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Ricerca e innovazione: una sfida per il sistema universitario e la formazione professionale

Written by Francesco Profumo Tuesday, 16 March 2010 18:14 Print
Il mondo della ricerca e l’università italiana devo­no ripensare il proprio modello e il proprio ruolo. In particolare, oltre a un ripensamento radicale del sistema di finanziamento della ricerca, sarebbe au­spicabile la transizione a un sistema universitario articolato in livelli diversificati, con atenei preva­lentemente focalizzati sull’attività di ricerca (re­search universities) e altri orientati invece alla for­mazione professionalizzante, di primo livello.

  

 

Un’opportunità di crescita: l’investimento nella ricerca internazionale

 È un dato di fatto che senza ricerca e innovazione non possono esservi crescita, sviluppo, occupazione, competitività, né a livello territoriale né a livello globale.  Il commissario europeo per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, Viviane Reding, ha  recentemente sottolineato come «nei decenni a venire la ricerca sosterrà la competitività della nostra  economia, l’efficienza dei nostri servizi pubblici e la qualità della nostra vita». «Le performance e l’occupazione dipenderanno da tecnologie come internet o la telefonia mobile e il nostro compito è quello di assicurarci che l’Europa sia ben attrezzata per sfruttare al massimo il loro potenziale».  Le condizioni esterne per la ricerca sono radicalmente cambiate nel corso degli ultimi anni e le  indicazioni provenienti dall’Europa e dal governo certamente condizioneranno le policies delle università nel prossimo futuro.  Gli atenei dovranno qualificarsi sempre più come research universities, ovvero come comunità accademiche indipendenti da pressioni esterne, i cui obiettivi fondamentali siano l’accrescimento e la trasmissione della conoscenza.
Una research university si caratterizza per essereri conosciuta, a livello nazionale e internazionale,come un polo di eccellenza in determinate areedi ricerca e per il dinamismo degli investimenti sui temi di frontiera. La strategia di ricerca dovrà quindiconcentrare una quota significativa di risorse negli ambiti di propria eccellenza, nei settori da valorizzare  in base alla loro rilevanza strategica e a rigorosi criteri di valutazione scientifica (anche sulla base della valutazione e delle quote di premialità ottenute a livello nazionale), e al contempo dovrà anche sostenere la ricerca curiosity driven, cui si riconosce un ruolo fondamentale. L’internazionalizzazione delle attività di ricerca, attraverso la partecipazione a progetti internazionali ed europei, la mobilità di docenti e di ricercatori, la rimozione di quelle condizioni strutturali che complicano l’accesso di ricercatori provenienti dall’estero rappresentano punti fondamentali che ogni ateneo dovrà valorizzare in modo strutturato, meglio se adottando un piano strategico. In futuro, più che mai, gli studenti sceglieranno la loro università sulla base di parametri oggettivi e la reputazione degli atenei sarà certamente ad uno dei primi posti. Una research university, in linea con tutti i modelli di riferimento, non potrà non prevedere adeguati investimenti nel dottorato di ricerca, con l’obiettivo di qualificare questa istituzione chiave per il prestigio nazionale e internazionale dell’ateneo.
Il sistema universitario si trova a confrontarsi e ad operare in un quadro di risorse scarse. Il trasferimento alle università pubbliche attraverso il Fondo di funzionamento ordinario ministeriale (FFO) non potrà più essere considerato l’unico mezzo per il reperimento delle risorse. Il downturn economi - co costringe, inoltre, i tradizionali partner territoriali delle università – imprese, fondazioni bancarie, governo regionale – ad una politica restrittiva sui trasferimenti.
È sempre più importante individuare e “aggredire” le fonti che possano agire in funzione anticiclica rispetto alla presente situazione di stagnazione, con particolare attenzione ai finanziamenti europei, tenendo ben presente che, con il 2013, si esauriranno i finanziamenti erogati tramite i fondi strutturali. Ogni anno l’Italia finanzia la ricerca europea con circa 15 miliardi di euro, ma riesce a recuperarne soltanto 10. Considerando che lo Stato centrale finanzia il sistema universitario per un importo pari a circa 7 miliardi di euro l’anno si comprende come l’entità dei fondi che non rientrano nel paese sia cospicua.
Va considerato come debba essere ripensato il modello di finanziamento della ricerca. Da più parti si sente l’esigenza di passare da un modello di bandi locali – regionali o nazionali – ad un sistema di matching funds come quello che è stato efficacemente sviluppato in Germania. Vincere localmente divide e indebolisce la capacità di vincere su scala globale, compresa l’arena comunitaria. Il nostro paese soffre però di una visione e di divisioni quasi “feudali”; manca la capacità di “fare sistema”; i nostri gruppi di ricerca sono isolati e chiusi, non costituiscono massa critica e di conseguenza non riescono a vincere i grossi bandi neppure quando presentano progetti di valore. Se il governo continua a tagliare i fondi destinati alla ricerca e le università non riescono a proporsi in Europa è inevitabile andare incontro a una crisi profonda dell’innovazione e dell’economia italiana. Nel 2014 si terrà la prossima selezione dell’Istituto europeo di tecnologia: il nostro paese dovrà aver fatto tesoro dell’esperienza negativa dello scorso dicembre – che ha visto l’Italia del tutto assente nell’attribuzione dei poli delle comunità della conoscenza e dell’informazione, benché fosse presente alla selezione finale con ben tre progetti importanti –, evitando di ripetere gli stessi errori e presentandosi preparato alle sfide che lo attendono.

Un’opportunità di crescita: il ripensamento del modello di alta formazione

Lo scenario prevalente L’università si allontana sempre più dal classico modello humboldtiano rispondente all’esigenza di formare una classe dirigente elitaria e pertanto concepito per un numero limitato di soggetti. Oggi essa è diventata un’istituzione che opera su grandi numeri, avendo già consolidato un percorso ventennale di autonomia, che ha interessato gli aspetti regolamentari, la gestione dei bilanci, le politiche di reclutamento del personale, la contrattazione con soggetti esterni e l’articolazione dell’offerta formativa. Peraltro, i risultati conseguiti con l’esercizio dell’autonomia non sono stati incoraggianti per il sistema universitario italiano. Negli ultimi anni il numero dei corsi di laurea ha su- perato quota 5.000; gli insegnamenti e le sedi decentrate sono proliferati; le spese per il personale docente e tecnico-amministrativo sono cresciute in modo rilevante, con particolare riferimento al numero dei professori ordinari; anche il livello di indebitamento degli atenei è aumentato in alcuni casi in modo sproporzionato rispetto all’incremento dei valori patrimoniali. In Italia sono oggi presenti almeno settantasette università statali e non statali, che sul piano formale assolvono le stesse funzioni. Così, mentre da un lato il nostro paese ha l’esigenza di investire con maggiore incisività nella formazione superiore – perché i nostri livelli di istruzione universitaria sono sensibilmente inferiori rispetto alla media dei paesi dell’area OCSE – dall’altro la risposta è ancora oggi declinata con un sistema di università, che, indistintamente, offrono i tre livelli della formazione (laurea triennale, laurea magistrale e dottorato di ricerca) e, almeno sulla carta, dovrebbero svolgere ricerca avanzata in tutti i settori disciplinari presenti.

Un riferimento esterno Un modello molto diverso, ma interessante, sul quale avviare una riflessione è quello esistente in California, uno Stato con un PIL analogo a quello italiano (1.700 miliardi di dollari), dotato di un sistema universitario pubblico articolato in tre livelli: i community college, che offrono i primi due o tre anni di percorso universitario; la California State University, focalizzata sulla formazione di primo livello, che offre talvolta master di secondo livello, ma non è abilitata al conferimento del dottorato di ricerca; infine i dieci campus della University of California, che rappresentano, insieme ad alcune università private (Stanford, Caltech, University of Southern California ecc.), il sistema di ricerca avanzata e di alta formazione dello Stato, su cui si concentrano i finanziamenti pubblici e privati.
La struttura del modello non prefigura ordini di priorità, ma semplicemente riconosce alle istituzioni universitarie pubbliche funzioni diverse. Gli istituti della California State University offrono un servizio allo Stato della California e al paese che è paragonabile a quello dei prestigiosi atenei appartenenti al sistema della University of California.

Lo spunto per un nuovo modello Facendo riferimento all’esempio precedente occorre attentamente valutare se non sia opportuno che il sistema universitario italiano si differenzi progressivamente per svolgere adeguatamente la missione assegnatagli dalla Carta costituzionale, strutturandosi con un numero, contenuto, di atenei prevalentemente incentrati sull’attività di ricerca (le cosiddette research universities, che offrano, oltre alla laurea magistrale, anche un qualificato dottorato di ricerca) e un numero anche più elevato di istituti universitari, prevalentemente orientati alla formazione professionalizzante, di primo livello. Lo sviluppo di questo disegno deve confrontarsi con significative criticità, prima tra tutte la scarsità di risorse disponibili per il sistema universitario nazionale. In questo scenario andrà ripensata sia la diffusione geografica dei poli universitari regionali (il modello a rete), anche favorendo la federazione tra atenei di Regioni diverse, sia il potenziamento del sistema degli istituti tecnici superiori (ITS) e dei poli tecnico-professionali, sul modello delle Fachhochschulen in Germania, della Scuola universitaria professionale (SUP) in Svizzera, del Brevet de technicien supérieur (BTS) e del Diplôme universitaire de technologie (DUT) in Francia. La messa a regime degli ITS potrà dare maggior vigore al raccordo della formazione con l’impresa, proponendo una figura di tecnico altamente qualificato, ottenuta grazie ad una progettazione partecipata (istituti tecnici, imprese, agenzie di formazione, università e centri di ricerca) dei percorsi, realizzando percorsi biennali professionalizzanti e consentendo, da un lato, l’immediato e qualificato ingresso nel mondo del lavoro, dall’altro – tramite un percorso integrativo adeguato – l’accesso alla laurea magistrale. La presenza sul territorio regionale dei poli di innovazione e dei poli formativi, nei quali sia gli erogatori sia gli utilizzatori dell’alta formazione operino in sinergia, potrà rappresentare la premessa per lo sviluppo di una filiera integrata dell’istruzione e della formazione a livello regionale, sui temi delle eccellenze su cui investire per sviluppare il tessuto industriale e sociale, quali efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie della vita, nuove tecnologie per il made in Italy, tecnologie innovative per i beni e le attività culturali, tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Infine, questa ridefinizione dei ruoli fornirebbe anche alle università l’opportunità di passare dal modello attuale di decentramento delle sedi universitarie, che ha manifestato criticità sul piano organizzativo e insostenibilità sotto il profilo economico, ad un modello, già suggerito nel 1998 dall’OCSE, di alta formazione (higher education), basato su elementi distinti e sinergici: l’accademia tradizionale da un lato, l’alta formazione professionalizzante dall’altro.

Un’opportunità di crescita:la sfida delle nuove tecnologie

Per crescere e rispondere da un lato alle esigenze degli studenti che si iscriveranno negli anni a venire e dall’altro alle esigenze del contesto socioeconomico, l’università non può esimersi dall’interrogarsi sul proprio modello, anche guardando alla sua storia antica e alle sue evoluzioni storiche. L’istituzione nella quale viviamo si costituisce, quasi mille anni fa, come comunità di studiosi intorno ad un bene scarso: il manoscritto. All’interno di questa realtà era fondamentale il rapporto uno a uno tra docenti e discenti, l’interazione diretta e bidirezionale di pochi “addetti ai lavori”. Nel corso dei secoli, con una fortissima accelerazione tra Ottocento e Novecento, l’università subisce un processo di “industrializzazione”. Il modello economico vincente diventa quello che vede i professori “in cattedra” rivolgersi ad una massa crescente di discenti; il bene scarso, il manoscritto, diventa un bene di massa, il libro. La domanda di istruzione, anche superiore, cresce, si diversifica, aderisce alle sollecitazioni della società. Il ciclo di lezioni, sessioni di esami, sessioni di laurea si stereotipizza, il meccanismo diventa quello di una “fabbrica” che produce conoscenza e titoli. Oggi ci troviamo di fronte ad una nuova sfida posta dalle tecnologie. I ragazzi che domani si iscriveranno all’università sono “nativi digitali”, esponenti di una generazione che sta crescendo in una realtà on demand, personalizzata, open source, dove il “fuori rete” appare anacronistico. I loro interessi sono molto diversi da quelli dei loro coetanei delle generazioni precedenti. Non soltanto: il mondo del lavoro che li accoglierà opera sempre più con processi di lavoro paralleli e non seriali, distribuiti e delocalizzati, con modalità di comunicazione sempre meno vincolate all’equazione spazio- tempo.
Se l’università non coglierà queste esigenze rischierà di annoiare i propri studenti, di non saper coltivare le loro capacità, di “bruciare” intere generazioni di giovani e di proporre al mercato del lavoro profili professionali obsoleti, incapaci di competere con i laureati dei paesi nostri concorrenti. Studi recenti hanno rilevato livelli medi di apprendimento migliori sulle modalità on line rispetto alla didattica frontale.1 Già oggi prestigiose università – una tra tutte Harvard – mettono in rete su YouTube corsi completi. Ciò apre scenari inimmaginabili, tra cui la possibilità per gli studenti di accedere gratuitamente o a costi irrisori – soprattutto rispetto al modello anglosassone – ai corsi di prestigiosi atenei fisicamente collocati dall’altra parte del mondo. Resta però aperto l’aspetto dell’accreditamento, del riconoscimento formale della formazione acquisita. Su questo torna in campo l’esperienza di tutoring, del rapporto vis-à-vis delle prime università. Non credo che ciò significherà la fine dell’università, ma è certo che, in un mondo che cambia a velocità e in direzioni nemmeno immaginabili fino a pochi anni fa, si debba definire un ruolo nuovo per l’istituzione accademica.

 


1 D. McKinney, J. L. Dick, E. S. Luber, iTunes University and the Classroom: Can Podcasts Replace Professors?,
in “Computers & Education”, 3/2009, pp. 617-23.

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