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Un bilancio sulle fonti rinnovabili in Italia fra luci e ombre

Written by Cesare Pozzi Thursday, 09 September 2010 16:55 Print

Lo sviluppo delle energie rinnovabili in Italia presenta alcune luci ma anche molte ombre, legate non solo al mancato raggiungimento dell’obiettivo di una maggiore sostenibilità ambientale del nostro sistema di produzione e consumo – di cui le rinnovabili sono un mero strumento – ma anche all’insuccesso registrato nella creazione di un settore industriale verde all’avanguardia. La crisi in atto può rappresentare l’occasione per tentare di recuperare il terreno perduto nello sviluppo tecnologico e industriale legato alla trasformazione dell’economia in senso ecosostenibile.

Obiettivo sostenibilità

Il quadro che emerge dagli ultimi dati sulla diffusione e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia in Italia è fatto di qualche luce, ma anche di molte ombre. Se l’intento è quello di non disperdere quanto di buono sinora fatto, ma soprattutto se si vuole credere in un mondo che sappia rispettare se stesso, occorre fornire una visione che sia al tempo stesso scevra di posizioni ideologiche precostituite e che abbracci le problematiche complessive del paese. Così, fare il bilancio dello stato delle energie rinnovabili in Italia deve rappresentare l’occasione per verificare il percorso strategico seguito, per interrogarsi sulla coerenza delle soluzioni adottate in relazione agli obiettivi che si intendevano realizzare e per riflettere sul da farsi.
In tal senso è necessario fare chiarezza. La produzione di energia da fonti rinnovabili non rappresenta un obiettivo in sé, ma costituisce un tassello di una strategia più ampia il cui scopo è modificare nella direzione di una maggiore sostenibilità le relazioni sociali ed economiche con l’ambiente, ed è quindi rispetto a tale progetto che ne vanno valutati strumentalmente i risultati.

Le luci

La diffusione delle energie rinnovabili nel nostro paese, soprattutto quelle usualmente definite come “nuove fonti rinnovabili” per differenziarle dai più tradizionali idroelettrico e geotermico, è cresciuta esponenzialmente nel corso degli ultimi tempi. Dall’inizio del 2009 sono stati infatti installati circa 1.500 MW di nuovi impianti eolici per una potenza complessiva che ha ormai superato i 5.000 MW e poco più di 800 MW di nuovi impianti fotovoltaici per un totale cumulato di circa 1.400 MW. La dinamica sembra coinvolgere anche le fonti termiche, destinate alla produzione di energia per il calore e il raffreddamento e solitamente trascurate nel dibattito pubblico e scientifico, come testimonia ad esempio l’installazione nel 2009 di circa 400.000 metri quadrati di pannelli solari termici, che hanno ormai toccato complessivamente quota 2 milioni di metri quadrati. Questi incrementi andranno ad aumentare ulteriormente la produzione di energia rinnovabile, che era già cresciuta tra il 2000 e il 2008 di poco meno del 31%, con un contributo significativo proveniente dalle nuove fonti il cui peso percentuale sul totale delle rinnovabili era già passato da poco più del 14% del 2000 al 34% del 2008. In termini di consumo interno lordo, rilevante ai fini dell’applicazione della direttiva 2009/28/CE (la cosiddetta direttiva 20-20-20), la quota di energie rinnovabili era pari nel 2008 al 6,84%.
Pur in assenza di statistiche puntuali, l’aumento della diffusione delle energie rinnovabili si è tradotto nella nascita e nello sviluppo di nuove imprese e in un incremento dell’occupazione che, seppur con una varietà di valutazioni, viene stimato sino all’ordine delle 100.000 unità. Si tratta tuttavia di un tessuto di imprese e di un’occupazione a basso valore aggiunto, prevalentemente collocata nei segmenti della filiera relativi alle fasi di installazione degli impianti. Conferma indiretta ne è l’andamento della quota italiana rispettivamente sulle importazioni e sulle esportazioni mondiali di tecnologie relative alle energie rinnovabili, con la prima cresciuta di circa il 50% nel periodo 2000-08 e la seconda ridottasi nello stesso intervallo di tempo di più del 20%.
Si tratta nel complesso di numeri interessanti nella misura in cui danno conto di una crescente consapevolezza sia da parte delle imprese che di un’ampia fetta della popolazione della necessità di affrontare in una logica di sostenibilità le relazioni con l’ambiente.
Siamo tuttavia ancora molto lontani dal tener fede agli impegni assunti dal nostro paese. La già ricordata direttiva 2009/28/CE ci richiede infatti di soddisfare nel 2020 il 17% dei consumi interni lordi di energia attraverso le energie rinnovabili, avendo come riferimento il 4,91% del 2005. Sulla base del Piano di azione nazionale per le energie rinnovabili ciò significa quasi raddoppiare l’energia elettrica verde prodotta nel 2008, passando dai 5 milioni di tonnellate di petrolio equivalente (Mtep) ai 9,1 del 2020 e triplicare la produzione di calore da rinnovabili, da 3,2 a 9,5 Mtep, oltre che quadruplicare l’utilizzo dei biocombustibili nei trasporti, da 0,92 a 3,4 Mtep, per soddisfare lo specifico target comunitario del 10% di rinnovabili sul totale dei combustibili per la mobilità. Considerando le sole due nuove rinnovabili elettriche, per conseguire tali target si dovrebbe, sempre secondo il Piano d’azione nazionale, più che triplicare la potenza eolica installata e aumentare di circa 5 volte quella fotovoltaica, portandole rispettivamente a 16.000 e 8.000 MW complessivi.

Le ombre

Rispetto a quanto sinora osservato, si corre il rischio di essere indotti a pensare che il problema da affrontare sia solo quello di accelerare il percorso intrapreso, sostanzialmente attraverso l’affinamento del sistema di incentivazione, la semplificazione degli iter autorizzativi e la responsabilizzazione delle Regioni nel conseguimento degli obiettivi, senza vedere le numerose ombre proiettate dalla strategia sin qui seguita. Se infatti si guarda a tutto ciò che sarebbe effettivamente necessario per una maggiore sostenibilità ambientale del nostro sistema di produzione e di consumo, nei confronti del quale le energie rinnovabili vanno viste in un rapporto di strumentalità, i segnali positivi che emergono risultano al contrario estremamente deboli.
I sintomi di queste difficoltà sono particolarmente evidenti con riferimento al modello insediativo. La dinamica dei consumi energetici residenziali, che pure costituiscono una fetta rilevante dei fabbisogni energetici del paese, è rimasta sostanzialmente inalterata in ragione dei limitati interventi di efficientamento energetico del patrimonio edilizio esistente – nel solo periodo 2000-08, i consumi energetici del settore residenziale e terziario sono infatti aumentati di quasi il 14%.
Allo stesso modo, nessun mutamento significativo ha riguardato i fabbisogni di mobilità, che al contrario hanno registrato un significativo peggioramento nel loro impatto ambientale – le emissioni climalteranti associate al trasporto sono infatti cresciute di quasi il 32% nel periodo 1990-2007, con una percentuale di incremento sostanzialmente simile dei consumi energetici. Il trasporto nel nostro paese è infatti, in assenza di politiche concrete che affrontino esplicitamente e senza preconcetti il rapporto fra mobilità e pianificazione del territorio, destinato a rimanere ancora profondamente ancorato alla flessibilità della gomma. Se il territorio ha un valore culturale da preservare, ma allo stesso tempo deve rendere al massimo, occorre precostituire le condizioni perché si riducano le esigenze di mobilità per indirizzare il sistema verso modalità di trasporto più sostenibili.
Anche sotto il profilo della trasformazione delle scelte di consumo e di produzione non si sono di fatto registrati progressi significativi. Il cambiamento desiderato verso prodotti o servizi a minore contenuto di carbonio, così come la riduzione dell’impatto ambientale dei processi produttivi sono infatti rimasti meri auspici.
In altri termini, la svolta in termini di sostenibilità ambientale del nostro stile di vita non c’è stata. Da un lato continuiamo a “consumare nello stesso modo”; basti pensare alla gestione integrata dei rifiuti nella quale il binomio raccolta differenziata e valorizzazione energetica dei residui ha di fatto creato un incentivo distorto portando all’incremento della quantità prodotta di rifiuti solidi urbani pro capite passata dai 450 chilogrammi annui del 1996 ai 541 del 2008, con un incremento del 20%. Dall’altro, il sistema della produzione, piuttosto che indirizzarsi verso strategie di reingegnerizzazione dei processi e/o di utilizzo prevalente di materie prime seconde, ha più semplicemente optato per politiche di delocalizzazione produttiva, non solo eticamente discutibili perché scaricano su altri l’impatto ambientale negativo dei nostri consumi, ma anche profondamente miopi nella misura in cui tali politiche possono al più solamente ritardare gli effetti sul nostro sistema data la natura intrinsecamente globale del problema ambientale. Oltretutto, simili decisioni generano un rilevante sacrificio in termini occupazionali, riducendo progressivamente nel tempo la capacità del sistema di generare le risorse necessarie ad avviare percorsi di reale trasformazione.

Strategia e cambiamento

Il tema della capacità di vedere in termini strategici la relazione tra scelte, risorse utilizzate e obiettivi da realizzare è purtroppo ampiamente sottostimato. Il complesso dello sforzo richiesto alla nostra comunità nazionale per realizzare questo quadro in chiaroscuro è stato enorme, ma soprattutto è destinato a divenire insostenibile.
Limitandoci alla sola produzione di elettricità, nel 2009, secondo i dati riportati dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas nella sua “Relazione annuale 2010”, gli oneri posti a carico degli utenti nella bolletta elettrica per l’incentivazione delle fonti rinnovabili, escluse le fonti assimilate relative al regime di incentivazione CIP6, ammontavano a 2,13 miliardi di euro, cui vanno sommati i costi derivanti dal sistema dei certificati verdi, quantificabili, anche in questo caso con estrema variabilità nelle stime, nell’ordine degli 800 milioni di euro. In prospettiva, continuando sulla strada intrapresa, gli oneri del sostegno alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili sono destinati ad aumentare collocandosi a regime tra i 7 e i 10 miliardi di euro all’anno, a seconda degli scenari tecnologici e delle possibili riforme degli schemi di incentivo.
Se si considera l’intero ventaglio delle misure poste in essere o in programma nei diversi settori delle fonti rinnovabili, i costi posti a carico della collettività nel prossimo futuro saranno dunque iperbolici e difficilmente sopportabili per il sistema delle imprese e per i consumatori.
L’insostenibilità dipende anche dal fatto che il sistema paese si è progressivamente allontanato da un percorso che potesse consentire un’effettiva rottura degli attuali paradigmi tecnologici. Purtroppo sotto questo punto di vista il nostro paese si è collocato in una posizione di retroguardia nella competizione internazionale. Questo nonostante l’Italia avesse, almeno fino all’inizio degli anni Novanta, un ruolo di preminenza in molti settori della produzione di tecnologia per le rinnovabili.
È forse esemplare al riguardo il caso del solare fotovoltaico: gli investimenti realizzati in questo ambito negli anni successivi alle due crisi petrolifere, fondati su una stretta collaborazione fra enti pubblici di ricerca, università, CNR e laboratori dell’industria nazionale, in particolare eni ed Enel, avevano consentito di acquisire e sviluppare competenze scientifiche e industriali di frontiera lungo le diverse fasi della filiera e nelle diverse tecnologie, tanto da porre l’Italia in posizione di avanguardia a stretto ridosso di Stati uniti e Giappone.
Sul rapido arretramento dell’Italia nella competizione tecnologica internazionale nel corso dell’ultimo ventennio ha pesato in maniera significativa la progressiva riduzione delle risorse destinate agli enti di ricerca pubblici e privati e il riorientamento della mission delle grandi imprese pubbliche di energia a seguito del processo di privatizzazione, che nei fatti ha determinato un ulteriore taglio ai finanziamenti destinati alla ricerca sulle fonti di energia alternative, in particolare modo su quelle collocate sulla frontiera tecnologica, che necessariamente erano a più incerto sviluppo.
L’originalità della nostra traiettoria è imbarazzante, soprattutto se messa a confronto con quelle sin qui seguite a livello internazionale da quei paesi, come la Germania, che prima e con più decisione di altri hanno intrapreso percorsi di cambiamento nella direzione di una maggiore sostenibilità ambientale e che hanno adottato un’impostazione ortodossa rispetto alle azioni e agli interventi necessari all’evoluzione e all’avanzamento del paradigma tecnologico e scientifico.
In effetti, coerentemente con una rappresentazione epistemologica di scienza normale, à la Popper, che assume che le conoscenze scientifiche evolvano in maniera progressiva e incrementale e che fonda i processi di innovazione su un investimento crescente e continuato nel tempo in piattaforme tecnologico-scientifiche definite e su traiettorie di lungo periodo, in questi paesi il sistema della regolazione e degli incentivi è stato disegnato in modo tale che la creazione di un mercato stabile e duraturo per un nucleo più o meno ampio di tecnologie potesse generare a favore del sistema delle imprese e della ricerca un ammontare di risorse tale da promuovere l’accumulazione di conoscenze utile al loro ulteriore sviluppo.
In questa visione del progresso scientifico, chi si muove in anticipo con ingenti risorse è destinato ad acquisire un vantaggio sugli altri sistemi che si traduce nella formazione di conoscenze, competenze industriali e fattori di scala tali da consentire l’eventuale assorbimento per acquisizione esterna anche di quei soggetti, individui o imprese, che muovendosi in una logica differente sono in grado di produrre innovazioni, magari rilevanti, ma che sono privi della dimensione necessaria a portarne avanti lo sviluppo, a tradurle in applicazioni industriali e a guidarne la commercializzazione.
In tal senso, il sistema di incentivi e di finanziamento di un paese come il nostro sarebbe dovuto andare nella direzione di autoalimentare, attraverso una struttura industriale adeguata, le risorse necessarie alla rottura dei paradigmi tradizionali. Se tutto ciò è vero, il ritardo accumulato dal nostro paese, che ci pone in una posizione di follower di assoluta retroguardia all’interno di quasi tutti i comparti delle tecnologie verdi, è ormai abissale.
La crisi strutturale in atto costituisce paradossalmente un’importante occasione per rimettere in gioco quanto fatto. Le difficoltà attraversate dai principali sistemi possono consentire all’Italia di recuperare quantomeno parte del gap finora accumulato. Ciò richiede però la visione, la capacità e il coraggio di una nuova strategia.
Si comprende dunque come allo stato attuale l’unica strategia che conservi una qualche prospettiva di successo per il nostro paese è quella di scommettere su soluzioni innovative in grado di produrre una rottura degli attuali paradigmi tecnologico-scientifici.
Continuare a indirizzare le risorse future in tecnologie mature e nelle quali si sconta un ritardo difficilmente colmabile rispetto ad altri sistemi porta con sé il rischio, ormai evidente, di avviare percorsi demoltiplicativi con esiti in termini energetico-ambientali, di crescita e di occupazione di gran lunga inferiori rispetto alle aspettative che ancora oggi si alimentano.
In questa prospettiva, occorre una profonda revisione del nostro sistema di regolazione complessivo, in modo da far emergere nuove conoscenze, dirigere le risorse del sistema verso attività e tecnologie di frontiera e consentire al tessuto produttivo nazionale di appropriarsi dei possibili avanzamenti scientifici e permettere il loro successivo rafforzamento su scala industriale.
In fondo, senza nemmeno provare a contribuire con una strategia industriale e di ricerca consapevole a una rivoluzione scientifica per un’energia sempre più sostenibile, l’Italia non può pensare di partecipare da pari alla grande trasformazione dell’economia verde.

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