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Turchia: la democrazia in un pacchetto

Di Ekrem Eddy Güzeldere Martedì 08 Ottobre 2013 16:54 Stampa
Turchia: la democrazia in un pacchetto Foto: Mandymoran27

Lo scorso 30 settembre il primo ministro turco Erdogan ha presentato un pacchetto di riforme – a lungo atteso – volte a rafforzare la democrazia. Certo esso non renderà il paese meno democratico, eppure il metodo adottato dal governo è tale che ci vorranno decenni affinché la Turchia si trasformi in uno Stato pienamente democratico.


Perché un paese formalmente democratico, ufficialmente candidato a entrare a far parte dell’Unione europea, nel quale si tengono regolari elezioni con un sistema multipartitico ha bisogno di un “pacchetto di riforme per la democrazia”? Probabilmente perché non è poi così democratico e ha ancora bisogno di inseguire i moderni standard di democraticità. Almeno per quel che concerne la Turchia, la situazione è questa. La Costituzione turca è molto lontana dall’essere in accordo con questi standard. Questa è l’eredità più pesante del colpo di Stato militare del 1982, commissionato due anni prima dai generali. Più importanti delle libertà erano allora i limiti a queste stesse libertà. La Costituzione era l’espressione del nazionalismo turco e di una forzata omogeneità.

Prima dell’arrivo al potere dell’AKP nel 2002, singoli articoli della Costituzione erano stati emendati e riformati già diverse volte. Nella sua prima legislatura, l’AKP continuò con questa strategia, modificando singoli articoli. Fu dopo la seconda vittoria elettorale nel 2007, che il Partito Giustizia e Sviluppo decise di cambiare approccio per aggirare il più ampio problema della democrazia turca. L’AKP decise quindi di commissionare al professore di diritto costituzionale Ergun Özbudun e a una squadra di esperti una Costituzione del tutto nuova. Cosa che essi fecero già nel 2007. Essa avrebbe dovuto affrontare temi sensibili quali la cittadinanza, la lingua, il sistema di istruzione, la decentralizzazione e così via. Il piano era quello di discutere la bozza in Parlamento all’inizio del 2008 e approvarla entro la primavera dello stesso anno. Le cose andarono diversamente. Una lotta per il potere fra le Forze Armate turche e il partito di governo paralizzarono il sistema politico almeno per i successivi due anni rendendo impossibile compiere importanti passi avanti.

Tuttavia, quando l’AKP vinse la sua lotta per il potere, il partito decise di non riprendere in mano la nuova Costituzione, optando invece per un pacchetto di ventisei articoli, che furono adottati dal Parlamento nel maggio 2010 e successivamente approvati da un referendum nel settembre dello stesso anno. Dopo la nuova vittoria elettorale del 2011, si aprì un nuovo dibattito sulla proposta di una nuova Costituzione, ma i lavori della Commissione parlamentare preposta si sono conclusi con un nulla di fatto la scorsa estate. È dunque prevalsa di nuovo l’idea di un pacchetto di riforme al fine di dimostrare la buona volontà del governo, offrire qualcosa prima della nuova maratona elettorale (il prossimo anno si terranno sia le elezioni amministrative che quelle presidenziali) e presentare anche all’Unione europea qualcosa di positivo prima del prossimo Progress Report della Commissione europea.

Ciò che ne è seguito è stato un processo lungo e non molto trasparente che ha avuto luogo nel corso dell’estate. Alcuni analisti hanno calcolato che il governo ha comunicato l’imminenza del “pacchetto democrazia” per ben ventisette volte. Finalmente lunedì 30 settembre, alle 11 del mattino, il primo ministro Erdogan ha annunciato le riforme con un discorso lungo un’ora, in gran parte dedicato a questioni di carattere storico e ai successi del governo dell’AKP. Il pacchetto è in sé veramente modesto. Offre qualcosa ai cittadini conservatori osservanti, qualcosa ai curdi, molto poco ai non musulmani e, a parte qualche intervento “cosmetico”, nulla alla più ampia minoranza religiosa, gli aleviti.

Insomma, questo complesso di riforme lascia l’amaro in bocca, in quanto sembra essere soprattutto un investimento in previsione delle elezioni amministrative del marzo 2014. L’asso vincente per il nocciolo duro dei sostenitori dell’AKP, gli elettori musulmani conservatori in Anatolia e nelle grandi città (sia tuchi che curdi), è che anche le donne che indossano il velo potranno accedere ai posti di lavoro nella pubblica amministrazione, con le – strane – eccezioni della polizia, delle forze armate e della magistratura (giudici, pubblici ministeri), perché in questi casi il velo «non sarebbe compatibile con un’uniforme». Non esistono in verità fondamenti legali per queste eccezioni: esse sono state incluse per non destare l’opposizione dell’Esercito.

Per il più grande gruppo etnico non turco, i curdi, il pacchetto è deludente perché le due questioni più importanti non sono state toccate. Non è stata apportata alcuna modifica alla legge antiterrore, in base alla quale oltre un migliaio di attivisti e politici curdi sono tenuti in detenzione per presunta “propaganda a favore di un’organizzazione illegale”. E la richiesta più pressante da parte del movimento curdo, ovvero la possibilità di insegnare in lingua madre nelle scuole, è stata concessa solo per gli istituti scolastici privati, il che, considerando la situazione socioeconomica della gran parte delle province curde, non determinerà un fenomeno di massa.

Un risultato positivo è che le lettere Q, W e X, che non esistono nell’alfabeto turco, ma fanno parte di quello curdo, saranno legalizzate e, dunque, gli assurdi processi intentati contro il loro uso si estingueranno.

Per i cristiani il pacchetto prevede misure persino minori. La principale richiesta, relativa alla riapertura della Scuola teologica ortodossa a Heybeli (Halki) nelle Isole de Principi, è stata disattesa. La scuola, fondata nel 1844, è chiusa ormai dal 1971. A sentire le dichiarazioni dei ministri dopo la presentazione del pacchetto, il governo turco è in attesa di un atto equivalente da parte dei greci, come la riapertura della moschea di Atene. Ancora una volta i cittadini turchi di fede ortodossa sono vittime della reciprocità.

Una soprendente mossa, sebbene confusa, riguarda la comunità siriana. Uno dei più antichi monasteri siriani, Mor Gabriel, è stato accusato dai villaggi vicini di occupare illegalmente i loro terreni. Sebbene documenti ufficiali provino che il monastero ne sia proprietario e che abbia pagato le relative tasse sin dal 1935, i giudici avevano accettato il reclamo e il caso era ancora in attesa di giudizio. Erdogan ha ora deciso che la proprietà sarà restituita al monastero, che in ogni caso ne era già proprietario. Nessuno sa, tuttavia, cosa accadrà esattamente con il caso in giudizio. Una vera decisione “alla turca”!

La più grande minoranza religiosa, gli aleviti, non hanno ottenuto niente se non qualche intervento superficiale. Il nome dell’Università Nevsehir in Cappadocia prenderà il nome di Haci Bektas Veli, un mistico Alevita del Tredicesimo secolo. Nulla di sostanziale, insomma, come sarebbe stato, ad esempio, accettare le cemevi (gli spazi adibiti alle cerimonie religiose) quali luoghi di culto invece che semplici strutture culturali.

Una delle questioni più discusse era quella dell’abolizione del giuramento nelle scuole elementari: agli scolari è richiesto ogni mattina di proclamare “Sono un turco, onesto e operoso” e “la mia esistenza sarà dedicata all’esistenza turca”. Si tratta di una decisione largamente attesa che servirà a normalizzare la Turchia, ma che giunge con un forte ritardo.

Reazioni diverse ha ricevuto l’annuncio che l’istigazione all’odio sarà punito con maggiore severità. Si trattava di una richiesta avanzata da molte organizzazioni della società civile e costituisce una riforma essenziale per la Turchia. Tuttavia, il timore adesso è che a essere punite saranno soprattutto le critiche contro la religione e i devoti musulmani, mentre minore attenzione avranno i crimini di istigazione all’odio rivolti contro i cristiani, i rom o gli ebrei.

Il primo ministro Erdogan ha anche annunciato che presto si aprirà un dibattito sul sistema elettorale. Attualmente la legge turca prevede una soglia di sbarramento del 10%, la più alta del mondo. L’annuncio è da accogliere positivamente, ma non significa che la soglia verrà abbassata, né che ne risulterà un sistema più aperto che permetterà l’affermarsi dei partiti più piccoli. Infatti, una delle opzioni in discussione è l’introduzione del sistema maggioritario che favorirebbe ancora di più i grandi maggiori.

Nonostante quanto detto, la stampa vicina all’AKP ha salutato il pacchetto democrazia con entusiasmo. I titoli dei quotidiani suonavano così: “La rivoluzione di Erdogan”, “Una nuova era”, “Alti standard per la democrazia”, “20 passi per la nuova Turchia” o “Benvenuta libertà”. Per i gruppi filogovernativi, questo potrebbe anche essere la via giusta. Per i curdi, gli aleviti e i cristiani però questo significa aspettare le prossime elezioni nazionali, che si terranno nel 2015, per vedere riconosciuti, forse, i loro diritti legittimi in nuovi pacchetti di riforme. O forse in una nuova Costituzione.

 

 


Foto: Mandymoran27

 

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