ie Online Italianieuropei, fondazione di cultura politica http://italianieuropei.it Mon, 24 Apr 2017 04:01:06 +0000 it-it Libia, tra desideri e rischi per l’Italia http://italianieuropei.it/it/ie-online/item/3739-libia-tra-desideri-e-rischi-per-litalia.html http://italianieuropei.it/it/ie-online/item/3739-libia-tra-desideri-e-rischi-per-litalia.html Libia, tra desideri e rischi per l’Italia

Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni in gioco in Libia la strada per la formazione di un governo unitario e sovrano è ancora in salita. In questo quadro, nonostante le rassicurazione e le cautele, l’eventualità di un coinvolgimento militare italiano non si può escludere totalmente.


Oggi 13 marzo 2016, è stata finalmente confermata la fiducia, già votata alla fine di febbraio, da oltre 100 membri della Camera dei rappresentanti di Tobruk, la House of Representatives (HoR), a favore dell’esecutivo del premier libico designato Fayez Al Serraj, passaggio fondamentale del progetto di governo di unità nazionale, caldeggiato dalle cancellerie europee e sostenuto dalle Nazioni Unite. Benché manchi ancora un’approvazione definitiva della controparte, costituita dalle fazioni islamiste di Tripoli, rappresentate dal parlamento o General National Council (GNC), è legittimo chiedersi se questo non sia un vero e proprio segnale di riconciliazione fra le due anime politiche maggioritarie del paese.

Siamo dunque ormai giunti alla costituzione del tanto agognato governo unitario e sovrano di Libia?


La Libia frammentata del dopo Gheddafi

Il processo negoziale per l’identificazione degli attori chiave con un reale consenso nello scenario libico è un magma in continuo movimento.

Nonostante gli sforzi del rappresentante ONU, Martin Kobler, di avvicinare le tante anime delle fazioni in gioco, la formazione di un governo rappresentativo delle varie istanze risulta una strada in salita e a ostacoli.

Il parlamento riconosciuto di Tobruk viene osteggiato dai movimenti di matrice islamista presenti a Bengasi, nell’area di Tripoli (Fratelli Musulmani), a Khoms (Libya Dawn Coalition) e dalle milizie di Misurata.

In seguito all’approvazione del Libyan Political Agreement,[1] il contrasto tra il generale Al-Haftar e il governo di Tobruk si è inasprito e ha creato una radicalizzazione dello scontro tra movimenti islamisti e l’operazione Dignity,[2] spalleggiata da Egitto e UAE (Emirati Arabi Uniti).

Alla complessa partizione religiosa-territoriale si intersecano le velleità e gli interessi delle potenze internazionali in campo.

La longa manus inglese vigila la Cirenaica, la presenza francese è capillare nel Fezzan e si estende in alcune zone della Cirenaica grazie a Total.

Il controllo francese del Fezzan suggella il ruolo della Francia come guardiano del Sahel, mentre l’Italia si posiziona in Tripolitania, che fornisce il rimanente 30% dei giacimenti libici.[3]

Tra i vari attori regionali in gioco, l’Egitto di Al-Sisi, acerrimo nemico dei Fratelli Musulmani, supporta il generale Al-Haftar in funzione anti islamista: la presenza di una Cirenaica stabile sarebbe un bacino interessante per assorbire molta manodopera egiziana in un momento di stallo e stagnazione economica interna per l’Egitto.

 

Luci e ombre di un intervento armato in Libia

Nelle ultime settimane, le voci di un possibile intervento militare in Libia, con lo scopo principale di arginare l’avanzata dell’ISIS e dei suoi affiliati, si sono fatte molto insistenti. In realtà, la presenza dell’ISIS sarebbe molto più frammentata e isolata di quanto si pensi e numericamente sarebbe costituita da circa 6.500 combattenti distribuiti tra Sabratha, Ajdabiya, Sirte, Derna e Bengasi.[4]

Questa panoramica ci dimostra quanto la minaccia terroristica sia in realtà il problema minore rispetto al controllo dei campi petroliferi, che tra il 2013 e il 2014 hanno ridotto la produzione di oltre un terzo, da 1,7 milioni di barili al giorno, prima della guerra del 2011, a circa 500 mila di oggi. Un controllo del territorio proteggerebbe le risorse in loco, evitando la distruzione delle infrastrutture a opera di predoni e terroristi.

La presenza, rivelata di recente dal quotidiano Le Monde, di forze speciali e agenti di sicurezza francesi in incognito in Libia, così come quella dei loro omologhi inglesi, americani e italiani, per svolgere attività di contrasto al terrorismo è ormai un dato certo. Tali attività costituiscono spesso le fasi preparatorie all’impiego di contingenti convenzionali. La sensazione, però, è la stessa del 2011: il rischio che si crei nuovamente una “coalizione di alleati” ma non di “amici”, che mirano a difendere le proprie sfere geopolitiche di influenza nel paese.

La smentita di un possibile intervento italiano da parte del premier Renzi[5] non è certo priva di ambiguità, dal momento che alla Difesa e agli Esteri si sono diffuse invece voci più possibiliste, riguardo a un’eventuale missione, soprattutto in seguito alla concessione da parte del governo della base di Sigonella per l’impiego di droni armati americani.

La settimana scorsa è stato inoltre conferito alle nostre forze speciali, già operanti in territorio libico, lo status ad hoc di cui godono i nostri agenti dei Servizi informazioni e sicurezza esterna (AISE). In tal modo, si è dato un segnale indiretto del nostro attuale coinvolgimento in Libia, proprio mentre giungeva dalla stampa l’affermazione dell’ambasciatore John Phillips che, nel caso di un intervento complesso con forze terrestri, l’Italia avrebbe un “ruolo guida”, arrivando a ipotizzare addirittura la consistenza di un nostro possibile contingente in 5 mila uomini (all’incirca una Brigata).

Queste voci giungono quasi contemporaneamente all’ammonimento da parte di Obama nei confronti degli alleati francesi e britannici per come avrebbero condotto le operazioni in Libia nel 2011: nessuna strategia politica prestabilita per il dopo e il minimo sforzo per ottenere il massimo guadagno. Secondo Washington essi avrebbero approfittato dei raid aerei americani pur di essere presenti con il minimo quantitativo di truppe necessario a rendere sicuri i propri interessi politici, senza preoccuparsi poi di abbandonare il paese al caos e rendendo ora necessario un nuovo intervento di stabilizzazione.

La conditio sine qua non alla legittimazione per un intervento italiano, sotto l’egida ONU, sarebbe comunque vincolata alla richiesta ufficiale da parte di un governo libico riconosciuto. Qualora si agisse in modo unilaterale, si andrebbe incontro a un “pandemonio” costituito dalla galassia sfaccettata di milizie islamiche che punteggiano il paese, intersecandosi alle dinamiche tribali, un tempo arginate da Gheddafi e ora riemerse. Si devono, inoltre, fare i conti con le influenze straniere nel paese da parte di potenze new comers o di paesi dalla statura necessaria per interagire nel contesto geopolitico attuale come l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Turchia e il Qatar.[6]

Una missione militare richiederebbe la visione chiara e la strategia per raggiungere un end-state politico-strategico, l’individuazione accurata delle forze ostili e degli interlocutori alleati. In tal modo, si potrebbero impiegare le unità militari per un periodo limitato e strettamente necessario.

Un mandato da parte delle Nazioni Unite costituirebbe il patrimonio di legittimità necessario affinché uno stato democratico possa operare militarmente in un paese terzo. Intervenire senza un mandato internazionale e senza una chiara strategia politica, con un approccio unicamente militare, farebbe fallire definitivamente il tentativo di costituire un governo di unità nazionale, amplificando la situazione di conflitto sul campo. Inoltre, vi sarebbe anche il potenziale rischio di assimilare le milizie islamiste vicine a Tripoli a quelle estremiste del Benghazi Shura Council (BSC), di Ansar Al-Sharia, o peggio dell’ISIS, rendendo impossibile il tentativo di riavviare il dialogo.

Di conseguenza, si aprirebbe nuovamente il dibattito sull’opportunità, i costi e i rischi di un’altra operazione di Nation-Building, dopo i fallimenti in Iraq e in Afghanistan.

Per tale motivo, Washington avrebbe preferito dall’inizio un atteggiamento più defilato rispetto ai partner europei, una sorta di “Leading from behind”, giustificato anche dall’attentato subito al Consolato USA di Bengasi, l’11 settembre 2012, che ha provocato la morte dell’ambasciatore Chris Stevens. Tale vicenda potrebbe anche gettare delle ombre sulla campagna presidenziale di Hillary Clinton, all’epoca segretario di Stato, qualora diventasse il candidato democratico designato. Gli USA, con una popolazione stanca da oltre 15 anni di guerre e con un governo che molti ritengono poco assertivo in politica estera, difficilmente si faranno avanti per promuovere e guidare un intervento, fornendo così un ulteriore banco di prova alla politica estera dell’Unione europea, finora alquanto evanescente.

Un’alternativa all’approccio esclusivamente militare potrebbe essere rappresentata dal coinvolgimento di quelle figure trasversali sia a Tobruk che a Tripoli, costituite dai funzionari della National Oil Corporation e della Central Bank of Libya. Queste due istituzioni, impegnate attualmente nel tentativo di far ripartire l’economia libica e nel rintracciare tutti i beni depositati da Gheddafi in vari paradisi fiscali, potrebbero fornire l’incentivo all’apertura di canali interlocutori e predisporre le basi economiche per facilitare il processo di riunificazione di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan in un’unica entità statuale federata.


Il Canale di Sicilia come il Rubicone: il dado è tratto?

Nonostante le rassicurazioni e la cautela del presidente del consiglio Renzi riguardo il dossier libico, il nostro possibile ruolo militare resta avvolto nell’ambiguità, tra dubbi amletici e realpolitik. Durante il meeting italo-francese, tenutosi nei giorni scorsi a Venezia, vi è stata una dichiarazione congiunta del presidente Hollande e del premier Renzi sulla necessità di intervenire quanto prima contro l’espansione dell’ISIS e dei gruppi terroristi salafiti in Libia e nel Maghreb.

In tale scenario, l’Italia rischia di dover affrontare i costi economici e umani maggiori per potersi fregiare del ruolo di “guida” di un’eventuale missione internazionale. Roma potrebbe trovarsi a dover fornire le infrastrutture e il supporto logistico, oltre che la gran parte delle forze convenzionali, consentendo alle nazioni alleate un impegno meno gravoso, riguardante l’impiego delle sole forze speciali e delle unità aeree: in definitiva ciò che è già successo a Washington nel 2011, con la differenza che noi non abbiamo né le risorse economiche, né l’apparato militare americano.

La posta in gioco è alta e vi è il rischio di un nuovo 2011 o di un altro Iraq, a due passi dalla Sicilia e dall’Europa.

Un intervento armato esterno senza la richiesta di un governo libico legittimo – ad oggi inesistente – potrebbe spingere i vari gruppi islamisti a fondersi sotto la bandiera del califfato.

Al contempo, il continuo impiego di droni e le sortite aeree, con i loro possibili danni collaterali, rischiano di polarizzare ulteriormente le milizie sul terreno, di favorire il reclutamento di nuovi terroristi e di estendere così concretamente la minaccia terroristica anche in patria, mentre il flusso di profughi in fuga dalla guerra aumenterebbe a dismisura nel tentativo disperato di attraversare il tratto di mare che ci separerebbe dall’inferno.



[1] Il generale Al-Haftar dovrebbe essere destituito dal ruolo di Comandante delle Forze Supreme. Tale funzione è da attribuirsi a Fayez Al Serraj, il Primo ministro nominato dal Parlamento di Tobruk, in accordo all’art.8 comma 2 del Libyan Political Agreement (17 Dicembre 2015). Di fatto tale passaggio di consegne non è ancora effettivo e Al-Haftar continua ad avere un ruolo predominante nel controllo delle Forze armate.

[2] L’Operazione Dignity fu lanciata dal generale Al-Haftar nel maggio 2014 con l’obiettivo di liberare la Libia orientale, a cominciare da Bengasi, dalle milizie islamiche. In risposta all’operazione Dignity si contrappose l’operazione Libya Dawn, guidata dal blocco di Misurata e dai movimenti islamisti per contrastare Al-Haftar.

[3] La pressione della Francia per ritornare in Libia e in particolare nell’area meridionale, si è manifestata già nel 2014, con l’operazione Barkhane, con cui ha spostato 3 mila uomini, impiegati precedentemente in Mali, tra il Niger e il Tibesti, nel Chad settentrionale, in funzione anti-terrorismo. Allo stesso modo, gli alleati americani e inglesi sono già presenti da anni nel Sahel con le proprie forze speciali, con cui conducono annualmente l’esercitazione internazionale anti-terrorismo Flintlock, sotto il Comando americano in Africa (US AFRICOM), alla quale partecipa spesso anche l’Italia.

[4] The Countries where ISIS is growing in Africa, Roundup, Time, 7 marzo 2016.

[5] Diretta televisiva di “Domenica Live” dello scorso 6 marzo.

[6] I primi tre sostengono le forze laiche di Tobruk, la Camera dei rappresentanti (HoR), mentre gli ultimi due sono favorevoli alle forze islamiste di Tripoli, l’Assemblea generale nazionale (GNC).

 

 

 

 


Foto: Foreign and Commonwealth Office

 

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ie Online Wed, 16 Mar 2016 17:09:24 +0000
Le sfide del digitale in ambito turistico http://italianieuropei.it/it/ie-online/item/3710-le-sfide-del-digitale-in-ambito-turistico.html http://italianieuropei.it/it/ie-online/item/3710-le-sfide-del-digitale-in-ambito-turistico.html Le sfide del digitale in ambito turistico

Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire positivamente l’influenza e l’utilità della rete. Quali tendenze, applicazioni e sfide accompagnano la rivoluzione digitale in questo comparto?


«Il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono una sola pagina». Così Sant’Agostino, già milleseicento anni fa, descriveva l’arricchimento interiore generato dal viaggiare e l’opportunità offerta di scoprire il mondo.

Questo breve contributo è il frutto della riflessione sulle dinamiche di comunicazione emerse negli ultimi anni e si propone di indagare le tendenze, le applicazioni e le sfide del digitale in ambito turistico.

Il turismo, infatti, è rappresentativo di una realtà dinamica; è stato uno dei primi settori a recepire positivamente l’influenza e l’utilità della rete, a lasciarsi guidare dall’ondata tecnologica e oggi può considerarsi un modello di e-business di successo, come studi e statistiche confermano. Non è quindi un caso che il settore dei viaggi e delle vacanze sia divenuto il mercato trainante dell’e-commerce a livello mondiale, coprendo una rilevante quota dell’intero volume delle transazioni che avvengono online: un mercato globale stimato di 500 miliardi di dollari con una crescita annua dell’11%. Ormai il 37% dei viaggi è prenotato online.

Non si tratta, tuttavia, “solo” di acquisti; il digitale ha rivoluzionato la comunicazione e sviluppato i meccanismi di rating. L’emergere di nuove forme di partecipazione e di nuovi spazi sociali entro cui gestire la propria offerta e coltivare il proprio brand ha determinato un cambiamento epocale nella società in cui viviamo. Oggi, più che in passato, la reputazione è il vero valore, il 53% delle persone afferma che non prenoterebbe una struttura senza aver letto le recensioni. Passando dalla rete dei computer (web 1.0) a quella delle persone (web 2.0) e alle successive evoluzioni (associate spesso nella definizione di web 3.0, con una discussione accademica ancora in atto), il turismo sul web da informativo diviene prima partecipativo e, quindi, open e semantico.

Il fenomeno in questione, da tecnologico si è trasformato in sociologico. L’elevata interattività sociale ha modificando radicalmente i comportamenti di decisione e d’acquisto. Il turista è sempre più attivo: da ricercatore di informazioni a recensore, da blogger a generatore di contenuti, da commentatore a membro di una community, con una escalation progressiva di protagonismo. Il viaggiatore che si affida al web sta aumentando sempre più il suo potere in rete e specularmente aumenta anche la sua consapevolezza del potere stesso. Con lo sviluppo del web semantico, i viaggiatori non sono più costretti a ricercare le informazioni utili nell’oceano di dati disponibili in internet, ma è il web stesso ad esaudire le loro ricerche in modo pertinente e rilevante. Algoritmi raffinatissimi consentono un marketing personalizzato, quasi one to one, aprendo enormi possibilità ma avvicinandosi al critico confine della predittività di comportamenti e scelte. La produzione, gestione e interpretazione delle tracce – digitali e non – che ogni nostro comportamento ormai genera, pone quindi come centrale il tema dei Big data, fondamentale sotto l’aspetto strategico. Il dibattito è quanto mai attuale.

È su questo piano, complesso e articolato, che si gioca una delle sfide più impegnative per la competitività del comparto turistico.

Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno avuto un enorme impatto sulla domanda turistica, costringendo l’offerta ad adattarsi velocemente, pena l’esclusione dal mercato stesso. Oggi l’utente della rete ha di fronte a sé una gamma di opportunità e vantaggi cui non intende più rinunciare; la rivoluzione digitale ha accorciato tempi e distanze, ha messo a disposizione informazioni in passato accessibili solo a un pubblico ristretto. Infine, ha consentito un efficace incontro tra domanda (bisogni) e offerta (servizi) permettendo alle nicchie di turismo di svilupparsi enormemente.

La disintermediazione informativa avvenuta nel settore turistico, come in molti altri comparti, ha consentito al turista di conquistare maggiore autonomia e controllo sulle proprie decisioni e ha trasformato i vecchi sistemi di comunicazione, prenotazione e vendita. La formazione e la formulazione dell’offerta turistica da parte di aziende, enti, destinazioni e operatori del settore sono cambiate, dovendosi adeguare alle nuove esigenze manifestate dai viaggiatori. Le modalità classiche di advertising vengono parzialmente ma progressivamente sostituite da un maggiore utilizzo del web: meno costoso, più profilato e più efficace. Come evidenziato dalla Destination Marketing Association, la presenza sui social network per intercettare la domanda turistica non è più una scelta, è stata la priorità delle destinazioni mondiali nel 2015.

Ma la disintermediazione può essere solo apparente. L’asimmetria di regole e incombenze tra l’ambiente digitale e quello tradizionale sta generando potenti monopoli e creando problemi di concorrenzialità nel mercato. Affrontare oggi le sfide urgenti del digitale, anche nel turismo, vuol dire quindi mettere al centro temi nuovi quali apertura, trasparenza, standardizzazione, collaborazione, competenze, riuso; ma anche accesso più semplice ai risultati e ai dati. Se ne è discusso di recente durante l’incontro organizzato dall’Agenzia per l’Italia Digitale con l’inventore del world wide web, Tim Berners-Lee.

Cosa ci riserverà il futuro del mercato turistico è argomento di difficile predizione; al momento, ciò che possiamo fare è capire che l’evoluzione è irreversibile, immergerci nella realtà attuale per comprenderne fino in fondo le dinamiche e affrontare in modo consapevole tutte le opportunità e le sfide che la tecnologia e l’innovazione stanno proponendo.

Qualsiasi cosa accadrà in quest’ambito è a noi sconosciuta, ma possiamo stare certi che sarà un viaggio sorprendente.

 

 


Foto: Phil Hilfiker

 

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ie Online Mon, 08 Feb 2016 17:14:28 +0000
Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora http://italianieuropei.it/it/ie-online/item/3679-cina-e-taiwan-a-singapore-l-unita-nella-diaspora.html http://italianieuropei.it/it/ie-online/item/3679-cina-e-taiwan-a-singapore-l-unita-nella-diaspora.html Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora

La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin Ping e quello di Taiwan Ma Ying-jeou segna una svolta radicale nelle relazioni tra i due paesi e chiude, dal punto di vista formale, sessantasei anni di tensioni e contrasti. Si pone così un ulteriore e importante tassello nel processo di ridefinizione degli assetti strategici e di sicurezza nel Mar Cinese meridionale. Nuovi assetti incentrati su una Cina sempre più forte e temuta.


La Grande Madre Cina si è data appuntamento a Singapore e l’esito non è stato deludente. È andata in scena una stretta di mano dopo sessantasei anni di guerra fredda e di tensioni bollenti. Il presidente cinese Xi Jin Ping ha incontrato Ma Ying-jeou, presidente di Taiwan, cioè di una provincia che Pechino considera ribelle e sulla quale momentaneamente non può esercitare la propria sovranità. L’ultimo incontro tra i leader comunisti e i nazionalisti cinesi (dei quali Taiwan è la dimora politica) ha avuto luogo nel 1945, quando Mao Zedong e Jang Je Shi – conosciuto allora con la grafia Chiang Kai-shek – si incontrarono per ricostruire la Cina dopo la sconfitta del Giappone. Nonostante la mediazione di Truman, i colloqui fallirono, la guerra civile riprese, i nazionalisti furono sconfitti e ripararono nell’isola, sull’altra sponda dello stretto di Formosa. Solo la protezione USA ha impedito la continuazione della guerra. Pechino ha sempre riconosciuto Taiwan come suo territorio inalienabile e non ha mai rinunciato formalmente al possibile uso della forza per il ritorno alla madre patria. Taipei invece si è considerata per decenni il legittimo rappresentate dell’intera Cina. Geograficamente la decisione era bizzarra, come se un governo in esilio all’Isola d’Elba pretenda di rappresentare l’Italia. Tuttavia, nel clima di contrapposizione ideologica e militare, questa posizione è valsa a Taiwan il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU fino al 1971. Con un solo anno di anticipo Roma aveva riconosciuto nel governo di Pechino il legittimo rappresentante dell’intera Cina. Washington lo ha fatto nel 1980, anche se ha stretto un patto di difesa con Taiwan per dissuadere eventuali attacchi cinesi. I fotografi che allo Shangri-La hanno immortalato i sorrisi e la stretta di mano sapevano di essere testimoni di un evento storico. Effettivamente la cordialità tra i due leader – che si sono chiamati “signore” e non “presidente” – imprime una svolta non solo formale a un nuovo tessuto di relazioni. Dopo minacce e inimicizie, prevalgono concetti che si ispirano alla pace: collaborazione, unità, sviluppo. Gli scarni risultati dell’incontro sbiadiscono rispetto al suo valore: aver riconosciuto la controparte è stato un atto da palcoscenico, ma con una prospettiva da trampolino.

In realtà le due sponde dello stretto si ascoltano e si blandiscono da anni. Da tempo è consegnata alla storia la proibizione di ogni contatto con il nemico. Le famiglie divise nel 1949 si vedono senza restrizioni, esistono decine di voli diretti giornalieri, le visite politiche sono sempre fittissime. Le relazioni economiche hanno trainato un ravvicinamento impensabile con le sole analisi ideologiche. I vincoli familiari, l’orgoglio della stessa cultura, l’inserimento nel circuito della globalizzazione sono stati preziosi strumenti di successo. Gli scambi commerciali sono fiorentissimi, decine di migliaia di imprese taiwanesi hanno investito in Cina, quasi 2 dei 23 milioni dei suoi cittadini vivono nel continente. Le differenze di reddito si sono assottigliate. Taiwan è stata una delle più prospere tigri asiatiche e ha saputo convertire il PIL in una società democratica con una vivace vita parlamentare. Ironicamente per il presidente Ma, l’evento di Singapore può essere il canto del cigno. Dopo otto anni al potere il suo partito – il vecchio Guomindang – può perdere le elezioni a vantaggio del Partito Progressista Democratico, che rappresenta le aspirazioni autonomiste se non indipendentiste della popolazione. I suoi elettori considerano mortale l’abbraccio con Pechino e si definiscono cinesi etnicamente, ma taiwanesi politicamente. Singapore, popolata per tre quarti da cinesi, non poteva essere una sede migliore per la mediazione. È ricca, indipendente, stabile: un esempio per tutti.

Se le condizioni e il luogo per lo spettacolare incontro erano maturi, forse ancora più importante è la scelta del tempo. Nel Mar Cinese meridionale si stanno ridefinendo gli assetti strategici e della sicurezza. La fine della guerra fredda e la prepotente emersione economica hanno rimesso in discussione la pax americana. La Cina è ora così forte al punto da rivendicare nuovi confini, appropriandosi di isolotti contesi che le permetterebbero di spostare di migliaia di chilometri i suoi confini. Tutti i paesi dell’Estremo Oriente sono preoccupati, in primis il Giappone, il Vietnam, le Filippine. Richiedono la protezione statunitense, ma non possono rinunciare al traino economico della Cina. Pechino è tuttavia potente ma isolata, perché oggi incute più timore che speranza. Ha bisogno di alleanze solide e le trova – negoziandole – nella classica appartenenza a una gloriosa civilizzazione. Il nazionalismo si rivela un mastice redditizio. Al di là della cronaca contingente, Taiwan ha regolarmente appoggiato la tradizione e la potenza della Cina, indipendentemente da chi la rappresenti. Stringere la mano da pari a Xi Jin Ping è stato un indubbio successo. A Singapore è stata fatta giustizia di lunghe dimenticanze: Taiwan è la madre di tutte le questioni nel Pacifico. È possibile sia stato aperto un canale negoziale dagli esiti probabilmente titanici. Se Pechino, in qualsiasi forma federativa, potrà contare sul ritorno in patria di Taiwan, aggiungerà muscoli e toglierà nemici alla sua espansione. L’isola potrebbe godere di democrazia, alto tenore di vita, sicurezza e stabilità. È uno scenario nel quale lo scorrere del tempo, come sempre nella tradizione cinese, produce in silenzio grandi risultati. La strada alla riunificazione è rischiosa, insidiosa e lastricata da enormi difficoltà. Tuttavia i due leader ora si incontrano e si parlano. Lo fanno in cinese, la lingua a loro comune e che esclude tutti gli altri dall’interlocuzione.

 

 


Foto: Presidential Office

 

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ie Online Mon, 09 Nov 2015 14:28:36 +0000