un accordo.

L’unico compito della società internazionale è favorire le condizioni in cui questo processo, già difficile di suo, possa svilupparsi, ma francamente si tratta di una speranza minima. Ogni paese vicino, arabo o non, ha interessi che considera prioritari, anche se non sempre riesce a definirli. Sa cosa non vuole (il collasso della Siria) ma non sa cosa esattamente vuole: la ripresa del controllo da parte del regime? Una turbolenza che non esondi? Un miracoloso ritorno al 2010?

Gli occidentali in generale non sanno ben che fare; alcuni credono di saperlo, a cominciare dalla Francia, che tende a spacciare la conoscenza dei tempi passati per esperienza utile. Forse utile a capire quanto è intricato il ginepraio, meno utile a suggerire soluzioni concrete e applicabili – sarà bene che a Parigi ricordino, e con umiltà, che molti dei guasti di oggi risalgono all’epoca semicoloniale del mandato.

La scena internazionale inoltre si complica con l’apparire, anzi il rafforzarsi, di una nuova associazione, gli Amici della Siria. Nata in febbraio, per iniziativa di Sarkozy, non comprende quegli Stati che in sede ONU, o perlomeno di Consiglio di Sicurezza, impediscono l’adozione di una risoluzione cogente contro il regime di Assad – cioè Cina, ma soprattutto la Russia.

È un folto gruppo, già arrivato a circa sessanta paesi, più organizzazioni varie, che prevede di rivedersi a Parigi a inizio luglio. Con Hollande all’Eliseo, cominceranno a chiedersi se gli Amici sono lì solo per fare da contorno ai francesi, se oltre a parlare intendono in qualche modo passare alle vie di fatto, ufficiali o non, e sempre extra ONU. A mettere le mani avanti è stato già Putin, che si è recato a Parigi per incontrare Hollande e parlare di Siria, ovviamente.

L’unica soluzione, per così dire, è il blocco economico imposto al regime di Assad, che ovviamente colpisce la popolazione ma che è in parte annullato da aiuti che provengono da fuori: le frontiere sono assai porose, anzi l’unica a essere veramente sigillata è quella con Israele. Gli aiuti vengono anche dalla Russia, con l’eventuale supporto logistico dell’Iran, tramite l’Iraq o anche la Giordania può arrivare di tutto, come anche dal mare.

Perché alla Siria è toccata la più grande delle sfortune di tutti i fronti della cosiddetta Primavera araba: è diventata il terreno di confronto dello scontro tra Russia e Stati Uniti. Sorte che poteva toccare anche alla Libia, dove i russi avevano l’uso di strutture portuali, ma dove la presidenza Medvedev ha lasciato agire la NATO.

Una linea che è stata corretta adesso da una totale chiusura a qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che risulti davvero costrittiva per il regime di Assad, ovvero che impegni i russi a sospendere gli aiuti. E, infatti, in sede di Consiglio il veto russo è stato assoluto, con o senza la compagnia della Cina, anche se su aspetti considerati secondari (come quello degli osservatori ONU) i russi hanno acconsentito o dovuto accettare deliberazioni in sede diversa da quella del Consiglio.

Putin ha intenzioni precise. Non solo per conservare l’uso del porto di Tartous, ma anche perché la Siria, importantissima in sé per la Russia, è una carta da giocare per dimostrare a tutti, dalla propria opinione pubblica a quella internazionale, che la Russia di Putin II non sarà forse più una superpotenza, né passata né futura, ma intende mantenere, consolidare, e magari allargare il suo ruolo in Asia, tutta l’Asia, dal Medio Oriente all’Asia Centrale. La Russia di Putin si sente assediata politicamente, economicamente, anche militarmente. Si considerino in proposito le bellicose dichiarazioni sul possibile uso delle armi nucleari in caso di gravi crisi. Crisi che può andare da contrasti sull’Iran all’eventuale adesione dell’Ucraina alla NATO.

Tutta la regione è di nuovo oggetto di scontro, politico ed economico, tra Russia e Stati Uniti.
Sull’ideale linea di difesa e contrattacco di Putin la Siria è una fortezza primaria, peccato che l’assenza di collegamenti affidabili la renda di difficile accesso. Anche la via del mare, che sembrava garantita, è entrata in crisi quando una nave carica di elicotteri russi destinati al regime di Assad è rimasta bloccata perché la compagnia di assicurazione ha ritirato la copertura. Un incidente surreale, gli elicotteri prima o poi arriveranno, stavolta su una nave russa, ma la vicenda è anche la prova delle difficoltà pratiche che la Russia incontra nel rifornire l’amico Assad di armi difensive e per onorare contratti già firmati, ha aggiunto un viceministro russo – contratti di cui mai vedremo le fatture pagate: la Siria è in bancarotta.

Nello sforzo di conservare un ruolo centrale in Siria e di impedire il crollo di un regime da molti considerato tra i più laici del Medio Oriente – cosa assolutamente vera, visto che tutto poggia sul culto del potere degli Assad – la Russia di Putin sta manovrando, e in modo spregiudicato, la più inusuale ma anche tradizionale tra le armi, quella della Chiesa ortodossa russa. Linea che si pone in continuità diretta con la politica degli zar, rinsalda legami con le variegate chiese ortodosse della Siria e del Medio Oriente e archivia quasi un secolo di ateismo sovietico. Non sappiamo di quante divisioni ortodosse disponga Putin, ma sicuramente ha arruolato un generale di grande visibilità. Il patriarca Kirill I ha visitato lo scorso novembre la Siria, visita semisegreta ma anche molto valorizzata sui media, e a Mosca è stata inaugurata nella ricostruita enorme cattedrale di Cristo Salvatore una mostra sui cristiani del Medio Oriente.

Lo sforzo del tandem Putin-Kirill crea non poche difficoltà a quei cristiani, di rito latino o comunque con obbedienza a Roma, che a loro volta temono il prevalere degli ortodossi. Nel delicatissimo mosaico siriano, ogni gruppo è minoranza rispetto a qualcuno e se non ha un territorio in cui si sente relativamente al sicuro, come ad esempio la componente curda a nord, considera ogni possibile cambiamento di regime come l’anticamera della propria rovina. Sia di breve termine sia, e con più ragione, del difficilissimo processo di ricomposizione del tessuto siriano del dopo Assad, quando gli strappi prevarranno sulla volontà di cercare strade comuni poggiate su un minimo di fiducia che i massacri, e le accuse incrociate, stanno distruggendo.

Ancora una volta, nel mondo visto dal Cremlino, cattedrali comprese, la partita in Siria è legata ad altre questioni, come i difficili rapporti in Russia tra ortodossi e cattolici, ma la ripresa del lavoro in tandem tra il Cremlino di Putin e il Patriarcato di Kirill dimostra che Chiesa e Stato (impero?) hanno ripreso a lavorare insieme, come ai tempi della guerra di Crimea, e che la lunga parentesi sovietica è ormai definitivamente chiusa.
I cristiani del Medio Oriente, in Siria come in Turchia, in Israele/Palestina (ormai pochi), e anche in Libano sono in maggioranza ortodossi di varie denominazioni. Non tutti abboccheranno alle avances di Kirill, tutt’altro, ma in queste cose si lavora in tempi lunghi, Kirill non ha termini di mandato né elezioni e dopo di lui arriverà un altro con le stesse idee.

I cristiani in Siria sono circa il 10%, in buona parte di varie denominazioni ortodosse, e molto spaventati da una rivolta in cui si sentono il classico vaso di coccio. Prova ne sia che nel nord del paese, e soprattutto ad Aleppo, dove sono più numerosi, non c’è stato il livello di scontro che si è avuto in altre parti.
Temono l’incognita di un regime diverso. Più musulmano, più sunnita, meno laico secondo il canone degli Assad, che si vantavano di guidare uno Stato dove tutte le confessioni erano uguali – purché ugualmente sottomesse al potere politico consolidato. Eppure, proprio perché cristiani, potrebbero nel dopo Assad svolgere un ruolo di garanti nella fase più delicata, quando bisognerà ricostruire l’economia, già povera quando la situazione era più o meno sotto controllo e ora disastrata. Ma l’esperienza di tutti gli altri cristiani dei paesi vicini è identica: i cambiamenti equivalgono alla fuga all’estero o comunque a una vita diversa, a ranghi ridotti in ogni senso.

Mentre la guerra civile (così è ormai ufficialmente definita) continua, e continuerà, i numeri crescono. L’ONU stima ci siano già stati 10.000 morti e 40.000 persone imprigionate, in situazioni di estremo disagio e tortura.
Secondo la Croce Rossa almeno un milione e mezzo di siriani sarebbero in condizioni assai difficili, profughi in casa o oltre frontiera, soprattutto in Turchia, Giordania e Libano.

Corrono voci di piani occidentali per offrire ad Assad un salvacondotto e l’immunità, ma l’uomo più che il capo della Siria è ormai il suo prigioniero, teoricamente vertice ma anche ostaggio di un sistema di potere, in parte alawita, in parte trasversale alle élite e alla struttura economico-militare, che teme di perdere tutto e quindi gioca il tutto per tutto.
Qualunque sarà la sorte di Assad, quella della Siria sarà di difficilissima definizione.
Forse, tra molti anni, quando in qualche modo sarà raggiunto un nuovo, e assai semplificato, equilibrio, l’era degli Assad sarà ricordata come il regime di acciaio che aveva imprigionato e stabilizzato il paese per decenni. La Siria è il più importante laboratorio arabo: se in qualche modo le etnie del paese troveranno un accordo di convivenza civile e democratica, il paese sarà di nuovo, com’è stato per lunga parte della sua millenaria storia, un esempio e un apripista per il mondo arabo. Ma questo è un augurio, più che una previsione.



[1] In Syria, i musulmani non sunniti sono circa il 16% e comprendono alawiti, drusi ecc. Gli alawiti sono una minoranza genericamente definita sciita, ma in realtà di religione composita, di derivazione sciita ma anche sincretica (cristianesimo), e in parte segreta. Sono circa cinque milioni in Siria, mezzo milione in Turchia meridionale e circa 150.000 in Libano. Sono presenti nelle principali città della Siria ma provengono dalla fascia occidentale del paese, la regione di Latakia, dove sono ben radicati. Considerati eretici dalla maggioranza dei sunniti e anche da parecchi sciiti, sono stati tradizionalmente perseguitati sia dai primi in generale, sia dagli ottomani, che li consideravano ribelli. Gli alawiti erano poveri e isolati sulle loro montagne, ed erano considerati ottimi combattenti. I francesi risolsero il problema creando come suddivisione amministrativa uno Stato alawita (1920-36) e arruolandoli nell’esercito. Da quel momento parte divennero parte essenziale delle forze armate siriane, e con gli Assad hanno raggiunto, e quasi monopolizzato, gli alti gradi, soprattutto in corpi di grande importanza. Si veda in proposito M. Kramer, Syria’s Alawis and Shi’ism, in M. Kramer (a cura di), Shiism, Resistance, and Revolution, Westview Press, Boulder 1987, p. 237-54.

[2] La popolazione cristiana del Medio Oriente è drasticamente calata, soprattutto in paesi come l’Iraq, e in Israele/Palestina. Tra le ragioni non c’è solo il disagio di situazioni politiche difficili ma la maggiore facilità, culturale, con cui i cristiani possono integrarsi all’estero, soprattutto negli Stati Uniti ma anche in Europa.

[3] Con gli accordi Sykes-Picot, tra inglesi e francesi, del maggio 1916. Agli inglesi andò la parte che poi sarebbe stata scomposta in Iraq, Palestina e Transgiordania, mentre i francesi ripartirono la loro area in Siria e Libano, ulteriormente suddivisi in distretti, in vari tentativi di riaccorpamento, nello sforzo di creare unità etnicamente omogenee, che fosse possibile controllare meglio e governare sfruttando le già profonde divisioni del paese. Si veda D. K. Fieldhouse, Western Imperialism in the Middle East 1914-1958, Oxford University Press, Oxford 2006.

[4] I francesi, che pure a partire dal 1936 avevano più volte promesso l’indipendenza alla Siria, lasciarono il paese nel maggio 1945, durante una rivolta siriana contro il governo di de Gaulle, e solo perché gli inglesi, spaventati da un eventuale contagio a tutto il Medio Oriente, imposero ai francesi un duro ultimatum.

[5] Patrick Seale ha pubblicato diversi volumi sulla Siria, tra cui: P. Seale, M. McConville, Asad: The Struggle for the Middle East, University of California Press, Berkeley 1989.

[6] Il Free Syrian Army, con base in Turchia, è composto da disertori dell’esercito siriano.

 


Foto: FreedomHouse

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