Un nuovo spettro si aggira sotto i cieli della nostra fragile e sospesa democrazia italiana: il “purismo democratico”. Puristi democratici sono quanti, utilizzando gli strumenti che l’universo della rappresentanza politica mette a disposizione, li curvano in senso al contempo iper e antidemocratico. Producendo, di fatto, una caricatura della democrazia più che un suo rafforzamento.
La vittoria di François Hollande in Francia, accompagnata dai buoni risultati delle forze della sinistra progressista in altri paesi del continente, apre una nuova fase per l’Unione europea, in particolare per la sua politica economica.
Durante la campagna per le elezioni presidenziali che sta per concludersi i francesi più volte sono stati messi a confronto con gli interrogativi relativi al posto della Francia nel mondo nell’immediato e nel più lontano futuro. È forse giunto il tempo, per i francesi ma non solo per loro, di darsi un nuovo progetto strategico nazionale.
All’indomani del voto al primo turno delle presidenziali francesi, appare chiaro a tutti che per la vittoria finale la somma dei voti ottenuti dai vari candidati non è un dato particolarmente decisivo. La vera sfida comincia adesso.
La campagna per il primo turno delle elezioni presidenziali francesi è stata una battaglia di idee, numeri, bilanci, ma anche un confronto fra personalità diverse e retoriche differenti. Uno scontro combattuto sul filo delle parole che influenzerà i prossimi cinque anni.
Nei suoi cinque anni all’Eliseo, Sarkozy è riuscito a imprimere grande visibilità, attivismo e pragmatismo alla politica estera francese. Spesso, tuttavia, il risultato delle sue azioni è stato penalizzato dal suo personalismo, dal suo opportunismo e dalla scarsa attenzione per gli interessi dei partner europei.
La vittoria di Mitt Romney nell’atteso appuntamento del Super Tuesday probabilmente è sufficiente ad avvicinarlo ancor di più alla nomination alla Convention del partito repubblicano, non è però stata completa e non placherà le manifestazioni di disagio interne al partito. Le primarie di ieri hanno soprattutto messo in luce i limiti dei diversi candidati, le debolezze del partito e la dispersione del voto repubblicano.
La Grecia è stretta in una morsa tra le pressioni della troika e le proteste di un’opinione pubblica provata dai profondi tagli imposti dal governo. Il tempo stringe per salvare il paese dalla bancarotta e Atene e Berlino sembrano impegnate in un gioco di resistenza il cui esito e le cui conseguenze sono difficili da prevedere.
All’inizio dello scorso anno l’anelito verso la dignità e la giustizia sociale aveva fatto riversare centinaia di migliaia di egiziani per le strade. Oggi l’Egitto ha un Parlamento democraticamente eletto, ma è lecito chiedersi se gli obiettivi della rivoluzione siano stati effettivamente raggiunti. Le elezioni hanno realmente sancito la fine del regime e la fine della rivoluzione?
Al desiderio di partecipazione condiviso attraverso il passaparola digitale che ha caratterizzato in questi ultimi mesi le piazze d’Italia e del mondo, non ha saputo ancora dare risposta una politica che appare di colpo invecchiata, spaventata, arroccata nella difesa di se stessa. È tempo che la politica riprenda in mano le sue sorti e quelle del paese, con i fatti e non con parole vuole.