Nei confronti della popolazione rom perdurano molti pregiudizi, che condizionano anche gran parte delle politiche pubbliche messe in atto nei loro confronti. Il Piano nomadi, ad esempio, inaugurato il 31 luglio 2009, prevede lo sgombero dei campi nomadi spontanei e tollerati e lo spostamento delle persone che vi abitavano in quelli autorizzati, veri e propri lager che in qualche modo formalizzano la ghettizzazione dei rom e gli effetti perversi a essa collegati. Un processo di integrazione realistico dovrà invece, preliminarmente, considerare i rom come persone con una dignità , delle aspirazioni e capacità di dialogo pari a quelle di tutti gli altri esseri umani, e incardinarsi su tre assi: il lavoro, l’alloggio, la scuola.
La capitale sta compiendo molti sforzi per sprovincializzarsi e divenire il più possibile multietnica. Sono infatti diverse le iniziative legate alle istituzioni e al volontariato volte a preservare e diffondere le culture e le tradizioni degli immigrati e fornire loro il supporto di cui hanno bisogno. Tuttavia, Roma non può definirsi solidale, visti i numerosi episodi di intolleranza e razzismo degli ultimi anni e la difficoltà che gli immigrati riscontrano nell’inserirsi nel tessuto urbano. Bisognerebbe abbandonare la logica di emergenza e intervenire con strategie di lunga durata, ricorrendo a professionisti competenti e ben coordinati e in grado di garantire un’assistenza sicura e continuativa.
La crisi economica ha provocato l’emergere di tentazioni nazionalistiche in alcuni paesi europei, preoccupati per la forte presenza di stranieri sul loro territorio. La sfida è comprendere che gli immigrati non sono solo manodopera a buon mercato. Sono anche, ai tempi della globalizzazione, un valore, se non addirittura uno strumento su cui fare leva per modernizzare l’Italia. In questo senso, più di altri paesi europei, la Germania ha capito che lo Stato è ormai un progetto politico, più che etnico o religioso.
I diritti degli stranieri, proclamati solennemente dal diritto internazionale e dalle Costituzioni, sono oggi quotidianamente violati. Ciò vale ancor più per l’ordinamento italiano, connotato dalla limitazione dei diritti e delle garanzie e dal ricorso, anche simbolico, alla sanzione penale, in particolare a partire dalla legge 189/02, la cosiddetta Bossi-Fini.
Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia è un’occasione per pensare a cosa siamo non solo per le contingenze politiche degli ultimi anni che, con l’affermarsi dei movimenti secessionisti e federalisti, hanno reso evidente il superamento del ciclo storico in cui è iscritto il nostro Risorgimento, ma per questioni più profonde su cui vale la pena riflettere.
La mancanza di efficaci politiche di integrazione culturale e la retorica xenofoba del discorso pubblico alimentano reazioni antagoniste nei giovani immigrati di seconda generazione, ostacolando la coesione sociale. Solo inclusione e cittadinizzazione possono evitare che simili sentimenti collettivi sfocino in conflittualitĂ aperta.
Per vincere la sfida dell’integrazione, l’Italia deve superare i modelli tradizionali dell’assimilazionismo e del multiculturalismo comunitario, in favore di politiche di inclusione sociale e mediazione culturale. L’esperienza di altri paesi insegna che non c’è integrazione senza reciprocità e che per sviluppare un modello di integrazione inedito si deve partire dal presupposto che i giovani di seconda generazione vivono una doppia appartenenza culturale e che dunque il rispetto dell’altro e la disponibilità alla condivisione sono condizioni essenziali.
Giovedì 29 settembre Italianieuropei, l'Associazione Genemaghrebina e il Centro Studi Americani organizzano l'incontro "Giovani musulmani in Italia: un’integrazione possibile?". Alla tavola rotonda conclusiva interverranno Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Gianfranco Fini, Federico Ghizzoni, Giorgia Meloni, Maurizio Sacconi.
Si potrebbe partire da Garibaldi, come di prammatica. Per gettare luce sul presente, scrutare le mille facce di quell’eroica spedizione, in bilico tra messaggi di libertà e rivolte contadine soffocate nel sangue, tra slancio unitario e dono di terre colonizzate a un re sabaudo. O fare un salto di un altro centinaio d’anni, per interrogarsi su una spedizione un po’ più vicina, che nel 1972 fece scendere a Reggio Calabria i lavoratori di tutta Italia, a gridare «Nord, Sud, uniti nella lotta».