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Climate change: USA e Cina sorpassano l’Europa

Stati Uniti e Cina hanno sottoscritto, nel corso del summit dell’APEC tenutosi la scorsa settimana a Pechino, un accordo che impegna le due potenze a ridurre le emissioni di gas serra entro il 2025 (il 2030 per la Repubblica Popolare). Se l’intesa costituisce, pur con i suoi limiti, un’opportunità per la lotta al cambiamento climatico, essa sottolinea la perdita di egemonia dell’UE in questo campo cruciale.

Riunificazione tedesca e ideologia italiana

In nessun altro paese dell’Europa occidentale la caduta del muro di Berlino ha avuto ripercussioni radicali sul sistema politico come in
Italia. Ciò non ha causato però, come sostenuto da alcuni, la morte delle ideologie, quanto, piuttosto, l’avvio di un processo di permanente metamorfosi ideologica, in cui a determinati elementi di continuità si è affiancato il venir meno di alcuni grandi riferimenti
che sono stati una costante della storia unitaria italiana e che, nonostante quest’azione di rimozione, seguitano a rappresentare i nodi
critici del futuro del paese.

La Germania, leader suo malgrado

Venticinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, evento che aveva creato in molti l’illusione che si fosse all’inizio di un’epoca di
pace perpetua, la crisi di Crimea ha svelato bruscamente l’inganno in cui l’Europa si era cullata, ovvero che nel Vecchio continente dialogo e compromesso avessero preso il posto, una volta per tutte, della politica di potenza. La minaccia della Russia di Putin all’ordine geopolitico post sovietico ha fatto invece riemergere lo spettro di una nuova guerra fredda e ha messo la Germania, indiscusso leader economico dell’Europa, di fronte alla necessità di prendere atto della sua posizione egemone, assumendosi la responsabilità di esercitare con lungimiranza il ruolo di potenza guida. Ma esiste il fondato dubbio che la Germania si riveli un “egemone riluttante”.

L'impatto della caduta del muro sull'integrazione europea

La caduta del muro di Berlino accelerò il processo di rilancio del progetto di integrazione europea, in corso sin dalla metà degli anni Ottanta, e per diversi aspetti vi impresse anche una nuova direzione, mutando gli equilibri sui quali la costruzione europea si era fondata per oltre quarant’anni. La fine della guerra fredda riportava infatti in Europa una Germania riunificata, libera dai condizionamenti del passato e, dunque, più forte, che andava “imbrigliata” in una struttura comunitaria più robusta per disinnescarne gli eventuali pericoli. Ma le aspettative ottimistiche che caratterizzarono gli anni Novanta, l’idea che l’UE allargata ai paesi dell’Est potesse giocare un ruolo da protagonista, non solo in economia ma anche sulla scena politica internazionale, andarono deluse. Il meccanismo messo in moto dalla fine della guerra fredda avrebbe scardinato anche su scala globale i vecchi equilibri di potere e per quanto riguarda l’Europa avrebbe riproposto, in forme radicalmente nuove, la questione tedesca.

Dal bipolarismo al multipolarismo asimmetrico

Se la caduta del muro di Berlino e il successivo disfacimento del sistema di blocchi contrapposti hanno alimentato le aspettative di quanti auspicavano una gestione multilaterale e consensuale almeno dei temi di rilevanza globale, il ruolo dominante giocato dagli Stati Uniti, soprattutto dopo la scomparsa dell’URSS, poteva far prevedere l’emergere di tentazioni “unipolariste” da parte di Washington. Nel percorso verso un difficile multipolarismo si sono inserite poi le variabili costituite da un’Europa incapace di farsi attore credibile e coeso sulla scena internazionale, dalle potenze cosiddette emergenti poco disposte a essere semplicemente assorbite nel sistema di regole globali definite dall’Occidente e da una ONU sostanzialmente inefficace. L’11 settembre e la crisi economica del 2008 hanno ulteriormente spostato l’asse del multipolarismo, dimostrando che la capacità di influenza e di interferenza degli Stati Uniti – nel campo della sicurezza, in quello economico e persino in quello culturale – rimane tuttora ineguagliata.

Europa e riconoscimento dello Stato palestinese. Continuità o rivoluzione?

Il recente riconoscimento dello Stato palestinese da parte di alcuni paesi europei non va interpretato tanto come un netto cambiamento di rotta da parte delle diplomazie europee, quanto come un’indicazione della volontà di rimettere la questione ai primi posti dell’agenda internazionale dell’UE.

Stato palestinese: l’importanza politica dei simboli

Il nuovo governo svedese ha deciso di riconoscere lo Stato palestinese. E il Parlamento britannico ha chiesto al governo Cameron di fare altrettanto. Si tratta di gesti per lo più simbolici che devono essere seguiti da un maggiore impegno da parte della comunità internazionale e soprattutto dell’Unione europea.

Il Brasile non improvvisa il suo futuro

Il 26 ottobre i brasiliani torneranno alle urne per scegliere chi li governerà per i prossimi quattro anni. L’alternativa è tra la presidente uscente Dilma Roussef e il candidato del PSDB Aécio Neves. Su quest’ultimo, che pure gode dell’appoggio dell’esclusa Marina Silva, pesano alcuni elementi, soprattutto la mancanza di una maggioranza parlamentare a favore.

Pechino e il rischio del contagio democratico di Hong Kong

Le proteste pacifiche di migliaia di cittadini di Hong Kong contro il tentativo del governo di Pechino di porre ulteriori vincoli alle già limitate libertà dell’isola – che gode però di privilegi impensabili nel resto della Repubblica Popolare – sono il segno dell’emergere di nuovi insopprimibili bisogni che non si limitano al mero consumismo. La prospettiva di un contagio da Hong Kong al resto della Cina è però un rischio che Pechino non può correre.

L’allarme scozzese

I cittadini scozzesi hanno preferito il Regno Unito alle incognite dell’indipendenza, ma il referendum ha fatto suonare un importante campanello di allarme che non deve essere sottovalutato: in Scozia, come in altre parti dell’Europa, quello che sta emergendo non è il solito vecchio nazionalismo e la sinistra deve giocare d’anticipo per farvi fronte.

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