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Risposte verdi contro la crisi tra Pacifico e Atlantico

Written by Giuseppe Surdi Thursday, 09 September 2010 16:46 Print

In seguito alla crisi tutti i principali paesi industrializzati hanno adottato pacchetti di stimolo dell’economia che annoverano al loro interno misure a sostegno della trasformazione in senso sostenibile dei propri sistemi produttivi. Mentre gli Sta ti Uniti sembrano perseguire una strategia per la leadership tecnologica e industriale nei nuovi settori verdi, un grande sforzo è in atto nella medesima direzione da parte delle economie asiatiche (in particolare dalla Cina e dalla Corea del Sud) che nel complesso coprono più del 60% del totale degli investimenti globali. Più indietro sembra invece essere rimasta l’Europa che, pur essendosi avviata per prima sulla via della sostenibilità ambientale della propria economia, rischia ora di vedersi sottrarre questo ruolo di guida. Chi vincerà la sfida per la leadership della rivoluzione verde del XXI secolo?

Stimoli verdi globali?

Prima che il vento del rigore ricominciasse a spirare dall’Europa verso il resto del mondo, quasi tutti i principali governi hanno messo in atto misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza di mercati finanziari e reali a rischio di collasso e per tamponare l’emorragia di disoccupati causata dalla grande crisi del 2008. I cosiddetti green stimula, ovvero le politiche per lo sviluppo dei settori e delle infrastrutture dell’energia e delle tecnologie “verdi”, hanno costituito una parte rilevante di questi interventi e si sono affiancate alle più classiche politiche fiscali temporanee per contrastare l’avversa congiuntura economica. Praticamente tutti i pacchetti di stimolo dei principali paesi industrializzati hanno infatti proposto misure che, sebbene adottate in chiave anticiclica, aspiravano ad essere di lungo respiro ed esplicitamente orientate alla trasformazione in senso sostenibile dei propri sistemi economici.

Dei circa 3.300 miliardi di dollari di stimoli fiscali e politiche di bilancio messi in campo a livello globale per contrastare la crisi, oltre 520 miliardi di dollari,[1] pari a un sesto del totale, hanno riguardato interventi a supporto della diffusione e del miglioramento tecnologico delle fonti energetiche rinnovabili, fondi per la ricerca nelle tecnologie verdi, incentivi e risorse per i progetti di efficienza energetica nell’edilizia e nei trasporti, politiche di contrasto al cambiamento climatico, investimenti in infrastrutture per la sostenibilità, a partire dalle reti elettriche intelligenti fino ad arrivare a nuovi piani di mobilità ferroviaria.

Attraverso queste misure i paesi del G20, in particolare, hanno puntato nell’immediato sulle nuove opportunità di crescita e di occupazione offerte da un green sector in rapida espansione, guardando in prospettiva alla creazione di nuovi vantaggi competitivi in un mondo avviato sulla strada della transizione verso economie a basso contenuto di carbonio.

Non si è trattato, però, del Green New Deal globale invocato dall’UNEP, il Programma ambientale delle Nazioni Unite, che avrebbe richiesto l’individuazione di obiettivi comuni, il coordinamento delle misure e dei tempi di attuazione e un assetto internazionale definito per la regolazione energetico-ambientale che purtroppo non ha visto la luce nel vertice sul clima di Copenaghen del dicembre 2009.

I singoli paesi hanno infatti agito con approcci e ricette specifiche, calibrando l’allocazione delle risorse e la tempistica dei propri stimoli verdi in maniera autonoma e differenziata.

La sola Cina, impegnando risorse per 218 miliardi di dollari, ha promosso il 42% di tutte le spese e gli investimenti “sostenibili” a livello globale, seguita dagli Stati Uniti, che hanno messo sul piatto 118 miliardi di dollari, pari al 22% del totale.

Sempre guardando alle due sponde del Pacifico, se si aggiungono gli sforzi del Giappone e, in particolare, della Corea del Sud, che ha lanciato un vero e proprio Green New Deal Plan concentrando le sue risorse nello sviluppo dell’economia verde, le tre principali economie asiatiche coprono più del 60% degli interventi globali.

Guardando invece all’Atlantico, l’Europa, che pure si è proposta da tempo come capofila del processo di trasformazione sostenibile dell’economia, ha impegnato, tra Unione e principali paesi membri, circa 56 miliardi di dollari, ovvero il 10% dell’insieme degli interventi verdi.

Quello che colpisce però non sono tanto i valori assoluti o le percentuali rispetto all’insieme dei green stimula, ma gli sforzi profusi in termini di PIL (si veda il Grafico 1).

 

Grafico 1. Stimoli verdi (% del PIL).


Fonte: E. B. Barbier, Green stimulus is not sufficient for a global green recovery, 2010, disponibile su www.voxeu.org.

Corea del Sud e Cina mostrano di aver puntato in maniera decisa verso la cosiddetta green economy, investendoci rispettivamente il 5 e il 3% delle proprie risorse complessive, seguiti a distanza dal Giappone (1%).

Sulle due sponde dell’Atlantico, Stati Uniti ed Europa sembrano muoversi con un passo diverso, con impegni in termini di prodotto interno lordo che non superano l’1%. Va considerato però, in particolare per i paesi dell’Unione, che un pezzo di strada verso un’economia sostenibile è già stata percorsa, attraverso meccanismi di sostegno nazionali alle energie rinnovabili e significativi interventi di regolazione comunitaria per la riduzione delle emissioni inquinanti e la diffusione dell’energia verde.

 

Una leadership sostenibile per gli Stati Uniti?

Secondo il presidente Obama, «il paese leader nell’economia dell’energia pulita sarà il paese leader nell’economia globale. E l’America deve essere questo paese».[2]

Secondo le stime di uno studio recente,[3] per incamminarsi su questo sentiero l’Amministrazione americana ha destinato, su un arco pluriennale, 94 miliardi di dollari dei 787 previsti nel febbraio 2009 dall’American Reinvestment and Recovery Act (ARRA) ad investimenti e a politiche fiscali a sostegno dei segmenti verdi, che sono andati ad aggiungersi alle risorse stanziate in precedenza dall’Amministrazione Bush (circa 19 miliardi di dollari) con l’Emergency Economic Stabilization Act dell’ottobre 2008.

Le misure contenute nella manovra straordinaria sono numerose e variegate: secondo il Council of Economic Advisers (CEA) della Casa Bianca si tratta di 56 interventi suddivisi in 45 misure di spesa per 60 miliardi di dollari e 11 meccanismi di incentivo fiscale per un valore complessivo di 29 miliardi di dollari entro il 2019.

Il grosso degli interventi è stato destinato allo sviluppo dell’energia rinnovabile (26 miliardi di dollari), in particolare attraverso l’estensione dei meccanismi di credito fiscale per la produzione di energia verde e garantendo, in alternativa, la possibilità di accedere a sussidi diretti a copertura di una quota del costo dei progetti di investimento, oltre all’attivazione di programmi di prestito garantito. A fare il paio con queste misure che spingono alla diffusione delle fonti rinnovabili, vi sono gli investimenti per oltre 10 miliardi di dollari nelle smart grids e nella modernizzazione delle reti elettriche esistenti. Seguono la molteplicità di interventi rivolti al miglioramento dell’efficienza energetica (20 miliardi), in particolare quelli rivolti al sostegno fiscale ai cittadini che decidono di ridurre strutturalmente i consumi e gli sprechi energetici delle proprie abitazioni.

Una particolare attenzione è stata poi dedicata allo sviluppo di modalità di trasporto sostenibili, convogliando circa un quarto delle risorse complessive dello sforzo verde americano: questo avviene, da un lato, attraverso gli impegni per l’ammodernamento dei servizi pubblici di trasporto e l’efficientamento delle reti ferroviarie (18 miliardi di dollari) e, dall’altro, sostenendo la ricerca e la produzione di veicoli a basso impatto ambientale, ibridi, elettrici, a biocombustibili, con fondi specifici, sussidi alle attività manifatturiere e crediti fiscali ad hoc per un corrispettivo di circa 6 miliardi di dollari. Nell’ambito di questi programmi, ad esempio, la principale impresa automobilistica americana, la General Motors, ha ottenuto 252 milioni di dollari di sussidi per lo sviluppo di veicoli elettrici.

Tutti questi interventi, dal punto di vista economico, mirano a generare nel più rapido tempo possibile nuove attività economiche e progetti di investimento immediatamente cantierabili, che attivino capitali privati in cerca di allocazioni remunerative nell’economia reale dopo il terremoto finanziario e creino nuova occupazione. Secondo le stime del CEA, alla fine del primo quadrimestre del 2010 sono stati effettivamente spesi nell’ambito dell’ARRA a sostegno dell’economia verde 9 miliardi di dollari, su 40 miliardi di obbligazioni sorte verso i diversi beneficiari, che hanno determinato la creazione – o evitato la distruzione – di 83 mila posti di lavoro nei settori verdi e di altri 20 mila nell’indotto.

Un aspetto che contraddistingue la strategia degli Stati Uniti è il sostegno al rafforzamento del proprio sistema industriale nei settori verdi. L’Amministrazione Obama esprime infatti chiaramente la volontà di «riportare a casa la green manufacturing», come si può leggere sul blog della Casa Bianca, ad esempio attraverso crediti fiscali fino al 30% dell’investimento in nuovi progetti manifatturieri per la produzione di tecnologia e componentistica nelle rinnovabili e negli altri green sectors, oppure contribuendo al rafforzamento di una smart grid manufacturing industry grazie ad incentivi ad hoc. Tutte modalità di supporto diretto al proprio sistema di imprese, come lo sono anche i vincoli di buy American per tecnologia e componentistica nei progetti pubblici inclusi nell’ARRA.

Un modo indiretto di rafforzare il proprio sistema produttivo è costituito, invece, dal forte sostegno pubblico alla ricerca scientifica e allo sviluppo di tecnologie per l’energia sostenibile, che le imprese americane potranno trasformare in opportunità di business: il solo dipartimento per l’Energia prevede fondi in R&S per 2 miliardi di dollari, di cui 400 milioni sono destinati specificamente alle attività di una agenzia per la ricerca avanzata in campo energetico appositamente costituita.

Allargando la visuale alle risorse per gli investimenti in energia pulita previste nel budget federale 2010 (e alle proposte di incremento per il 2011) e ai numerosi interventi regolatori in ambito energetico-ambientale che l’Amministrazione Obama ha attuato, direttamente o attraverso agenzie federali, e che sta cercando di portare avanti, a partire dall’Energy and Climate Bill in discussione tra Camera e Senato, si delinea una strategia ad ampio spettro. Si cerca, attraverso un insieme complesso di interventi, di indirizzare l’intero sistema americano su un sentiero sostenibile, seppur a passi progressivi, attenti però a consolidare la struttura industriale sul proprio territorio in questi settori di frontiera e a evitare che, in assenza di accordi internazionali sulle grandi questioni delle emissioni e della lotta ai cambiamenti climatici, questa traiettoria di sviluppo si trasformi in una penalizzazione della propria forza produttiva rispetto ai grandi competitors internazionali.

 

Le tigri verdi

Dall’altro lato del Pacifico, la Cina e la Corea del Sud hanno elaborato programmi di investimento estremamente aggressivi.

Il governo cinese ha concentrato il suo impegno nello sviluppo di progetti infrastrutturali di trasporto, in particolare ferroviari, e nell’ampliamento e miglioramento delle reti elettriche, dedicandovi circa la metà del suo pacchetto di stimoli verdi (100 miliardi di dollari). Per l’efficienza energetica e lo sviluppo di energia pulita, a seconda delle stime, sono previste risorse tra i 35 e i 40 miliardi di dollari: il sostegno all’installazione di nuova potenza rinnovabile non passa però direttamente per il governo centrale, sono piuttosto le autorità locali ad erogare gli stimoli e a garantire finanziamenti rapidi e agevolati, coordinati con le banche, alle attività private.

Secondo l’HSBC Global Research, a marzo 2010 sono già stati spesi dalle autorità cinesi locali e nazionali 61 miliardi di dollari, quasi il 30% della somma complessiva prevista: uno stimolo fiscale rapido quindi, che ha aggiunto nuove risorse a quelle prospettate nell’XI Piano quinquennale (2006-10) della Repubblica popolare cinese, che prevedeva investimenti per rinnovabili ed efficientamento energetico di circa 290 miliardi di dollari, la cui effettiva realizzazione è però difficile da verificare. Sta di fatto che la Cina, nel 2009, è risultata essere il primo paese per investimenti verdi (34 miliardi di euro) e per potenza rinnovabile installata (circa 50 GW),[4] con un livello di occupazione nei green sectors che si aggira intorno al milione di unità.[5]

A supporto della propria azione il governo cinese aveva inoltre stabilito l’obiettivo di produrre il 15% della propria energia primaria da fonti rinnovabili entro il 2020, fissando target specifici di 20 GW di capacità solare installata e di 150 GW di eolico, che probabilmente saranno rivisti al rialzo all’interno di un piano decennale per gli investimenti in energia pulita che la Cina sta elaborando.

La Corea del Sud ha puntato ancor di più sugli stimoli verdi per uscire rapidamente dalla crisi e sviluppare nuova capacità competitiva in settori emergenti e tecnologicamente avanzati: circa l’80% di tutti gli interventi straordinari sudcoreani, pari a 60 miliardi di dollari, sono infatti contenuti nel Green New Deal, lanciato nel gennaio del 2009 e poi esteso e integrato dal Five Year Plan for Green Growth nel luglio dello stesso anno, e si stima che entro la fine del 2010 saranno stati effettivamente spesi circa 26 miliardi.

La strategia verde del governo della Corea del Sud passa per una forte promozione dello sviluppo industriale nell’ambito dell’efficienza energetica, in particolare nel settore delle costruzioni (vi sono destinati oltre 6 miliardi di dollari), e nel sostengo pubblico massiccio alla ricerca e sviluppo nelle energie pulite, mettendo a disposizione fondi complessivi per 6,7 miliardi di dollari in cinque anni. Lo sviluppo delle fonti rinnovabili, invece, è sostenuto attraverso il combinato disposto di nuovi obiettivi per l’eolico (2,25 GW) e il fotovoltaico (1,3 GW), l’estensione delle tariffe incentivanti di tipo feed-in per entrambe le fonti, le garanzie per prestiti agevolati per 5,6 miliardi di dollari e il progetto di stabilire un fondo di 70 miliardi di dollari per l’attrazione di nuovi investimenti privati, oltre che specifici sostegni economici ad hoc.

In questo modo la Repubblica della Corea vuole creare «nuovi motori della crescita», come esplicitamente recita uno degli assi strategici del piano quinquennale, attraverso un’azione decisa per «greening the industry», rafforzare il settore manifatturiero e sviluppare settori tecnologicamente avanzati, che permetta nel tempo la creazione di 1,2-1,5 milioni di posti di lavoro secondo le attese del governo.

Corea del Sud e Cina – ma in questo senso si muove anche il Giappone – condividono la volontà di sostenere la crescita di un sistema produttivo verde solidamente ancorato al territorio e con forte capacità esportativa, anche attraverso politiche industriali aggressive e forme di regolazione estremamente stringenti, come ad esempio l’obbligo cinese di almeno il 70% di componenti tecnologici prodotti sul territorio nazionale per la realizzazione di nuovi impianti eolici, solo di recente abrogato. Questi paesi hanno quindi puntato all’affermazione di un sistema di imprese capace di aggredire i mercati internazionali, grazie ovviamente al basso costo della manodopera locale e all’elevato livello tecnologico raggiunto, anche attraverso l’impiego rilevante di risorse e strumenti pubblici ad hoc per la ricerca nelle energie pulite. Se la competizione mondiale si orienterà verso beni e servizi sempre più “sostenibili”, i paesi del Pacifico vogliono continuare a essere la manifattura verde del nuovo mondo.

 

E l’Europa?

 

Sulle sponde europee dell’Atlantico, invece, i programmi verdi di risposta alla crisi sono stati più contenuti e suddivisi tra azioni comunitarie e misure nazionali differenziate dei singoli Stati membri.

A livello comunitario lo European Economic Recovery Plan (EERP) di fine 2008 ha previsto la mobilitazione per i settori della sostenibilità di 25 miliardi di dollari complessivi, il grosso dei quali ancora da erogare. Oltre a investimenti in infrastrutture di trasporto ed energetiche, impianti dimostrativi per la cattura e lo stoccaggio del carbonio e la realizzazione di grandi parchi eolici off-shore (previsti specificamente nello European Energy Recovery Program), queste risorse sono destinate a finanziare tre iniziative di partnership pubblico-privato rispettivamente per le tecnologie dell’efficienza energetica degli edifici, per lo sviluppo di automobili verdi e per il sostegno all’incremento di capacità e competenze tecnologiche nei settori manifatturieri.

Il sostegno comunitario allo sviluppo della green economy passa però anche attraverso l’attività della Banca europea per gli investimenti (BEI), la cui dotazione di risorse è stata aumentata dai paesi membri proprio al fine di garantire finanziamenti ai progetti per le rinnovabili, per l’efficienza energetica e la mobilità sostenibile: con questo specifico fine istituzionale, inoltre, l’EERP ha previsto la creazione di un apposito fondo, il Fondo Margherita 2020, coordinato proprio dalla BEI e partecipato dai principali investitori istituzionali europei di lungo termine, tra cui l’italiana Cassa depositi e prestiti.

Ogni paese ha inoltre attuato misure in linea con le proprie strategie di medio-lungo periodo nei settori verdi, a partire da Germania e Francia. L’unico scostamento significativo dal Business As Usual sembra possa essere rappresentato dai piani ambiziosi che il governo Cameron sta sviluppando nel Regno Unito.

L’Europa, del resto, è l’area del pianeta che per prima si è mossa sulla strada della sostenibilità ambientale della propria economia, dando vita a sistemi di regolazione come il meccanismo cap and trade per le emissioni e gli impegni alla riduzione dei gas serra e allo sviluppo delle fonti rinnovabili che determinano un ambiente favorevole per lo sviluppo di progetti verdi.

Non tutti i paesi però hanno accompagnato o fatto precedere gli incentivi e le misure per l’applicazione e la diffusione delle green technologies da adeguati meccanismi di supporto allo sviluppo del proprio sistema industriale in questi settori.

Dal lato della struttura dell’offerta dei settori verdi si procede infatti in ordine sparso, con un paese di riferimento come la Germania che fa da motore produttivo e tecnologico europeo, e altri che provano a tracciare strategie di posizionamento competitivo in alcuni segmenti oppure si limitano a creare mercati per le rinnovabili e le tecnologie e i materiali per l’efficienza energetica.

Le stesse politiche europee non affrontano la questione del sistema produttivo comunitario – a patto che ne esista uno unico – in maniera diretta come invece avviene sull’altra sponda dell’Atlantico o nei paesi asiatici.

Mentre sul Pacifico si delinea un confronto strategico tra sistemi produttivi in serrata concorrenza tra loro per il primato industriale nella green economy, il rischio è che di qua dall’Atlantico l’Unione europea risulti esclusivamente uno dei grandi mercati verdi a livello globale, finanziato con le risorse dei cittadini europei, presidiato dall’interno da un first mover come la Germania e destinato a importare un numero crescente di prodotti e tecnologie provenienti dalle due sponde del Pacifico.

Probabilmente un po’ poco per chi prefigurava una nuova rivoluzione industriale verde e si proponeva come faro della trasformazione sostenibile del sistema economico.

L’economia della sostenibilità è però tutta da costruire, e la sfida per la leadership è ancora aperta.



[1] Le stime della HSBC Global Research qui riportate riguardano gli stimoli “verdi” intesi in un’accezione ampia, che include gli interventi sui rifiuti, le politiche per l’acqua e gli investimenti nelle reti di trasmissione e di trasporto, oltre agli stanziamenti stabiliti nelle politiche di bilancio. New Energy Finance propone stime più contenute, 177 miliardi di dollari complessivi, determinate però esclusivamente sulla base delle misure ad hoc contro la crisi e relative agli interventi specifici per l’energia verde, su un numero di paesi inferiore rispetto all’analisi della HSBC.

[2] B. Obama, Discorso sullo Stato dell’Unione, 27 gennaio 2010, disponibile su www.whitehouse.gov.

[3] N. Robins, R. Clover, D. Saravanan, Delivering the green stimulus, HSBC Global Research, Londra 2010.

[4] Pew Charitable Trusts, Who’s Winning the Clean Energy Race? Growth, Competition and Opportunity in the World’s Largest Economies, Pew Charitable Trusts, Washington 2010.

[5] E. B. Barbier, Green Stimulus is not Sufficient for a Global Green Recovery, 3 giugno 2010, disponibile su www.voxeu.org.

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