Durante la campagna per le elezioni presidenziali che sta per concludersi i francesi più volte sono stati messi a confronto con gli interrogativi relativi al posto della Francia nel mondo nell’immediato e nel più lontano futuro. È forse giunto il tempo, per i francesi ma non solo per loro, di darsi un nuovo progetto strategico nazionale.
La Siria di Assad non è un paese laico nel senso che in Occidente si dà a questo termine, in quanto la religione è sempre stata usata a benefi cio del governo. Quanto accadrà all’indomani della fi ne del regime non è facilmente prevedibile: uno sviluppo in senso islamista è improbabile, ma le tensioni fra i diversi gruppi etnici, sociali e religiosi potrebbero sfociare in confl itto. Questa prospettiva è tutt’altro che ineludibile. In fondo, i siriani per secoli hanno dimostrato di saper convivere pacifi camente.
Il movimento rivoluzionario siriano è composto da una galassia di gruppi e comitati che poco hanno a che fare con la tradizionale opposizione siriana. Le loro rivendicazioni nascono da un’esperienza quotidiana fatta di violazione dei diritti umani e civili, di mancanza di libertà e di oppressione poliziesca. Giovani, uomini e donne, esperti fruitori della rete, anche quando hanno alle spalle un background fortemente religioso, non hanno fatto dell’Islam politico la loro ideologia di riferimento.
Con l’affermarsi, nei paesi coinvolti nella Primavera araba, di partiti di matrice islamista, da più parti si è indicato nella peculiare esperienza turca un valido modello di conciliazione di istituzioni e pratiche democratico-liberali con la partecipazione di forze legate al precetto religioso islamico. È, quella turca, un’esperienza che è possibile esportare anche altrove? O non è piuttosto il frutto della peculiare esperienza dell’AKP e della leadership di Erdogan?
In Iran si è verificata un’inedita fusione tra rivoluzione e religione. E ciò grazie allo sciismo, che è una religione per sua natura contestatrice e non necessariamente conservatrice. La forma che il regime ha assunto negli anni non può però essere definita pienamente teocratica, tanto meno essa può essere annoverata fra le democrazie, malgrado l’Iran presenti elementi di entrambi i modelli.
Nei paesi interessati dalla Primavera araba è ora in atto un complesso processo di ridefinizione delle norme e delle consuetudini che ne regolamentano la vita sociale e politica. In un’area che è tradizionalmente crogiolo di confessioni diverse e in cui l’appartenenza religiosa è elemento caratterizzante di tutte le relazioni sociali, il dialogo interreligioso diventa strumento essenziale per la definizione di un concetto di cittadinanza condiviso da tutti.
Un ruolo importante nelle rivoluzioni della Primavera araba è stato svolto dalle donne, che ora stanno lottando, nei Parlamenti nazionali, affi nché vengano riconosciuti, oltre al principio di parità di genere, i più ampi e fondamentali diritti civili degli individui. È quanto, ad esempio, sta avvenendo in Marocco.
L’ideale di uno Stato islamico, ritornato al centro del dibattito in seguito alle rivoluzioni della Primavera araba, si richiama a un concetto controverso, che non ha un fondamento reale nel pensiero politico classico e, soprattutto, non essendo storicamente esistito alcuno Stato islamico, nessun modello del passato a cui richiamarsi. Questa ambiguità lascia spazio a una certa flessibilità nella sua pratica realizzazione. Si tratta allora di vedere se e a quali condizioni sia sperimentabile una versione islamica della democrazia.
Le prime elezioni politiche dopo la caduta dei regimi autoritari di Tunisia ed Egitto hanno portato alla ribalta esponenti dell’Islam politico, quali Ennahda e il partito Libertà e giustizia, braccio politico dei Fratelli Musulmani. Queste formazioni sono state premiate per la loro costante opposizione alle dittature, per il loro impegno sociale e per la loro capacità di parlare trasversalmente a classi sociali diverse. La transizione democratica in corso sarà il banco di prova della loro volontà e capacità di coniugare Islam e democrazia.
La Primavera araba ha portato le forze politiche dei paesi interessati dalle rivolte a confrontarsi con la fondamentale questione del significato che può avere la democrazia in un contesto islamico e di come agire per favorire lo sviluppo delle dinamiche democratiche in quell’area. È uno scenario inedito per il mondo arabo, in cui, per la prima volta, sono i protagonisti dell’Islam politico a dover cercare l’equazione tra Islam e democrazia.