Il persistere di forti stereotipi di genere e la bassa condivisione dei carichi domestici rendono difficile per le donne la conciliazione di famiglia e lavoro. Si parla di donne acrobate, equilibriste o super donne, tuttavia senza una migliore gestione dei tempi di vita e servizi di cura adeguati si giungerà a una crisi strutturale causata dall’insostenibilità dell’impegno richiesto all’universo femminile.
La sfasatura fra il tempo biologico, quello del lavoro e quello della cura familiare si ripercuote soprattutto sulle donne, giovani e meno giovani, con importanti conseguenze sugli equilibri familiari. Tenuto conto della costante contrazione dei servizi pubblici e del prolungamento dell’età pensionabile, sono quanto mai necessarie politiche di conciliazione e nuove forme di solidarietà sociale.
Con l’avvio della discussione sulle misure per rivitalizzare il mercato del lavoro e promuovere l’occupazione tra i giovani è di nuovo di attualità un tema che periodicamente ricorre nei discorsi dei media e dei politici: quello del persistente ritardo con cui i giovani italiani si affacciano alla vita adulta rispetto ai coetanei di altri paesi industrializzati. L’argomento, di questi tempi, è incentrato sull’ingresso nel mondo del lavoro e sull’uscita dalla formazione scolastica, ma in realtà il fenomeno è più ampio e riguarda anche alcuni eventi familiari che sono collegati all’avvio delle carriere sociali: l’uscita dalla famiglia dei genitori, la formazione di una coppia stabile, la messa al mondo del primo figlio.
Per quanto si tratti di una dimensione della vita quotidiana sempre meno nettamente distinguibile da quella dell’impegno lavorativo, è evidente come anche il “tempo libero” costituisca una “risorsa”. Risorsa che, come tutte le altre, continua a essere non equamente distribuita. Proprio a causa della contrazione dei tempi e di una organizzazione quotidiana spesso vincolata a una cronemica stringente, sono sempre di più le persone che preferiscono “consumare” il tempo libero a disposizione – in attività, ad esempio, poco impegnative – piuttosto che “investirlo” in attività anche più gratificanti a medio-lungo termine, ma certamente più impegnative.
A partire dalla Rivoluzione industriale il concetto di lavoro è cambiato, lentamente e inesorabilmente; oggi, con la facilità di reperimento fornita da cellulari e computer, il tempo del lavoro si è dilatato tanto da non essere più distinguibile, e quindi nemmeno tutelabile e tutelante. Lavorare è sì una necessità, ma deve diventare prima di tutto un diritto praticato.
A partire dai dati contenuti in un’indagine su scala internazionale rivolta agli adulti, è possibile analizzare la particolare dimensione della diseguaglianza legata al possesso di competenze cognitive che comportano vantaggi non solo sul mercato del lavoro, ma anche in altri aspetti della vita, dalla salute alla partecipazione sociale.
Se si vuole invertire la tendenza all’autoimpoverimento del sistema Italia, rafforzando la competitività del paese all’interno del nuovo modello sociale europeo, bisogna ripartire dal lavoro. Investire in istruzione e formazione, soprattutto in campo tecnico-scientifico, e ridare stabilità ai rapporti di lavoro: questi i pilastri di un nuovo Piano del lavoro, di cui non si può più fare a meno.
Il sistema fiscale italiano è il risultato di interventi spesso estemporanei e incoerenti; per questo, pur non essendo il principale ostacolo alla crescita, un suo riordino è fondamentale per far ripartire il paese, in un’ottica progressista e riformista. Un fisco neutrale ed equo può favorire le imprese, eliminare il vantaggio contributivo del lavoro temporaneo e ridurre l’evasione fiscale, senza abbattere i consumi.
Con la crisi economica, la già difficile condizione dei lavoratori è peggiorata sensibilmente; precariato e salari ridotti stanno diventando la norma, a discapito della dignità dell’individuo, sempre più timoroso di perdere il proprio impiego. Eppure, se si guarda all’Europa ci si accorge che tutto ciò non costituisce una regola; frammentazione dei contratti e squilibri di potere non sono necessari alla crescita delle imprese.
Eravamo arrivati a Bologna da tutte le province d’Italia. La maggior parte di noi proveniva dalle regioni del Sud: Puglia e Calabria in particolare; la minoranza invece si divideva tra Marche, Toscana, Veneto e chi, come me, aveva lasciato una provincia ai piedi delle Alpi che la crisi del tessile in pochi anni aveva spopolato.