Cronache latinoamericane

Jospin, la vittima francese della Terza via

Da quando, nel dicembre 2014, è diventato membro del Conseil Constitutionnel, l’organismo che vigila sulla costituzionalità delle leggi della République, Lionel Jospin ha definitivamente acquisito il ruolo del “vecchio saggio”. Per l’ex leader socialista, oggi ottantenne, si tratta in effetti del coronamento di una vita di passione e impegno, un riconoscimento che, a distanza di oltre un decennio, mitiga senza annullare la delusione ancora viva per la clamorosa sconfitta alle elezioni presidenziali del 2002.

Corbyn, il vecchio socialista che ha rivitalizzato il Labour

Come è possibile che un sessantottenne, sindacalista, parlamentare di lunghissimo corso ma che non ha mai ricoperto ruoli di spicco nel governo e nel Partito Laburista, attivista di tutte le cause perse degli anni Sessanta, sia riuscito a diventare leader della sinistra inglese e un fenomeno pop in grado di scatenare tra i giovani britannici un entusiasmo riservato solitamente alle rockstar? Il successo di Jeremy Corbyn è da un lato l’esito di un intreccio di eventi rocamboleschi, dall’altro il frutto del suo modo di fare politica e della forza dell’idea che rappresenta: un programma elettorale apertamente socialista in grado di ottenere un consenso eccezionale perfino nel Regno Unito.

Se sei mesi vi sembran pochi

Sarebbe tecnicamente possibile, anche se un po’ demodé, ricorrere alle parole di Gramsci: «Il vecchio che non muore e il nuovo che non nasce. In questo interregno si verificano i fenomeni più morbosi». Il fenomeno, “morboso” appunto, è l’intreccio, detta sempre in modo un po’ demodé, tra crisi del PD e crisi del sistema politico, in questo nuovo capitolo dell’infinita transizione italiana iniziato il 4 dicembre.

La Germania si prepara alle elezioni parlamentari

Alle prese con i profondi cambiamenti che caratterizzano l’evoluzione della sua situazione politica e sociale – primi tra tutti la crisi dei partiti, la crescente presenza di sacche di disagio e l’incidenza dei processi di modernizzazione – e con il deterioramento del contesto internazionale sia europeo che extraeuropeo, la Germania si avvicina alla scadenza elettorale del prossimo settembre con incertezze e dubbi. E con una leadership progressista, quella di Martin Schulz, che sperimenta l’alternarsi di fasi di grande crescita a momenti di difficoltà.

Dopo il califfato. Il Medio Oriente e la teoria del vero nemico

Con la conclusione dell’esperienza statuale dell’ISIS si delineano per il Medio Oriente scenari geopolitici imprevedibili. Molto dipenderà da quanto faranno i due schieramenti anti-jihadisti in campo, capeggiati rispettivamente da Stati Uniti e Russia, i quali, caduto l’alibi rappresentato dal califfato, dovranno ora confrontarsi con il “vero nemico”: più che gli jihadisti, considerati un elemento transitorio della scena, alcuni dei membri dell’altra coalizione anti-ISIS. Si riaprono quindi i grandi giochi per ridefinire i futuri assetti mediorientali e i nuovi rapporti di forza tra i veri protagonisti della lotta per l’egemonia politica e religiosa nella regione.

Gramsci, l’attualità di un intellettuale rivoluzionario

Nel percorso compiuto da Antonio Gramsci nella sua densa e travagliata esperienza di intellettuale militante, continuità e discontinuità si giustappongono e si sovrappongono. Se esiste una discontinuità oggettiva, data dai cambiamenti della situazione storica e personale, lo sforzo che egli compie è quello di tenere ferma la barra nel mutare degli eventi, adeguando costantemente la teoria alla situazione concreta. Questa barra si chiama rivoluzione. Sia che si tratti del Gramsci militante socialista degli anni Dieci, del Gramsci dirigente comunista degli anni Venti o del Gramsci pensatore ristretto in carcere tra la fine degli anni Venti e la prima metà dei Trenta, egli è e rimane un rivoluzionario. E sono precisamente la teoria della rivoluzione e la sua fede solida in essa i punti fermi che affida a noi uomini e donne del presente.

L’affanno di politica e democrazia

In quasi tutto l’Occidente politica e democrazia attraversano una fase di grande crisi, che si alimenta delle difficoltà che entrambe vivono e delle loro influenze reciproche. Le cause di questo fenomeno risalgono indietro nei decenni e sono frutto, per l’Italia come per gli altri paesi del Vecchio continente, dell’intrecciarsi di sviluppi nazionali e di ben note dinamiche globali. Di fronte a una situazione così compromessa e pericolosa, di cui rischiano di approfittare i movimenti populisti e sovranisti, diviene quindi essenziale trovare la chiave per risalire la china e restituire dignità alla politica e senso alla democrazia. Anche perché fuori da esse non c’è progresso ma conflitto e ulteriori diseguaglianze.

Sulle origini della crisi della sinistra

Dopo aver subito gli effetti della rivincita della destra, che a partire dagli anni Ottanta del Novecento ha saputo imporre un paradigma economico incentrato sul rilancio del mercato, sul valore etico del profitto, sull’individualismo e sulla contestazione dell’assistenzialismo, la sinistra deve ora recuperare identità e valori smarriti e riacquistare la propria autonomia culturale e politica. Non è un caso che a sinistra sia in atto un processo di riorganizzazione e riflessione sui fondamentali. In Italia, in particolare, essa andrà ricostruita dalle basi, con pazienza e determinazione, riscoprendo quanto di buono deriva dal passato ma tenendo presenti le esigenze che la nuova realtà economica e sociale pone in evidenza, a partire dal drammatico aumento delle diseguaglianze e dalla cronica mancanza di lavoro.

Come gocce di veleno

Sembrano storielle innocue, battute ben riuscite ma prive di conseguenze. Che male c’è a ridere un po’ del potere? Invece sono piccole, continue gocce di veleno, e il sedimento che lasciano in giro arriva a intaccare il terreno stesso della democrazia. Ad animare la produzione delle bufale in rete non è il talento burlone di qualche individuo, ma un potente motore economico – perché i click, si noti bene, generano ricchezza – e una forte motivazione politica: sfigurare l’avversario, distruggerne la credibilità, alimentare nei suoi confronti tutto l’odio possibile. Perché le fake news possano attecchire sono però necessari altri due ingredienti: la fragilità culturale e la rabbia sociale. Cosa fare, allora? Se questo è il quadro, misure di contrasto immediate e dirette non ce ne sono. Bisogna disporsi a un lavoro paziente, capace di essere profondo quanto lo sono il ritardo culturale e l’esasperazione.

Realtà parallele

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà, che è esistita e continua a esistere, sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali – la filosofia, la filologia e la storiografia – in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affiancare l’esperienza e il senso comune. Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scarsa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

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